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Lucio Russo

Editore: Borla
Edizione: 2
Anno edizione: 1998
Pagine: 272 p.
  • EAN: 9788826312453

recensioni di Mancia, M. L'Indice del 1999, n. 01

Lucio Russo ci spiega, nell'introduzione, il senso che lui vuol dare a questo bellissimo titolo del suo libro: "Con il termine 'indifferenza' intendo rappresentare con un linguaggio metaforico quelle esperienze di melanconico disinteresse e di mancanza di speranza in cui il paziente porta in analisi l'angoscia della assenza di investimento affettivo verso se stesso e verso la realtà esterna e in cui l'analista si imbatte in forti sentimenti di impotenza (...) Con il termine 'anima' ho voluto sottolineare, invece, i limiti dei tentativi di dare alla psicoanalisi una definizione scientifica di tipo positivistico e naturalistico. (...) con 'anima' indico la versione umanistica che Freud dà al funzionamento della psiche conscia e inconscia".

Per l'autore, non è possibile disconoscere in una relazione analitica la presenza di forze che restistono alla rappresentabilità e alla conoscenza, e che possono produrre relazioni transferali simmetriche tra analista e paziente. Il lavoro creativo della coppia analitica nasce solo da un'area comune e simmetrica, perché la relazione asimmetrica, "tra la mente caotica del paziente e quella altamente organizzata e analizzata dell'analista, impedisce l'accoppiamento generativo di simbolizzazione". Ora, non si può negare che esista, in una relazione analitica, questa possibilità, ma diventare analista significa anche ridurre al minimo i propri "resti non analizzati" che portano in analisi "il peso di forze affettive e pulsionali slegate dalla rappresentazione" e "mettere a disposizione del paziente la parte analizzata, edipica e differenziata della propria mente".

Ma, come nasce la psicoanalisi?, si domanda Russo, che risponde: "La psicoanalisi nasce da una crisi epocale dei valori individuali e collettivi, degli ideali religiosi e scientifici, del linguaggio di una cultura. Essa assume dentro di sé l'ombra melanconica di una cultura morente".

Ma come la psicoanalisi nasce da una crisi delle scienze, così essa stessa è a sua volta minacciata da una crisi rappresentata da una crisi di formazione degli analisti, "dovuta a ciò che si trasmette e ciò che si occulta nei passaggi generazionali. (...) La crisi attuale della psicoanalisi ruota intorno al problema di come sia possibile per l'analista una partecipazione affettiva intensa e integrale ai livelli psichici arcaici meno strutturati, messi in campo dal paziente, senza che la sua mente perda del tutto il rapporto con la memoria, con il linguaggio, con le rappresentazioni e con le teorie".

Il libro è percorso da una vena critica nei confronti del pensiero "edipico" freudiano, del padre edipico come fondamento dell'apparato psichico. Un fantasma originario che è presente in ambedue i componenti la coppia analitica, anche se ciò che li lega "non è la dimensione passata, ma la forza emozionale ed emozionante del presente". Russo propone di togliere alla teoria edipica il carattere di fondamento nella speranza che ciò comporti un "restituire alla psicoanalisi l'affettività originaria non articolata con le rappresentazioni rimosse, che è stata occultata dallo stesso Freud". Per Russo, l'impianto edipico dell'edificio teorico freudiano avrebbe valorizzato il desiderio sessuale quale fondamento della vita psichica e sarebbe stato l'espressione di un "gesto autoritario" di Freud che è venuto così a "restringere la visione della psiche alle parti più organizzate ed evolute". Ne è conseguito che l'aver messo l'Edipo a fondamento della teoria della mente ha costretto ad escludere dalla vicenda analitica "quei percorsi mentali ed affettivi che avvengono in territori non compresi nella teoria edipica".

Russo sottolinea le contraddizioni che costellano la psicoanalisi, che ne sono tuttavia le fonti vitali e ne garantiscono l'avvenire: "I paradossi (...) ricordano che la psicoanalisi nasce dalla crisi dei fondamenti delle scienze europee e che essa stessa costituisce un sistema teorico paradossale". E nonostante la lettera del 21 settembre 1897 a Fliess, in cui Freud valorizza la fantasia rispetto alla realtà storica e denuncia l'impossibilità a distinguere tra verità e finzione investita di affetto, la questione della realtà dei traumi infantili - dice Russo - "non è così semplice come vorrebbe apparire e rimane (...) una delle contraddizioni fondamentali di tutta la psicoanalisi".In alcune lettere a Fliess, infatti, "Freud continua ad oscillare tra il credere o il non credere alla verità del racconto dei pazienti". La stessa teoria dell'Edipo, quale struttura portante la sua metapsicologia, sembra non essersi liberata dalla contraddizione tra realtà esterna e realtà fantasmatica interna: "I singoli ricordi dell'infanzia - scrive Freud nel 1915-17 - (...) possono ugualmente essere falsati o, quanto meno, mescolare abbondantemente il vero con il falso". La contraddizione - per Russo - è necessaria alla teoria psicoanalitica. Di fatto "nella relazione analitica realtà e fantasia possono coesistere, verità e menzogna si confondono". La categoria di cui Russo parla è quella della "indecidibilità" che permette la osservazione e la comprensione delle contraddizioni dell'inconscio. Ne consegue che è conveniente introdurre in pscicoanalisi l'idea che esistano molti modi di ordinare e interpretare i fenomeni, in relazione ai contesti in cui la psiche opera. La funzione della mente è complessa e "opera attraverso il sovradeterminismo, la pluralità di cause e di tempi, la retrodittività", che corrisponde al concetto freudiano di Nachträglichkeit intesa come capacità di dare ad una esperienza passata un significato nuovo attraverso una ritrascrizione della memoria.

La stessa psicoanalisi - per Russo - è "invenzione sovradeterminata dall'incontro casuale della soggettività di Freud con l'oggettività della crisi epocale della cultura occidentale". Come prodotto casuale di una epoca storica, perciò, non può essere eterno. Questo incontro casuale avvenuto tra Freud e la sua epoca deve potersi rinnovare nella soggettività degli analisti: "Il mancato incontro determina la fine della psicoanalisi".

Nel capitolo dedicato all'"ombra della rappresentazione", Russo entra nel vivo del suo pensiero, che valorizza la rappresentazione in analisi in quanto elemento fondante la realtà psichica, capace di sfuggire alle limitazioni spazio-temporali del reale e di offrire una potenza immaginaria e fabulatoria, tipiche dell'essere umano. Tuttavia, in ogni analisi è possibile cogliere nel paziente una "mancanza di rappresentabilità" che corrisponde a un vuoto interno, a una "indifferenza dell'anima". Ciò comporta che l'analista vigili particolarmente sui livelli arcaici della psiche, addestrandosi "nell'uso della lingua, immaginifico, metaforico e mitopoietico, per gestire il vuoto di rappresentazione".

Vien fatto di chiedersi che cosa Russo intenda per mancanza di rappresentabilità. Si tratta realmente di una difficoltà a rappresentare da parte del paziente o non piuttosto di una "mancanza di significazione", cioè di una incapacità a significare le rappresentazioni, o a passare trasformandole dal sistema delle rappresentazioni a quello delle significazioni linguistiche? Di fatto, mi è difficile pensare a una realtà psichica non rappresentabile, in quanto la rappresentazione è parte fondante la realtà psichica.

In uno dei capitoli più interessanti di questo libro, Russo affronta il tema forte del "non analizzato" dell'analista e il lavoro del controtransfert. Egli inizia affermando che il controtransfert è inconscio e contiene i resti irrisolti dell'analista. "I resti irrisolti diventano il motore della cura se, attraverso l'autoanalisi, l'analista si identifica con l'inconscio del paziente". Il problema centrale è quello della partecipazione affettiva dell'analista e il suo uso del controtransfert per elaborare i livelli meno strutturati della mente del paziente. Quello che del pensiero di Russo è più difficile da accettare è l'idea che il controtransfert debba restare inconscio e debba sempre contenere i resti irrisolti dell'analista. Penso che il lavoro autoanalitico dell'analista debba metterlo in condizione di riconoscere quanto di inconscio e di cosciente c'è nel suo vissuto controtransferale e, a un tempo, di elaborare i suoi "resti irrisolti" in modo che questi non vengano ad alterare la comprensione dell'inconscio del paziente, attraverso eventuali meccanismi di identificazione proiettiva rovesciati: cioè dall'analista al paziente.

L'ipotesi forte di Russo è che "L'analista che lavora con il controtransfert non può che lavorare costantemente con i propri residui non ancora analizzati, dunque con il transfert verso il proprio analista ed il controtransfert di quest'ultimo nei suoi confronti". Si tratta di una catena generazionale di resti non analizzati che va indietro nel tempo all'infinito sino a Freud e alla sua del tutto particolare analisi con Fliess. È quello che Russo chiama "Controtransfert originario". Ritornando ora all'uso del controtransfert nella clinica, Russo precisa: "Non è utile, né concettualmente né clinicamente, definire 'controtransfert' il transfert dell'analista, che si intreccia in un''economia primordiale comune', con il transfert del paziente. A questo livello di relazione simmetrica non è possibile alcuna differenziazione tra il soggetto che proietta e quello colpito, tra il soggetto che annulla i limiti e quello annullato". D'accordo, ma subito dopo Russo vuole salvare l'idea che anche l'analista fa il suo transfert sul paziente: "Vi è un'esistenza condivisa tra il transfert dell'analista e il transfert del paziente. Partecipare con il paziente a questa esperienza, al fine di generare differenza ed alterità, qualifica la funzione analitica". Comunque "l'autoanalisi del controtransfert fornisce la forza per uscire dalla folie-à-deux in cui rischiano di rimanere imprigionati analista e paziente e per trasformare la terrificante simmetria in conoscenza". Ma alla fine del suo lavoro Russo ritorna sull'idea che attraversa tutto questo capitolo e mette in relazione il controtransfert con i resti non analizzati dall'analista, in qualche modo ridimensionando il controtransfert come strumento privilegiato per capire il transfert del paziente.