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J. M. Coetzee

Traduttore: F. Cavagnoli
Editore: Einaudi
Collana: Supercoralli
Anno edizione: 2001
Pagine: 169 p.
  • EAN: 9788806155193

Prime scene di un'autobiografia che si annuncia articolata in più parti, Infanzia. Scene di vita di provincia colpisce innanzitutto per la scelta narrativa del presente e della terza persona, e per la scrittura scarna e asciutta che va diritta al cuore delle cose. Chi narra non dice "io" ma "lui" (una sola volta ne leggiamo il nome), come a sottolineare il disagio, il senso di estraneità che prova al ricordo della propria infanzia, un'infanzia rievocata senza nostalgia, senza incanti fiabeschi né metafore di innocenza perduta. Il titolo originale dell'opera - Boyhood - non corrisponde in realtà al termine scelto in italiano ma richiama piuttosto la formazione dell'identità di genere di un individuo, in maniera molto più netta dell'indifferenziato "infanzia". L'infanzia in questione, quella dello scrittore sudafricano J.M. Coetzee, presenta gli anni cruciali nella vita di un bambino seguito fino alle soglie dell'adolescenza, in una piccola città sudafricana, tra gli anni quaranta e cinquanta. Anni di solitudine e di marginalità; dominati dall'incertezza del non sapere; anni di domande senza risposta e di scoperte brutali. Episodi isolati e ricordi ancora brucianti evocano un mondo chiuso e repressivo da cui l'infanzia è presto bandita piuttosto che prolungata e blandita. Contaminato e allo stesso tempo partecipe di una grande impostura, il bambino Coetzee si sente "guasto", ipocrita, costretto a fingere con tutti, a casa come a scuola; solo con se stesso, sa di non potersi aspettare niente da nessuno: "Dipende da lui andare, in un modo o nell'altro, oltre l'infanzia, oltre la famiglia e la scuola, per cominciare una vita nuova dove non ci sia più nessun bisogno di fingere".

Il disagio in famiglia, una povertà dignitosa vissuta in una casa suburbana con il pollaio in fondo al cortile, e la conflittualità con suo padre trovano un'eco a scuola, un mondo di discriminazioni e di umiliazioni in cui di continuo è chiamato a dare prove per cui si sente inadeguato. La difficoltà maggiore, in qualche modo oscuramente presente nella coscienza del bambino, è quella di vivere in Sudafrica, di fare parte di un mondo cui nessun bianco "appartiene" veramente. Nato in una famiglia boera che in casa preferisce parlare inglese, il bambino Coetzee non sa bene qual è la sua collocazione. Come a supplire al suo senso di non appartenenza, sente di dovere fare delle scelte che lo distinguono dagli altri, in particolare dagli altri afrikaner, che vede "grossi, brutali, bitorzoluti", ma è confuso sul senso delle sue scelte. Così, pur non avendo alcuna istruzione religiosa, dichiara a scuola di essere "cattolico romano" e si trova separato, assieme a un bambino ebreo, da tutti gli altri ragazzi, afrikaner e cristiani, che cantano gli inni protestanti. La stessa logica gli fa scegliere di "stare" con i russi quando tutti scelgono gli americani, e lo porta a preferire il cricket piuttosto che il rugby giocato a scuola ("Il cricket non è un gioco. È verità. Se, come dicono i libri, è una prova di carattere, allora è una prova che lui non sa come superare e, nel contempo, non sa come eludere. Davanti ai paletti, il segreto che riesce a nascondere altrove viene indagato e rivelato in modo implacabile"). Il suo grande problema è quello di non essere né veramente inglese né veramente afrikaner: porta un cognome boero ma si sente inglese nel cuore, e "non riesce a capire perché tanta gente intorno a lui non ama l'Inghilterra"; i suoi eroi preferiti sono Lancillotto, Riccardo Cuor di Leone e Robin Hood, e ogni volta che al cinema suonano l'inno nazionale inglese si mette sull'attenti.

Piccolo romanzo di formazione, simile per molti versi alla prima parte del Ritratto dell'artista da giovane di James Joyce, Infanzia mette in scena il dramma segreto di un ragazzino alla ricerca di una sua identità, di un destino diverso da quello che un mondo ottuso e profondamente lacerato al suo interno lascia prevedere per lui, un mondo da cui potrà venir fuori, proprio come Stephen Dedalus, solo grazie all'astuzia e al silenzio. E sono molti i punti di contatto con il testo joyciano, che a sua volta celava nella terza persona narrante il proprio ordito autobiografico: la prospettiva ingenua del bambino, l'antagonismo con il padre, responsabile del declino sociale della famiglia, i conflitti politici e religiosi che dividono il paese e la famiglia, e infine l'amore per le parole e per la sua lingua. Al cuore di Infanzia resta il mistero dell'identità: "Chiunque egli sia veramente, qualunque sia il suo vero io che si solleverà dalle ceneri della sua infanzia, non gli consentono di nascere, lo mantengono gracile e stento". L'oscura intuizione di un destino diverso ha a che fare forse con la scrittura, ma non è al maestro che intende rivelare il suo segreto. Perciò a scuola quando svolge i temi deve nascondersi: "Scrivere per lui non è come dispiegare le ali; al contrario, è come raggomitolarsi, farsi più piccolo e inoffensivo possibile. (...) Se potesse, se non fosse Mr Whelan a leggere, gli piacerebbe scrivere qualcosa di più oscuro, qualcosa che, una volta fluito dalla penna, si allargasse sulla pagina sfuggendo a ogni controllo, come una macchia d'inchiostro (...) come ombre che guizzano sulla faccia dell'acqua cheta, come un lampo che crepita nel cielo". È quasi l'abbozzo di una teoria della scrittura come gesto, che ha a che fare con un impulso profondo e ancora inarticolato, sostenuto poi dalla pagina e rivelato in un linguaggio di perfetta e quasi dolorosa bellezza. Come quello di J.M. Coetzee.

Nel ragazzo Coetzee è forte dunque il senso di non appartenenza, di lealtà in conflitto, di segreti inconfessabili e di passioni colpevoli. Le sue grandi passioni, quella per sua madre e quella per il veld africano, sono ambedue specchio del conflitto con il padre. Il padre è un oscuro procuratore legale per conto di una fabbrica di scatolame che invece di continuare la tradizione agraria di famiglia ha preferito gli studi giuridici, alienandosi così ogni diritto sulla vecchia fattoria di famiglia, la fattoria che è il posto che il bambino ama più di ogni altro. È proprio qui, nel senso di libertà "totale" che ritrova nella natura africana che lui vive gli unici momenti di gioia intensa, a caccia, nelle ricche tavolate, nei giochi con i cugini. La fattoria fa parte dell'eternità, qui è sepolto suo nonno e qui vuole essere sepolto lui. Lui, generato due volte, da sua madre e dalla fattoria, "figlio di due madri e di nessun padre".

J.M. Coetzee cresce negli anni del nazionalismo più aggressivo quando, dopo l'insediamento del National Party al potere nel 1948 (dove resterà fino al 1994), cominciano a passare le prime leggi dell'apartheid, e respira un clima di sopraffazione che non capisce ma che lo disturba e lo ferisce nel profondo, generando poi in lui le visioni e le angosce dei personaggi dei suoi romanzi. Non entrando nella percezione di un bambino i fatti storici restano nell'ombra, ma l'incubo della storia lo perseguita nel senso di insicurezza che le leggi dell'apartheid possono comportare per lui, che a causa del cognome boero, a scuola, rischia di essere spostato nelle classi di afrikaans: "Il pensiero di essere trasformato in un bambino afrikaner, con la testa rasata e senza scarpe, lo spaventa. E' come essere condannati alla prigione". Le discriminazioni razziali appartengono a una realtà che non capisce ma che è impossibile mettere in questione: "Ci sono bianchi, meticci e nativi, e, tra tutti, i nativi sono i più malmessi e derisi", ma è contento quando sua madre gli insegna a rispettarli come persone. Restano fatti non chiariti, misteriosi, come quelli che riguardano il sesso, cose che devono per ora accontentarsi di spiegazioni parziali e imperfette.

Ma non è solo per quello che rivela del mondo di provenienza di Coetzee, e della sua formazione che va letta questa autobiografia. Ma perché ci dice qualcosa anche sul clima culturale generato in Sudafrica dai lavori della TRC, la "Commissione per la verità e la riconciliazione" voluta da Nelson Mandela e Desmond Tutu, con il compito di accertare e rendere pubbliche le violazioni dei diritti umani emerse dai racconti delle vittime dell'apartheid. Una una sorta di tribunale aperto che ha operato dal 1995 al 1998, un grande rito catartico che l'intera popolazione ha ritenuto necessario, assolvendo al bisogno di confessione e di verità. L'ethos della TRC ha in un certo senso trasformato quella che negli anni ottanta e nei primi anni novanta era stata definita una letteratura allegorica e apocalittica in una letteratura focalizzata sulla crisi delle coscienze, sul tema della verità e del perdono, sulla necessità della confessione pubblica e dell'espiazione. Le opere più recenti dei più noti scrittori sudafricani bianchi, da Un'arma in casa di Nadine Gordimer, da Vergogna di Coetzee a Desiderio di André Brink (tutte tradotte in italiano, Einaudi e Feltrinelli), vanno lette in questa ottica, e non solo queste. Moltissimi altri romanzi di autori afrikaner, meticci e neri (Zakes Mda, Antjie Krog, Zoe Wicomb, Mandla Langa, Sindiwe Magona, etc.), pubblicati alla fine degli anni novanta, sembrano dettati dalla necessità di fare i conti con il passato e con gli anni dell'apartheid e i propri sensi di colpa. Sarebbe ora che l'editoria italiana provasse a tener conto di queste altre voci e ci offrisse un quadro meno parziale della produzione letteraria sudafricana contemporanea.

Recensioni dei clienti

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    Michael Moretta

    01/05/2013 18.32.32

    Un libro che mi ha lasciato una tristezza profonda ed un senso di disagio notevole. Coetzee racconta la sua infanzia fino all'età di 13 anni, i rapporti con i suoi genitori, con i parenti, con suo fratello ed i suoi amici, il tutto nel Sudafrica degli anni 50, tra inglesi, afrikaners, nativi. Dal racconto si capisce la complessità del rapporto madre-figlio, in bilico tra eccessivo amore, la definirei quasi idolatria per la figura materna, ed un odio latente, che si manifesta nella voglia di far del male alla madre, con gesti, parole e comportamenti, come quando il bambino si fa supplicare per accompagnare la madre al funerale della zia morta ( dato che lui adora farsi supplicare...). Dall'altra parte abbiamo l'odio ed il disprezzo incondizionato verso il padre, che da procuratore legale benestante a Città del Capo si è trasferito a Worcester per fare il ragioniere in una ditta e poi decide di riprendere la sua attività legale, facendo sprofondare però la famiglia nei debiti ed iniziando a bere. Anche a scuola il piccolo Coetzee, pur essendo il primo della classe, si dimostra sempre insicuro, in balia degli altri, intento solo a cercare di essere il più bravo ma in difficoltà nei rapporti con gli altri bambini. Mi rimane l'impressione di un bambino cattivo, bugiardo per natura, manovratore e pieno di rancore verso i suoi genitori....verso suo padre che odia per la sua inettitudine e verso sua madre perché, paradossalmente, lo ama troppo, lo protegge e lo cura troppo. Lo stile di Coetzee è diretto, asciutto, lineare, fatto di frasi brevi e semplici ma che colpiscono come un macigno e riescono perfettamente a trasmettere al lettore tutta la pesantezza e la difficoltà di una vita in quel contesto familiare e culturale. Personalmente non è lo stile che prediligo ma non posso non apprezzarlo data l'intensità delle emozioni che un libro così piccolo mi ha lasciato. Con grande curiosità vado ad iniziare la seconda parte di questa trilogia.

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    Blackdog

    21/06/2005 12.56.15

    L'ho letto dopo aver apprezzato molto Vergogna ma, purtroppo, questo non l'ho trovato così bello. Lento e un pò noioso.

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    andrea

    09/07/2003 12.39.00

    Un romanzo interiore sullo stile dei grandi classici. Stile coinvolgente fin dalle prime pagine e una continua tensione emotiva che non conosce sosta fino al termine del romanzo. Da leggere assolutamente.

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