Un infinito numero. Virgilio e Mecenate nel paese dei Rasna

Sebastiano Vassalli

Editore: Einaudi
Collana: Supercoralli
Anno edizione: 1999
Pagine: 254 p.
  • EAN: 9788806147457
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    Antonio

    08/06/2012 20:25:47

    "Un infinito numero" è un libro di Sebastiano Vassalli. Mecenate, Virgilio ed il suo segretario Nicodemo si inoltrano nelle terre dell'Etruria per scoprire le origini di Roma: alla fine comprendono che il tempo è un cappio mortale e la scrittura menzogna. Vassalli è stato definito un "Manzoni senza la Provvidenza", ma "Un infinito numero" non è romanzo storico, poiché della storia l'autore raccoglie solo qualche frammento per costruire una parabola metafisica sul nulla. Il Nostro è fondamentalmente autore nichilista: d'altronde gli stessi "Promessi sposi" - cui si richiama spesso lo scrittore genovese - se vi sradica Dio, sono un'opera mortuaria e desolata. Libro dunque tetro, eppure non privo di fascino, nell'apertura di alcune pagine verso il mistero del cosmo, nel disegno di una cultura, quella etrusca, popolata di ombre, ma pure amante dei piaceri della vita. Nell'epilogo l'io narrante, il greco Nicodemo, emerso dalle nebbie del passato, passa il testimone all'autore (ed a noi) per consegnargli la sua amara saggezza, la sua deserta verità.

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    Chiara Persichitti

    09/07/2005 11:24:12

    Il mio libro preferito. Un vero capolavoro di Vassalli. Una prosa come non se ne leggono spesso e un racconto sulla scrittura, sul tempo, sulla storia delle origini di Roma che lascia senza parole. Indimenticabile.

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    Angela

    20/03/2001 19:39:14

    Ho letto il libro, più che letto l'ho divorato.... Appassionante, intrigante, in continuo gioca tra il misterico ed il misteriosofico... Merita decisanmente, a mio dire, la rivalutazione di una civiltà, quella etrusca (I Rasna), forse troppo poco considerata nella ricostruzione dell'ancestrale retaggio di Roma antica... Le figure tinteggiate con tratti da bozze impressioniste, si impongono alla narrazione come da dietro un velo che le lascai intravedere ma mai scoprire nella loro interezza... Ottima prova di romanziere, con un apporto storico coraggioso ma non documentabile

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recensioni di Fornaro, P. L'Indice del 2000, n. 01

Romanzo e storia, ma come? Romanzo storico? Quando si accostano narrazioni quali Un infinito numero che all'epiteto "storico" né ambisce né s'adatterebbe, si può riflettere su qualcosa di più che sul mero esito letterario. Un romanzo volutamente "antistorico" dice, non volutamente, molto della storia contemporanea nostra, e non solo letteraria.
Sappiamo: il romanzo storico fu in gran voga per tutto il secolo scorso; in questo nostro secolo di crollate certezze è stato spesso evitato e riguardato talora come residuo, segno di colpevole ritardo, di imperdonabile disattenzione ai magmi oscuri e ai flussi incerti che fanno il romanzo contemporaneo, normale riflesso del caos e dell'insignificanza.
Però nel Novecento non mancarono - tutt'altro - romanzi storici o quasi, anche su Virgilio e Augusto, predisposti a prospettiva "revisionista", se così si può dire. E non era una novità assoluta. Nel 1803, a firma Mar de Vesoul si pubblicavano i Mémoires historiques écrites sous le règne d'Auguste; fra il 1890 e il 1900, Anton Giulio Barrili scriveva Occhio di Sole ed Elio Staleno. I fasti di Roma eterna e imperiale vi eran giudicati dalla provincia gallica o ligure in età napoleonica o umbertina e secondo misura non politica. Nel nostro secolo Günther Birkenfeld (Augusto. Il romanzo della sua vita, 1937) sposa le ovvie ideologie del ventennio nazionalista, ma è controtendenza breve, vanamente restaurativa; John Williams (Augustus, 1972) e Alan Massie (Augusto. Autobiografia, 1988; Newton & Compton, 1988) tornano non solo al dubbio dei destini troppo alti e lontani, ma introducono anche una gnoseologica sfiducia nella storia, o almeno in quella ufficiale raccolta da tutti gli storiografi. Mentore, o anche solo occasione per dar la stura a simili insoddisfazioni, è il personaggio di Virgilio, cantore del provvidenzialismo politico, ma per rassegnazione o per illusione quando la speranza dell'umanità sembrava svanire più che riaccendersi. Così in Williams leggiamo che "il poeta contempla il caos dell'esperienza, la comprensione del caso e i regni incomprensibili della possibilità", e in Massie che "il maestro di parole comprende il silenzio e vede realtà nascoste". Realtà nascoste e regni di possibilità (lo diceva già Aristotele) non competono certo allo storico, bensì al poeta; e "nel poeta" sta di certo il dolente grumo autobiografico di siffatti narratori che con la storia - sia pur per ricusarla - devono misurarsi. Ma è necessità: il poeta che doveva esser celebratore del trionfante vero di Roma diviene, nel Novecento, testimone pur reticente di ciò che non appare alla ribalta del mondo, di qualcosa che altrimenti resterebbe ignoto e che forse non è storia, ma oscura ontologia umana, inattingibile a ogni indagine che si affidi al mero succedersi degli avvenimenti documentati.
Un romanzo storico oggi può dirsi tale e si può scrivere solo per antifrasi, come appunto fa Vassalli riproponendo l'inscindibile ambivalenza ideologica del principe e delle lettere, vero nocciolo di motivazione narrativa per una controstoria semiscandalosa in cui Augusto, Roma e i miti imperiali siano visti (e giudicati) da lontano e da vicino. Nel Romanzo di Virgilio, scritto da Luigi Ugolini nel 1951, la forza cogente di tal legame giunge anche alla narrativa per ragazzi. Verità e storia non collimano: le pagine dell'infanzia virgiliana sono le sole belle e leggibili.
Il vero e intero esito di tal filone narrativo si produce invece nel grandioso romanzo-antiromanzo di Hermann Broch (La morte di Virgilio, 1958; Feltrinelli, 1993). Lì è l'opposizione più radicale e più profondamente scrutata fra poeta e autocrate, fra veggente e politico, fra indagatore e adulteratore del vero, anche se poi, come infinite altre volte, la storiografia la mostrerà composta, provvisoriamente e però indefinitamente, in articulo mortis, come lascito di un'imperfettibile impresa universale. In agonia Virgilio si duole, quasi attraverso sperimentale catabasi, dell'aver cantato destini politici e non già verità più eterne e trascendenti, le orfiche vie di salvezza per l'umanità intera e per l'uomo di sempre che, dal suo poema più autentico e non mai scritto, avrebbe meglio appreso i suoi destini oltreumani. L'Eneide era pertanto da dare alle fiamme anche se si era salvata per devozione d'amici e per calcolo di sovrano.
Vassalli dice qualcosa di più grave ancora: "l'Eneide, purtroppo, non è stata distrutta". L'ultimo narratore di Virgilio nel secolo nostro non riscrive né corregge la storia, la impugna in sé, la usa di sghembo come enorme, inevitabile apocrifo. Tra argini e pioppi padani gli appare in dormiveglia un sedicente Timodemo che narra lungamente di sé: dell'infanzia desolata in Grecia, del viaggio fra schiavi per l'Italia, del suo ufficio servile di letterato svolto costì. Un'allucinazione, per tal vicenda da narrare, è certo più appropriata del solito manoscritto ritrovato; ed è strumento misterico: anche Omero era pur apparso a Ennio secondo il verbo orfico-pitagorico. Risulta però immediatamente smentita la pietosa leggenda, da sempre accreditata nelle lettere a nostra consolazione e giustificazione, dell'humanitas greca o latina. Il mondo intorno, già allora, era brutale e costitutivamente fraudolento; i richiami del destino all'avvenire erano inganni precostituiti dai detentori del potere e delle ricchezze, e Roma era già molto avanti nell'opera di dissoluzione dell'antica cultura italica, etrusca in primis.
Ci potremmo attendere da Vassalli una "visione dei vinti", una storia d'adattamento invilito e compromissorio secondo il modello che Nathan Wachtel ha proposto per le civiltà precolombiane del Perù. Ma per l'estremista Vassalli neppur questo si può dare. Mecenate, il gran notabile dell'Etruria che dà personificazione di tal programma augusteo mirante all'assimilazione, al livellamento e all'eliminazione d'ogni autonomia, anche culturale, è il personaggio fra tutti più inutile e deluso; crede o vuol credere nel denaro che tutto semplifica secondo dare e avere, pensa che l'amore sia solo sfogo da ottenere nei bordelli come nei templi, finisce inascoltato e tradito anch'egli da chi nel suo troppo cinico zelo ha trovato sgabello. Timodemo lo conosce da vicino perché ha avuto la fortuna d'esser comprato, al mercato degli schiavi, da Virgilio. Gli ha fatto da segretario amanuense e ha scrutato sul volto severo e taciturno del poeta i cambiamenti del tempo politico e civile allora procedenti di gran carriera. Narra appunto di un viaggio in Etruria di Virgilio e Mecenate da lui accompagnati. Nella dolce campagna, già ricca e placidamente gremita di uomini e mandrie, ora desolata da nuova colonizzazione, socialmente degradata in modi di vita estranei e involgariti, si fa visita a un santuario decaduto e deserto. Il sacerdote, veggente più del poeta e icona dell'autore stesso, custodisce una memoria mantenuta con segni non scritti, non alterabili né adulterabili, e però segreta e perigliosa, nonché fatiscente: è lì esposto il gran tabulato del destino e del tempo irto dei chiodi infissi in successione, anno per anno e giunti ormai al margine estremo del legno tarlato. Non ci sarà futuro per i Rasna o Raseni o Etruschi. I culti dell'antica dodecapoli sono ormai vano folklore, la prodigiosa tecnica degli orafi è perduta, solo la cucina e le allegre feste all'aperto si mantengono, fanno rammentare un nebuloso passato.
Nel santuario profetico e oracolare si può scegliere di conoscere il passato o il futuro; o meglio si deve scegliere fra rimpianti e speranze. Così, in fondo, l'autore sceglie fra senso narrativo teleologico volto a chiarire nel seguito storico la vicenda stessa e senso narrativo rammemorante e nostalgico che investiga nei fatti un significato autonomo già esaurito e conchiuso. Nostalgia e rimpianti paiono più accettabili di speranze confiscate senza più riparo dalla politica e dalla prevaricazione sociale; e paiono anche più rispondenti a un indimostrabile vero. L'antica vicenda di Roma a cui Virgilio presterà il suo canto inevitabilmente falsato da calcolo propagandistico poteva dire cose ben diverse da quelle poi utilizzate per opera sua. Tradimento ancora, uno fra i tanti, dei clercs?
Anche questo, certo. Ma la storia dei fatti reali era, a dismisura, truculenta ab origine? e l'utile falsità doveva essere imposta brutalmente in proporzione. Prima che in Romul fratricida, Roma, tredicesima città etrusca, ma ribelle al sistema federativo della dodecapoli, aveva avuto in Eneas il suo eroe progenitore ed eciste. Ma il guerriero più tardi celebrato come pius era stato per la verità un capobanda venuto dalla Lidia a seguito della caduta di Troia e aveva recato in terra italica il seme di una violenza efferata appresa e subita nei dieci anni d'assedio. Eneas era massacratore e stupratore (sa Vassalli che in Servio, Comm. in Aen. III 80, si ricorda dell'eroe un episodio di tal fatta?) e tra le sue vittime era la stessa Camilla, commemorata e sublimata come vergine guerriera da Virgilio medesimo. Per il poeta medesimo quindi il poema prende corpo come frutto bastardo di commiserazione e autoinganno, vile obbedienza al potente che sovverte anche l'evidenza a propria giustificazione e a coonestazione di illimitate pretese autocratiche.
Gli Etruschi, senza memorie scritte per scelta ben deliberata, già sapevano che all'alterazione del vero non c'è rimedio per chiunque, vincitore o vinto, scriva ricordando o per far ricordare. Virgilio, mite anima etrusca, resiste come può e non sa contrastare gli haud mollia iussa di Mecenate che sapeva far fruttare per Augusto il potere delle immagini (si veda Paul Zanker, Augusto e il potere delle immagini, 1983; Einaudi, 1989) e sapeva anche che la parola scritta produce immagini assai più autoritative e durevoli delle statue, delle colonne e degli archi trionfali.
Augusto con il renitente poeta non ammette obiezioni: "io ho deciso che l'Eneide dovrà diventare il simbolo di Roma, in quest'epoca e anche nelle epoche che verranno; e sono sicuro di avere scelto l'opera giusta". Il poeta, nell'ultimo anno di vita, gravemente ammalato e "ossessionato da due cose: dal giudizio dei posteri e dall'ira dell'imperatore", è costretto a consegnarsi alle guardie, e il manoscritto che vorrebbe bruciare, opera bella della sua stessa pietosa falsità, gli viene sottratto. La pietas dell'antico, proposta a illustrazione nobilitante del progetto politico moderno, diviene mito e mezzo autoassolutorio dell'autocrate. Dopo la morte del suo autore il poema sarà pubblicato in palese violazione delle disposizioni testamentarie e assicurerà come vera una falsità pervasiva ed enorme. Narrarla in versi o in prosa è già frode; il mondo dominato da dèi infidi è proprio "il mondo scritto, con gli uomini che si dibattono tra i fili delle loro stesse parole come le mosche nella tela del ragno". Il vero potrebbe annidarsi solo dove non sia traccia d'inchiostro.
Qui, come nei suoi precedenti romanzi, il radicalismo di Vassalli non lascia scampo; il suo revisionismo è assoluto e manda un messaggio opposto a quello di ben altra stagione italiana, pur altrettanto compresa di necessarie revisioni storiografiche. In Cristo si è fermato ad Eboli Carlo Levi scrive una bella pagina spiegando come l'humilis Italia virgiliana potesse essere l'Italia contadina del Sud in millenaria attesa di riscatto civile e da sempre necessariamente, quasi antropologicamente, estranea alla ragion di Stato di Enea, alla sua araldica imperiale e alla sua morale guerriera. Gli Etruschi di Vassalli son pure metafora del silenzio immemorabile, quel silenzio dei testimoni che sgomentava Manzoni quando scriveva di storia longobardica e di Latini asservi-
ti: "una immen-
sa moltitudine d'uomini, una serie di generazioni, che passa sulla terra, sulla sua terra, inosservata, senza lasciarvi un vestigio, è un tristo ma portentoso fenomeno; e le cagioni di tanto silenzio possono dar luogo a indagini ancor più importanti, che molte scoperte di fatto". Timodemo Vassalli ne è altrettanto persuaso e non ha conforti religiosi suoi, solo una lucida e ironica curiosità: "aveva continuato a parlare fino a sera ed io avevo continuato ad ascoltarlo e a prendere appunti, perché la storia mi interessava e perché alcuni dei suoi personaggi erano uomini famosi di cui già sapevo (o credevo di sapere) molte cose, per averle lette nei libri: Mecenate, Augusto, Virgilio... Mi incuriosiva anche quella parte del suo racconto che riguarda gli Etruschi, e le ragioni del loro ostinato silenzio. Gli Etruschi, in questo nostro mondo popolato di grafomani fino dall'età della pietra, sono l'unico popolo che non ha lasciato scritto niente di sé". Un popolo quindi mai illuso di sé e del mondo. Una storia del passato, di tal passato così nascosto e infinitamente ripetuto, sarebbe inutile filosofia della storia stessa e potrebbe anche non esserci. Sapienza è rassegnarsi a tal silenzio, a "questa voragine".
Vassalli opera una scelta di rigoroso nichilismo; nella sua narrazione non ci sono uomini ma piuttosto personaggi d'una rappresentazione antica rammemorata dal primo narratore al narratore autore, quasi sgravio emotivo e concettuale per chi ha assegnato ad altri l'incarico insostenibile se direttamente affrontato. Nichilismo: nel futuro dovrà tornare il passato di sempre, da un fondo tenebroso e divino riprenderanno vita, per forza di pensiero, sole, luna, stelle, piante, animali e altri uomini come noi: l'essere è nel fenomeno e non ha giustificazioni in sé, la storia è fenomeno di fenomeno se, così si può dire. Timodemo è anche filosofo e non fatica affatto, con il fantasioso e allucinato racconto autobiografico, a persuadere l'autore. Vassalli è di suo buon narratore, ha doti di scrittura asciutta e parole definitorie, certi momenti della vicenda si imprimono nella mente di chi legge e la lettura corre senza sforzo d'attenzione. Ma non era ex hypothesi inutile il narrare stesso dello storico o di chi per lui? Una paradossale speranza, da non porsi sotto alcun segno di ragione o di fede, percorre comunque queste pagine di dissacrazione totale.
Forse possiamo almeno deporre il gravoso carico di mistificazione che ci sta sulle spalle, e procedere alquanto più leggeri. Giuliano Gramigna ha scritto nel 1972 L'empio Enea, romanzo diviso tra immaginario psichico e realistica banalità; vi si accertava che Enea potesse deporre dalle spalle il padre Anchise e che quindi l'autoritativo dovere famigliare, civile e patriottico potesse ridursi a più assolvibile richiesta. Vassalli offre un monito e un'esperienza non solo privata; simile in questo ai suoi immaginari Etruschi, coscienti della morte ineluttabilmente vicina e però affascinati dalla vita stessa, effimero dono e ingiustificata meraviglia; tal persuasione sembra bastargli per scrivere e per comunicarla come messaggio ultimo al lettore. Oltre ai già noti meriti del narratore, l'ultima opera ha forse quello di chiarire meglio una posizione di pensiero dolente e solerte insieme pur nell'amarezza del tempo più nostro, nella ragionata sfiducia in noi medesimi, sempre inopinabilmente meschini e disumani, mai capaci di trovare accettabili motivi per il male fatto e subito; ed è come dire incapaci di trovar motivi sufficienti per raccontare utilmente un qualsiasi nostro passato.
Nell'ultimo anno del secolo Vassalli ha ben obbedito alla divinazione fatta da Oscar Wilde (Il critico come artista) prima ancor che finisse il precedente, quando già il romanzo storico mostrava tutta la sua inadeguatezza e non si poteva però pensare a romanzi scritti contro la storia: "L'unico dovere che abbiamo nei confronti della Storia è di riscriverla. Dare un'accurata descrizione di quanto non è mai accaduto non è solo il giusto compito dello storico, ma il privilegio inalienabile di qualsiasi uomo abile e colto". Sarà Vassalli convinto, non dico contento, almeno di tal evidenza storica?


Un romanzo di grande tensione narrativa sul valore della scrittura, ma anche su quell'«infinito numero» di combinazioni possibili che disegnano la Storia.

«La scrittura ci fa orrore, così come ci fa orrore la morte. La parola scritta è un segnale di morte: non lo sai? Tu che di mestiere fai lo scrivano, non hai mai riflettuto su questo genere di cose? Gli animali non possono morire: soltanto i loro nomi muoiono. Chi non ha un nome, e non può scrivere il suo nome, non muore in eterno.»

Un giovane schiavo, Timodemo (la voce narrante della storia), nato e vissuto in Grecia fino all'adolescenza e educato per divenire un "grammatico", viene portato in Italia dal suo padrone e comprato da un poeta, «uno dei più grandi che siano esistiti nel mondo»: Virgilio. Non sa ancora che questa sarà la sua fortuna, perché lo porterà a vivere una vita avventurosa e ricca. Divenuto liberto e accompagnatore ufficiale del sommo poeta, condivide con lui esperienze eccezionali. Come la frequentazione dei più importanti personaggi della politica e della cultura del periodo, in particolare Ottaviano Augusto, convinto di dover dare a Roma prestigio storico oltre che militare.

Ossessionato dal confronto con i monumenti egizi e con la millenaria e prestigiosa storia greca, Ottaviano decide di commissionare un grande poema al miglior autore dell'epoca, un poema che crei il mito di Roma, naturalmente con riferimento alle poche nozioni storiche conosciute. La scelta cade su Virgilio, presentato a Ottaviano da Mecenate, uomo di origine etrusche, secondo il quale «tutto ciò che era sorto, in un lontano passato, sulle rive del Tevere, era sorto per opera dei Rasna, cioè degli Etruschi». Un'affermazione che lascia scettico Virgilio. Com'è possibile che all'origine della storia di Roma vi sia una civiltà senza letteratura, che non ha lasciato nulla di scritto? Per rispondere a questa domanda è necessario intraprendere un viaggio nelle terre degli etruschi, alla ricerca della verità. Virgilio, Mecenate e Timodemo partono per raggiungere l'Etruria e la città sacra di Rasna (accompagnati, tra l'altro da alcune giovani donne) alla ricerca del sacerdote di Velthune, un saggio con doti di veggenza in grado di svelare loro la verità sulle antiche radici dell'Impero romano. E ciò che scopriranno, durante una notte di visioni e incubi, non sarà certamente edificante per l'immagine aulica, immacolata dei fondatori di Roma. Al suo ritorno Virgilio scriverà l'Eneide rappresentando Enea come un uomo assai diverso da quello apparso nel sogno visionario.

Un infinito numero è il romanzo di un'epoca e del forte contrasto tra due grandi civiltà: quella etrusca, che rifiuta la letteratura e la parola scritta, considerata portatrice di morte, e quella della Roma augustea, che viceversa l'esalta, addirittura la mitizza come l'unico modo per sopravvivere dopo la morte, l'unica forma di eternità possibile. Ma è anche il romanzo dell'Eneide, della sua genesi e della sua fortuna, ed è una storia di vita quotidiana, con le piccole a grandi regole sociali, le tradizioni e le abitudini di vita che allontanano e dividono due popoli con radici comuni. La storia ha un infinito numero di possibilità, come il futuro, che si mescolano e ritornano e c'è chi può «cancellare le cose del mondo e i loro nomi... Allora tutto ricomincerà dall'inizio».

A cura di Wuz.it


Le prime frasi

Era una bella giornata d'autunno. Oltre il muro del giardino e di là dagli alberi, si sentiva il rumore delle grandi macchine trebbiatrici che lavoravano nei campi alla raccolta del riso. Si sentivano e non si vedevano, perché passavano altissimi sopra le nostre teste, gli aeroplani in partenza o in arrivo dall'aeroporto di Milano Malpensa; e c'erano anche, in sottofondo, le voci della natura. (Lo stormire delle fronde, il cinguettio degli uccelli non sono ancora scomparsi del tutto da questa parte del mondo che è la pianura del Po, ma non sempre è possibile ascoltarli, in una realtà ormai interamente dominata dai rumori meccanici).
"Il tempo, - disse Timodemo, - è pieno delle nostre storie e non sa cosa farsene. E anche noi, che siamo i personaggi di quelle storie, finiamo poi sempre per soffermarci su un dettaglio, e perdiamo di vista l'insieme..."
Si sedette su una panchina in fondo al viale, e alzò la toga per non calpestarla. Soltanto allora feci caso a come era vestito, e anche a un cerchio d'oro che portava al polso della mano sinistra e che rappresentava l'urobòros, il serpente che inghiotte sé stesso. Una delle immagini più antiche, e più universalmente note, del tempo.
L'uomo che mi stava davanti dimostrava una cinquantina d'anni. Aveva la barba grigia, era un po' calvo e parlava un latino per me abbastanza comprensibile, grazie ai ricordi di liceo e d'università. Mi indicò un gruppo di miei personaggi, uomini e donne, che passeggiavano tra gli alberi e parlavano tra di loro in modo piuttosto animato. "Osservali con attenzione, - mi disse. - A vederli da qui, sembra che si debbano scambiare chissà quali notizie. Ma se ti avvicini e li ascolti, ti accorgi che ognuno di loro sta soltanto recitando una parte: la sua parte, e continua a ripeterla..."

Ricordo di aver provato un moto di fastidio, per quello sconosciuto che si permetteva di criticare i miei personaggi. Chi credeva di essere? Non era anche lui un personaggio come gli altri, venuto nel mio giardino per lo stesso motivo per cui ci venivano tutti?
Se devi raccontare una storia, - gli dissi, - raccontala. Io ti ascolto. Ma, per favore, risparmiami questo genere di considerazioni..."
Lo guardai e vidi che sorrideva. Chissà cosa aveva voluto farmi intendere, con quello strano preambolo! "Ci sono storie, - mi rispose dopo un breve silenzio, - che rimangono sospese fuori del tempo perché i loro personaggi ne conoscono soltanto una piccola parte, e perché nessuno riesce a vederle per intero. Sembra incredibile ma è così. Anche il mio amico Virgilio, nei suoi ultimi giorni e mesi di vita, si era reso conto di essere passato vicino a una di quelle storie, e di non avere saputo riconoscerla..."
L'uomo seduto sulla panchina continuò a parlare finché il sole, che allora era ancora alto sopra le nostre teste, scivolò pian piano dietro alle montagne che chiudono a occidente questa pianura, e finché il freddo e l'umidità della notte incominciarono a insinuarsi dentro alle mie ossa di vivo. Ed ecco la trascrizione, fedele per quanto mi è stato possibile, di quel suo lungo monologo.


I.
Timodemo

Mi chiamo Timodemo e sono nato in Grecia, in una piccola città di nome Nauplia, a poche miglia da Argo. Nauplia è il nome di un borgo in riva al mare; e io, quando vado indietro con la memoria fino ai giorni della mia infanzia, rivedo una strada che scende verso una spiaggia piena di scogli, e un grappolo di case imbiancate a calce, con le porte e le finestre verniciate nei colori dell'arcobaleno: il rosso, il giallo, l'azzurro, il viola, il verde smeraldo... Anche le barche dei pescatori che ci sono giù al porto sono dipinte con gli stessi colori e, in più, mostrano sulle fiancate immagini di draghi, di arpie, di divinità infernali o celesti. In quel posto c'è sempre il sole, e non piove mai. (Io, almeno, non ricordo di aver visto piovere). Ci sono molti bambini e molti cani che gironzolano da una casa all'altra e poi ritornano sul molo del porto, i bambini per giocare tra le reti e le barche tirate in secco, e i cani per disputarsi qualche carogna di gabbiano o per stendersi al sole. Ogni tanto si sentono delle grida e si vedono delle donne che corrono verso gli scogli, dove altre donne scarmigliate indicano un punto nell'acqua: "È lì! No, è lì!" Queste cose succedono quando cade in mare un bambino; ma, in genere, nel momento in cui le donne gridano non c'è più niente da fare, perché il bambino, dopo aver annaspato per un tempo ragionevole, è andato sott'acqua. I bambini, a Nauplia, sono poco più numerosi e poco meno randagi dei cani. L'unica differenza fra le due tribù, quella dei bambini e quella dei cani, è data dal fatto che i cani, di notte, dormono dove capita, mentre i bambini dormono dentro alle case. Quasi tutti (bambini e cani) hanno dei genitori. Io ho una madre, Pasitea, con due poppe grandi ciascuna come la mia testa, e i capelli neri tenuti sciolti che le arrivano fino in vita. Attorno a mia madre ci sono uomini sempre diversi che le portano roba da mangiare o vestiti, si sdraiano sul suo letto e qualche volta prendono in braccio anche me. (Fine del ricordo). Soltanto dopo qualche anno che sono andato via da Nauplia ho poi capito cosa faceva mia madre per vivere, e perché io non avevo un padre. Pasitea era una prostituta e gli uomini che venivano nella nostra casa erano marinai. Nauplia è il porto di Argo, una città importante e con molti traffici; e chissà, forse quelle case sopra il molo erano tutte abitate da prostitute. Forse i bambini con cui io giocavo erano i loro figli. Anche se non posso esserne sicuro, credo che l'ipotesi che ho appena fatto sia accettabile e, anzi, verosimile.