L' informatore: Silone, i comunisti e la polizia

Dario Biocca,Mauro Canali

Editore: Luni Editrice
Anno edizione: 2000
Pagine: 280 p.
  • EAN: 9788879842082
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    arturo vanni

    28/04/2003 18:05:16

    Un libro estremamente fazioso in cui i documenti citati non vengono contestualizzati, come si conviene ad uno storico, ma riprodotti con l'unica volontà di denigrare Silone. Non convince e, nonostante gli sforzi degli autori e la pubblicità di cui il libro ha goduto, lascia estremamente perplessi.

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recensioni di Falcetto, B. L'Indice del 2000, n. 06

Alcuni passi della prima edizione italiana di Pane e vino (Nuove edizioni di Capolago, Lugano, 1937, p. 322) dedicati ai temi della delazione e del controllo poliziesco sulla società non figurano più nella stesura del 1955. Ne trascrivo due (che figuravano nel dialogo-confessione fra Luigi Murica e Pietro Spina) e provo a prenderne spunto per qualche considerazione su quel che sta accadendo dell'immagine dell'opera letteraria di Silone nel fuoco della controversia di questi mesi:
"Don Paolo ricorda i numerosi casi di delazione politica da lui conosciuti nella vita di partito; la vita di un'organizzazione clandestina in un paese sottoposto alla dittatura è continuamente dominata da una lotta cieca contro le infiltrazioni poliziesche. Ma la figura del delatore egli se l'era sempre immaginata in un modo alquanto convenzionale ed uniforme; per la prima volta egli vede dibattersi davanti a sé un pover'uomo, nel quale tutto ciò che c'era di umano è stato offeso";
"È noto che in ogni reparto d'ogni grande fabbrica, in ogni banca, in ogni ufficio importante, la polizia ha i suoi informatori. In ogni casa di città il portiere ha, per legge, la funzione di informatore della polizia. In ogni professione, in ogni circolo, in ogni sindacato c'è una fitta rete di persone che sono a contatto con la polizia, sia per un miserabile guadagno, sia per averne facilitazioni nella carriera. Questo stato di cose getta il sospetto e la sfiducia in tutte le classi della popolazione. La dittatura si regge su questa deformazione dell'uomo in una bestia che trema di paura e nella paura odia il proprio vicino, lo sorveglia, lo tradisce, lo vende e poi ha paura di essere scoperto. [Chiunque ha avuto la disgrazia di cadere in questa vergogna, è anche condannato a desiderare il perpetuarsi della dittatura; egli, nel fondo del suo cuore offeso, la odia mortalmente, ma teme la sua disparizione 'perché allora si saprà tutto ed io sarò scoperto'. Egli resta così legato alla propria vergogna con la catena della paura. Probabilmente quest'è nella tecnica di ogni organizzazione statale, mai però un regime si è eretto sulla corruzione dei cittadini moralmente più deboli e sulla loro complice paura come l'attuale]. La vera organizzazione sulla quale si basa l'ordine attuale è questa occulta corporazione della paura".
Credo che al carattere spesso emotivo, tendenzioso e poco documentato del dibattito su quest'ultimo 'caso Silone' non sia certo estranea l'impostazione che Dario Biocca e Mauro Canali hanno scelto di dare al loro lavoro, quasi da serial storiografico di genere giudiziario, verrebbe da dire. Squilibrio fra costante incremento documentario e persistente modesto interesse per interpretazione e contestualizzazione, struttura argomentativa fortemente assertiva e massimalista, a dispetto di una materia sfuggente e complicata (per natura delle carte, modalità particolarissima del rapporto con la polizia, scarsità di notizie sul Silone di quel tempo, difficoltà di individuare motivazioni). Ma di questo dice benissimo e in modo articolato Franzinelli qui a fianco. A me preme notare che, com'era naturale attendersi, le riflessioni su Silone si sono polarizzate su un versante biografico-morale. La sua opera di scrittore e saggista anticonformista, consegnata a una serie di libri che hanno inciso a fondo sulla coscienza collettiva, sulla vita culturale e politica di questo secolo, ossia la sua identità che più ha contato, quella testuale, è stata sottoposta a un processo di appiattimento e deformazione, lasciata quasi del tutto fuori dal campo visivo o investita di una luce troppo diretta e concentrata. Brani come quelli citati in apertura invitano a una lettura autobiografica immediata: Silone parla di delatori perché è stato uno di loro. Anzi, il meccanismo interpretativo in apparenza sembra maggiormente autorizzato per uno scrittore che ha fatto delle cose e persone viste e vissute la materia prima del proprio mondo letterario. Tuttavia è vero il contrario: nello scrittore autobiografico che sia vero scrittore è vivissima (e lo era in Silone) la consapevolezza delle tante mediazioni che separano la vita dalla finzione, di come le persone, a cominciare dal protagonista, diventino personaggi. E allora di fronte all'uso lapidario in esergo ai saggi di citazioni tratte da opere letterarie e alla constatazione che Silone nelle sue opere non avrebbe fatto altro che raccontare del suo tradimento è opportuna qualche precisazione. Procedo per punti.
La centralità nella narrativa siloniana dei temi delle menzogne individuali e sociali non può essere schematicamente ricondotta a una personale storia di delazione: numerose altre esperienze di attrito apparenza-realtà costellano la sua esistenza, già dagli anni più giovanili, e possono motivare quella visione del mondo (terremoto, corrispondenza con Zauri, esilio, ecc.). La presenza in Pane e vino della vicenda di Murica (la storia di una spia) non è certo un ingrediente inconsueto nella sceneggiatura di un romanzo che narra delle vicende di un movimento di opposizione in clandestinità. Tanto meno se l'autore ha scelto di costruire l'intreccio come esplorazione di una varietà di atteggiamenti esistenziali a partire da una situazione analoga (Spina è il comunista in crisi, Romeo il comunista organico, Murica quello che cade e si riscatta, Uliva quello che approda a un gesto anarchico-nichilista, ma si potrebbe continuare, uscendo dal partito e prendendo in considerazione il gruppo di coetanei di Spina). Al testo letterario non si può imporre una tesi colpevolista o innocentista: è più che verosimile che in Pane e vino e in altre opere siloniane si siano depositate le tracce di un'esperienza del mondo della delazione, ma il personaggio non può dirci nulla di certo sulla forma o il grado di coinvolgimento dell'autore. Dalla lettura dei testi letterari non può che venire, mi pare, un invito a un metodo di lettura fatto di attenzione, complessità, pacatezza di giudizio: non si tratta dunque di trattarli alla stregua di documenti, semmai di non dimenticare che anche i documenti non sono un dato inerte e neutrale, ma oggetti vivi, portatori di intenzioni, costruiti in funzione di un destinatario, un obiettivo, un contesto.
E se si vuole ragionare dell'opera di Silone in relazione alla sua vicenda di informatore non si può dimenticare che la sua identità di scrittore negli anni trenta si costruisce essenzialmente attorno a una denuncia feroce e di notevole acutezza sociologico-politica del totalitarismo fascista in tutte le sue forme. Senza trascurare nemmeno, come testimoniano le citazioni in apertura, la rete fittissima di sorveglianza e delazione con la quale il regime aveva avvolto la società. È anche questa la concretizzazione del programma di lavoro che Silone illustra nella lettera a Bellone del 13 aprile 1930, dove al proposito di "abbandono completo della politica militante" si affianca - in modo davvero curioso per un collaboratore convinto e organico della polizia - quello di una " attività letteraria ed editoriale" democratica, da condurre nell'interesse di operai e contadini, anche sulla base dell'"influenza e (...) popolarità che in molti centri d'emigrazione io ho acquistato".



recensioni di Franzinelli, M. L'Indice del 2000, n. 06

Dario Biocca e Mauro Canali pubblicarono tra il 1998 e il 1999 su "Nuova Storia Contemporanea" alcuni saggi nei quali, sulla base di informative degli anni venti attribuite al giovane Secondino Tranquilli, si indicava l'esistenza di un collegamento tra il futuro scrittore, all'epoca dirigente comunista, e la polizia. Ora i due storici presentano nel volume L'informatore: Silone, i comunisti e la polizia una cinquantina di relazioni confidenziali risalenti al 1923-30, reperite in un paio di fondi dell'Archivio centrale dello Stato. Il materiale coevo è preceduto da due saggi miranti a comprovarne la paternità siloniana.
La tesi degli autori è presto riassunta: Secondino Tranquilli, "informatore di alto profilo" a partire dall'autunno 1919, sino agli inizi del 1930 trasmise a Guido Bellone, funzionario della Questura di Roma, notizie di straordinario rilievo sulle formazioni politiche di cui fece parte (federazione giovanile socialista e Psi sino al gennaio 1921, quindi federazione giovanile comunista, PCd'I e Komintern), agevolando notevolmente l'azione repressiva contro i movimenti di sinistra, protetto dal nome di copertura di "Silvestri".
Sgombriamo il campo da una questione preliminare: il materiale d'archivio dimostra che i contatti tra il giovane rivoluzionario e un funzionario della Questura di Roma non furono estemporanei né superficiali. Anacronistico, dunque, lo sforzo di quanti, negando il valore della nuova documentazione, ripropongono la tradizionale visione dell'itinerario esistenziale siloniano. Per quanto possa risultare spiacevole, si deve prendere atto del fatto che il materiale rinvenuto da Biocca e Canali è di Secondino Tranquilli, o comunque a lui riconducibile in quanto fonte informativa (per qualche documento servirebbero ulteriori verifiche, ma non è questo il punto). Ai due studiosi va riconosciuto il merito della lunga e paziente ricerca nei fondi archivistici, i cui frutti pongono una serie di problemi solo in parte illustrati dal libro, ma che pure è giocoforza affrontare per oltrepassare il livello notarile dell'attribuzione al giovane Tranquilli delle informative su alcuni aspetti politico-organizzativi dei partiti socialista e comunista. Dal piano polemico e dal livello documentario si deve insomma risalire al campo più compiutamente storiografico della comprensione e della spiegazione dell'aggancio a Bellone, dalle origini all'evoluzione sino alla significativa risoluzione, esaminando cosa esso abbia comportato per il militante della sinistra e, di riflesso, per le formazioni cui egli appartenne.
Tranquilli fu uno strano tipo di informatore, poco o punto interessato a compensi monetari e nemmeno sostenuto da ragioni di simpatia politica verso il fascismo. Il rapporto con Bellone, assolutamente centrale in tutta la vicenda, verteva su aspetti di natura personale, ancora da indagare. Poco si conosce della personalità e della statura del funzionario che fu a lungo interlocutore segreto di Silone. L'ipotesi più probabile è che l'incontro tra i due sia avvenuto durante la militanza dell'adolescente marsicano nei gruppi socialisti della capitale, nell'immediato dopoguerra, col Leitmotiv dell'arresto accompagnato da insulti e percosse, seguito dal colloquio con un funzionario comprensivo e "umano", che chiese all'interlocutore informazioni in cambio di poche lire, per il pane e la pigione. Comportamento abbastanza diffuso a quei tempi, con la riserva mentale di contenere la collaborazione entro i limiti di notizie generiche. In realtà, una volta invischiati nella rete, uscirne era oltremodo arduo. Bellone, funzionario "liberale" abituato a trattare con gli oppositori su un piano di rispetto e di impegno degli accordi, seppe conquistarsi la fiducia del giovane; può darsi che egli, impegnato nel soccorso ai terremotati della Marsica, abbia giocato abilmente la carta della solidarietà col militante socialista e con i suoi conterranei. Cosa rappresentò, per Tranquilli, educato tra i 15 e i 18 anni in strutture assistenziali statali e religiose, quel commissario? Don Orione e Bellone impersonavano istituzioni - religiose o civili - con le quali l'orfano dovette confrontarsi per forza di cose, in una relazione peraltro segnata da sentimenti e da risentimenti, dalla chiusura e dalla ripresa del dialogo. L'adesione al socialismo, nel segno di un rinnovamento epocale e millenarista, convisse col legame personale allacciato con un sacerdote e con un funzionario di polizia. I contatti con don Orione furono più burrascosi di quanto non li si sia voluti dipingere e, cessati i rapporti, il giudizio del reverendo sull'ex allievo suonò assai aspro. La frequentazione con Bellone fu più sporadica, ma il filo comunicativo si mantenne per una dozzina d'anni, dal biennio rosso alla crisi del regime liberale, dall'ascesa al potere di Mussolini sino alla stabilizzazione del fascismo e al debellamento delle opposizioni. I fondi archivistici dell'Acs contengono indicazioni significative sul funzionario e sulle sue frequentazioni di vari esponenti antifascisti, regolarmente tradottesi in resoconti informativi inviati a Bocchini: nell'ottobre 1929, egli riferì alla Direzione generale della Ps sugli abboccamenti con l'ex deputato Baldesi e con altri qualificati esponenti riformisti, e due anni più tardi verificò - attraverso incontri con elementi di rilievo dei movimenti socialista, repubblicano e anarchico - l'inconsistenza di notizie pervenute ai vertici della polizia sulla preparazione di attentati terroristici. Diversi altri riscontri testimoniano un'intelligenza strategica, capace di blandire politici ben più navigati del giovane Silone. Trascurato questo snodo, Biocca e Canali si sono interessati a Bellone unicamente nella prospettiva del rapporto intrattenuto col giovane sovversivo.
Con un eccesso di enfasi, le carte qui pubblicate sono giudicate "sconcertanti e inattese", quando le parti più rilevanti sono da tempo note, in parte anticipate nei precedenti studi di Biocca e Canali o addirittura già edite, come il memoriale del 3 dicembre 1927, il documento di maggiore respiro sul piano dell'analisi politica (trascritto in appendice al mio volume I tentacoli dell'Ovra, Bollati Boringhieri, 1999; cfr. "L'Indice", 1999, n. 12).
Molto vi è da dire sul versante interpretativo. I due studiosi presentano monodimensionalmente le informative, quasi si trattasse di materiale omogeneo, in sequenza cronologica lineare e sempre della massima importanza; i rapporti, viceversa, sono contraddistinti da notevoli salti cronologici (un blocco di relazioni del 1923-24, pari ai quattro quinti del totale, e isolati invii disseminati nell'arco di sei anni), da registri stilistici stridenti (si passa dal rispettoso "lei" al colloquiale "tu") e da dislivelli contenutistici.
Mai, nell'esame di quelle carte, si valuta - anche solo per rigettarla - la possibilità di un doppio gioco o l'ipotesi della redazione di note "controllate" (nelle quali, cioè, affiorasse soltanto la parte meno compromettente delle notizie conosciute dall'informatore). Il libro sostiene piuttosto che il confidente spinse al massimo la collaborazione con la polizia, anche se non se ne chiariscono le motivazioni. Concentrati sulla singola informativa di "Silvestri", Biocca e Canali perdono di vista la questione fondamentale, ciò che rimase sottaciuto: notizie, sia chiaro, tali da poter scompaginare e distruggere l'intero apparato interno del PCd'I; esito al quale, peraltro, la polizia perverrà nel 1931-32, ben oltre la conclusione del rapporto Silone-Bellone.
Il libro gravita attorno alle relazioni confidenziali, sottovalutando sia i contorni politici sia il dato biografico, nell'assenza di un solido inquadramento critico: mancano i raffronti con la stampa comunista coeva (inclusi gli scritti di Tranquilli su "Stato Operaio"), col livello delle conoscenze complessive della polizia sul movimento rivoluzionario, con la controintelligence del partito. La "dimensione informativa" di Silone, descritta in cento dettagli poco rilevanti, è stata isolata e decontestualizzata, con esiti inevitabilmente deformanti: "Silvestri" si staglia in sinistra solitudine, nei panni del più terribile spione annidatosi nel PCd'I.
L'ultimo pa-ragrafo del saggio di Canali, a dispetto della ghiotta titolazione - Notizie preziose -, è costruito con materiale di scarso spessore, inserito nelle informative per mantenere il canale delle comunicazioni con Bellone senza danneggiare rovinosamente i compagni di partito. Ecco perché abbondano le notizie-pettegolezzo sull'ambiente dell'emigrazione. I ragguagli sul "caso Ariel", ad esempio, oltre a essere inessenziali sono persino comici: "Silvestri" segnalò a Roma Arturo Cappa, delegato dell'Internazionale in Egitto all'inizio del 1923, bruciatosi per suo conto con un comportamento arrogante. Vicenda minima e miserrima sulla quale la polizia già conosceva tutto dal materiale sequestrato a un emissario comunista che tentava il rimpatrio clandestino. Tuttavia lo storico non ha dubbi, e insegue, amplificandole, queste false piste, con costanza degna di miglior causa, accreditando Silone come il più prezioso informatore sull'emigrazione e sul Komintern.
La polizia disponeva di ben altre fonti sulla presenza italiana nella terra dei Soviet, ottenute da una miriade di emigranti delusi, da emanazioni spionistiche dell'ambasciata di Mosca e dei consolati, da infiltrati in grado di trasmettere delibere originali della III Internazionale. L'impostazione documentaria e autoreferenziale del libro ha precluso l'utilizzo della letteratura in materia: nella fattispecie, per lo spionaggio italiano in Urss, del volume di Giorgio Fabre Roma a Mosca, edito da Dedalo nel 1990. Se si vuole avere la misura, per quegli anni, di relazioni informative rilevanti, si vedano, nei fondi dell'Acs - per la rete comunista nell'emigrazione e per l'organizzazione clandestina interna - i memoriali di Ugo Osteria, di Romeo Mangano, di Umberto Ferrari, di Ugo Girone, di Eros Vecchi e di tanti altri che, assoldati dalla polizia, consentirono decine e decine di arresti. Personaggi la cui assenza lascia un vuoto, anche solo prospettico, in queste pagine (al pianeta degli informatori si riferisce Biocca citando i due casi di Jonna e Quaglia, ma il richiamo è incidentale, dovuto al fatto che i nomi dei due traditori figurano in una nota di "Silvestri").
Il saggio di Biocca sottovaluta le ripercussioni dell'arresto del fratello minore Romolo (catturato il 13 aprile 1928 e accusato di corresponsabilità nell'attentato terroristico che il giorno precedente aveva ucciso a Milano una quindicina di persone) nell'atteggiamento di Silone verso la polizia; l'informativa del 28 aprile è quanto mai densa di nomi e di situazioni, si riferisce esplicitamente alla cattura di Romolo e spicca nel florilegio delle relazioni per il contenuto pregnante. Altro memoriale che si doveva qui richiamare, per la luce retroattiva gettata sull'intera vicenda, è quello scritto il 12 ottobre 1937 da Bocchini per Mussolini che, allarmato dal successo arriso ai romanzi antifascisti di Silone, aveva chiesto informazioni al capo della polizia: "In tale periodo [1928-29] diede a vedere di essersi pentito del suo atteggiamento antifascista e tentò qualche riavvicinamento con le Autorità italiane mandando, disinteressatamente, delle informazioni generiche circa l'attività di fuoriusciti. Ciò fece nell'intento di giovare al fratello".
L'understatement del dramma familiare sbilancia l'analisi di L'informatore proprio laddove era opportuna la riflessione sull'accentuazione della dimensione informativa, nondimeno condizionata, a dispetto delle circostanze eccezionali, dalla volontà di non oltrepassare determinati confini. Quando la montatura giudiziaria contro Romolo cadde e rimasero a suo carico "soltanto" le accuse di attività comunista, la crisi del fratello maggiore - giunto sull'orlo dell'autodistruzione - sfociò nella decisione di chiudere i rapporti con Bellone e di cambiare vita, radicalmente. La cessazione del legame informativo peggiorò le condizioni di prigionia di Romolo Tranquilli, morto di lì a un paio d'anni. E ciò graverà l'animo del fratello maggiore di una pena intima.
Mentre la prosa di Canali non si discosta dal pedante accertamento delle responsabilità informative, con pagine cariche di osservazioni colte al microscopio e di cui si coglie più l'aridità che non la rilevanza, il saggio di Biocca appare più articolato e attento a quanto si muoveva attorno a Silone; tuttavia lo studioso proprio nell'ultima pagina infila una nota fantasiosa e scoordinata, accostando il ritorno alla politica di Silone (in Svizzera durante la guerra mondiale, alla testa del Centro estero socialista) alla permanenza di Leto - al corrente dei rapporti informativi di "Silvestri" degli anni 1927-30 - al vertice della Divisione Polizia politica.
I documenti costituiscono il corpus centrale del libro, e proprio per questo una resa fotografica meglio avrebbe supportato le finalità del volume che non una trascrizione a volte lacunosa, frettolosa e finanche errata. Imprecise o omesse le intestazioni dei rapporti e le note di protocollo, utili per conoscere la data d'inserimento del documento nel fascicolo; scorretta finanche l'attribuzione di una postilla, spostata arbitrariamente da un'informativa all'altra.
Paradigmatico il trattamento subito dal documento principe (del 13 aprile 1930, malamente riprodotto fotograficamente e trascritto nell'introduzione) nel quale "Silvestri" comunicò a Bellone la fine del loro rapporto: il raffronto con l'originale evidenzia ben 65 (sessantacinque) difformità e non di tipo solamente formale ("coscienza" non è "esistenza"). Appaiono dunque disattesi sia il programmatico "rigore filologico" sia il "più vigile riscontro documentale" evocati a pagina 34.
Incomprensibile la scelta della fotografia di copertina, posteriore di un quindicennio alla risoluzione del rapporto con Bellone: perché si è ricorsi all'immagine dell'intellettuale socialista nel 1945?
Inquadramento e montaggio del volume avvalorano come totalità la parzialità, sottintendendo che negli anni venti l'esistenza di Silone gravitasse attorno alla mansione di informatore. Amicizie, amori, affetti, ideali... s'affacciano in queste pagine nell'eco delle note inviate a Bellone, ignorando ilcarattere autorappresentativo di quegli scritti, condizionati soggettivamente e oggettivamente dallo status dell'interlocutore. Soltanto nell'ultima lettera, quella già ricordata del 13 aprile 1930, si coglie il tono della schiettezza, sull'onda di una crisi esistenziale spinta sino al parossismo. Ma, per l'appunto, quello è l'unico caso.
Si evidenzia scarsa organicità tra i due saggi (ad esempio a pagina 89 Biocca rinvia al saggio di Canali per notizie sul doppiogiochismo dell'amico di Silone, Vanni Buscemi, del quale però non vi è traccia nella monografia di Canali) e tra le due sezioni di documenti (la prima priva di annotazioni, a parte la mera collocazione archivistica; la seconda con varie note esplicative). Assente, tranne in rapidi passaggi, lo scavo psicologico nel personaggio. L'impressione, detta in tutta franchezza, è quella dell'assemblaggio in volume di due contributi originariamente concepiti per pubblicazione autonoma su rivista, con l'aggiunta di un'appendice documentaria.
Una monografia su "Silone informatore della polizia" non può infine ignorare come nella primavera 1930 il trentenne intellettuale si avviò verso l'uscita dal tunnel e, salvando se stesso, scrisse al contempo il più duro atto d'accusa contro il fascismo. Le sue opere narrative - col rovello e l'eco delle lacerazioni del decennio precedente, in riflessioni lucide sui meccanismi utilizzati dal regime contro i dissidenti politici - erano ben note ai dirigenti delle strutture repressive mussoliniane: il capo della polizia politica Guido Leto le teneva nella propria libreria (a quanto mi scrive il figlio Marco) nell'edizione elvetica. Diversi interrogativi ancora attendono una spiegazione compiuta, suggerendo un approccio problematico a struttura aperta. Divenuto il più efficace autore della letteratura antifascista d'esilio, come mai Silone non fu "delegittimato" col disvelamento dei suoi segreti? Lungo tutto l'arco degli anni trenta, sino alla vigilia del 25 luglio 1943, lo scrittore fu sottoposto in Svizzera a una continua sorveglianza da parte di emissari della polizia, che compilarono sul suo conto numerosi rapporti spionistici, ad attestazione del fastidio arrecato al regime da questo