Inserzione per una casa in cui non voglio più abitare

Bohumil Hrabal

Traduttore: E. Ripellino
Editore: Einaudi
Collana: Nuovi Coralli
Anno edizione: 1968
Pagine: 147 p.
  • EAN: 9788806593704
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(recensione pubblicata per l'edizione del 1986)
recensione di Rastello, L., L'Indice 1986, n. 7

Che cos'è un "pàbitel"? Un povero diavolo presuntuoso, un bullo di periferia - ma a Praga, miracolo, i bulli di periferia si trovano al centro del centro - uno smargiasso loquace, un "mitomane imbevuto di albagia distrettuale, e con pretese di dozzinale cultura" (Ripellino), maestro di espedienti da cento lire la decina. Di questi tipi da che mondo è mondo, cioè da quando fu combattuta e persa la battaglia della Montagna Bianca è piena la Boemia, come ogni provincia dell'universo. Da quattro secoli fra le maglie di regimi che si succedono senza troppo mutare della loro sostanza oppressiva e depressiva, poliziotti di vario genere, "pàbitelé" con divisa e bottoni, vegliano sul bene di qualcuno - corona o popolo che sia, - e altri sbruffoni in borghese illustrano all'osteria cento modi per eluderli.
Dopo una bella fetta di vita fra i "pàbitelé" alle acciaierie La Bella Poldi di Kladno, Bohumil Hrabal, primo portavoce di questa razza marginale, mise un'inserzione per una casa in cui non voleva più abitare, e così ingannò una volta di più un mucchio di gente, perché la casa non era poi quella che tutti pensavano e che lui non lasciò. Da allora cambiò modo di scrivere, abbandon• i racconti brevi per costruzioni di più vasto respiro dove poteva occultare i suoi enigmi e i suoi esperimenti: i "pàbitelé" trovarono dimore più grandi per le loro gesta. Ma intanto rimaneva l'inserzione, a mo' di chiosa per un periodo che finiva, sì, ma avrebbe lasciato i decenni successivi ben ingombri del suo ciarpame. Hrabal lo sapeva e di cataste di rifiuti colorati e contorti riempì questi racconti dove le cianfrusaglie si ammassano e sono accuratamente nominate in lunghi elenchi alla Gargantua e Pantagruele, che segnano il ritmo della narrazione e ne celano, per chi ha voglia di rovistare nel mucchio, le ragioni.
Ripellino, che curo l'edizione italiana del libro (1968: tempestiva come di rado) paragona ogni brano di questa raccolta ad una specie di "Novellino" pieno di aneddoti e di balle che suppliscono ai miti caduti (ultimo, in ordine di tempo, il monumento a Stalin sulla Letn…); in ogni pagina si affastellano decine di spunti autonomi giustapposti (tra l'altro, di straforo, compaiono titoli di romanzi successivi di Hrabal e, nel "Tamburo sfondato", più di una nota che suggerisce il motivo di "Ho servito il re d'Inghilterra"); rottami che invadono Praga straccivendola (a proposito: chi parte per Praga abbia cuore di leggere almeno quattro volte "Kafkeria", il racconto che apre la raccolta) e i capannoni della Bella Poldi. Qui Hrabal, che si sapeva un fusto e leggeva Jack London, elaborò quello straordinario impasto comico a mille registri che informa la sua scrittura, in pieno stalinismo, in mezzo a personaggi sradicati dalle bizze della storia recente e proiettati in un ambiente in cui i titoli i nomi e i mestieri della vita di prima hanno tanto più senso e tanto più valgono ad identificare persone e cose quanto più hanno perduto ogni funzione: un bagnino che ora lavora agli altiforni sarà, senza residui "Il Bagnino"; Stalin - chissà se lo sapeva - aveva ripristinato il miracolo del verbo che nomina, proprio alla acciaieria La Bella Poldi di Kladno.