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Traduttore: R. Sonaglia
Editore: Mondadori
Collana: Oscar saggi
Anno edizione: 1996
Formato: Tascabile
Pagine: 288 p.
  • EAN: 9788804421085
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recensione di Zanone, G., L'Indice 1995, n. 4
recensione pubblicata per l'edizione del 1994

La coscienza è un concetto che si può interpretare in due sensi: in senso morale e in senso psicologico. Secondo Stanley Coren, solo il secondo significato è estendibile agli animali e si attiene alla sfera della soggettività, ossia riguarda la consapevolezza dei propri stati "interni", sentimenti, intenzioni e desideri in rapporto al mondo esterno.
Lo studio della soggettività degli animali rientra nel discusso - ma indiscutibilmente attuale - settore accademico della 'cognitive science', disciplina nata pochi decenni orsono, che si prefigge parecchi scopi, più che altro mirati a comprendere le prestazioni cognitive e relativi processi regolativi di uomini e, a volte, computer - ambedue tipologie di esseri sedicenti intelligenti. L'"etologia cognitiva", figlia non spuria del cognitivismo generalizzato, è specificamente mirata al nobilissimo scopo di comprendere se gli individui di altre specie posseggano un mondo interiore, e di quali percezioni esso possa consistere. Il mondo interiore degli organismi non umani non è facilmente misurabile poiché essi non possono rispondere direttamente alle nostre domande ma solo attraverso il loro comportamento. Da questa prospettiva, il problema si trasforma in un grattacapo filosofico con poche speranze di essere risolto, che occupa da lungo tempo le menti dei più noti filosofi. Nel 1974 Thomas Nagel, celebre filosofo contemporaneo statunitense pubblicò sulla "Philosophical Review" un saggio importante ("What is il like to be a bat?") ove si discute dei problemi epistemologici che sbarrano la strada per arrivare a conoscere le esperienze private di un pipistrello.
Ma il filosofo più influente sull'approccio "scientifico" al tema della coscienza animale resta Cartesio con la sua nota teorie "fantasma nella macchina", spettro intellettivo che albergherebbe esclusivamente nella mente umana. Per Cartesio tutto l'essere è circoscritto nel pensiero, l'Io è evidente a se stesso in quanto è capace di pensarsi, e il mondo è presente alla coscienza solo in quanto "pensato". In questa cornice interpretativa corpo e mente rappresentano due entità nettamente distinte: il corpo è la macchina biologica necessaria per reagire al mondo esterno, e la mente è la fantasmatica anima, intrappolata facoltà interpretativa elargita da Dio per poter varcare le porte del paradiso. Purtroppo, ci spiega Coren, il Dio di Cartesio non trovò abbastanza spazio in cielo per ospitare cani, farfalle e altri animali insieme ai santi e agli esseri umani, e fu questo il motivo per cui gli animali rimarrebbero degli automi senz'anima.
Di questi tempi ben più materialisti e atei, il dibattito sulla coscienza degli animali non è più centrato su filosofici, eterei ragionamenti. Ciononostante rimane radicato nelle fondamenta educative degli scienziati il concetto cartesiano della soggettività come mondo interno, privato e inaccessibile. Stanley Coren, professore di psicologia all'università canadese della British Columbia e addestratore di cani, si dimostra al contrario sensibile alle difficoltà incontrate da coloro che tentano di affrontare su base scientifica il problema della soggettività negli animali. Coren non è dell'opinione che le difficoltà nel descrivere e interpretare il mondo interiore di un individuo di altra specie renda questa meta necessariamente impossibile da raggiungere. Nella prima parte del volume, con appuntito sarcasmo, Coren ricorda agli scienziati meno propensi ad accettare la "soggettività" delle loro cavie di laboratorio che parecchia gente torna a casa dal lavoro "anticipando" le feste dell'amato Fido, il compagno con cui è possibile parlare, giocare, passeggiare, dividere un panino dormire e pure veder sognare. Il fedele amico che ha sempre la bocca piena di baci nei momenti più tristi non è certamente considerato una macchina senz'anima nella vita di casa, dove l'uomo quotidianamente attraversa quel gran muro di privatezza e interpreta i desideri, le paure e gli entusiasmi del proprio cane.
Coren ci guida lungo una galleria di cani reali, immaginari e cinematografici trattenuti nella memoria dell'autore per la loro toccante soggettività espressa attraverso atti spontanei, anticipatori, e reazioni comportamentali che dimostrano adattabilità. Appaiono innanzitutto gli eroici Lassie e Rintintin. Poi si racconta di una femmina Terranova chiamata Peggy che, avendo subito un'inaspettata visita a casa da un rachitico Maltese iperattivo, tenta di placarlo poggiandogli sulla schiena uno zampone nero, ma il piccolo intruso non si cheta e allora Peggy lo prende per la collottola e lo deposita nella vasca da bagno, apparentemente accertandosi per alcuni minuti che le sue corte zampe non gli permettano di uscire, mentre il nano guaisce saltellando inutilmente: bell'esempio di prestazione intellettivamente complessa, con anticipazioni, misure astratte e gran finale di soluzione indiscutibilmente scaltra. Tra i cani immaginari compare invece un bastardo, nato nella fantasia pennuta di Mark Twain, che ci narra: "Mio padre era un San Bernardo, mia madre era un Collie, ma io sono un Presbiteriano. Questo è ciò che mi insegn• mia madre; personalmente non m'intendo di queste sottili distinzioni".
Secondo Coren esistono notevoli differenze comportamentali e intellettive tra le diverse razze di cani. Da millenni la specie umana seleziona le qualità canine a lei più congeniali. Alcuni reperti ossei raccolti negli Usa in località Grotta del Giaguaro, indicano che la convivenza tra cani e umani risale almeno a 11.000 anni orsono, davvero un bel pezzo di strada evolutiva compiuta in concorde affratellamento funzionale. I risultati di questo lungo processo di addomesticamento sono visibili in tutto il mondo: popolato di cani da caccia, così come di cani da mangiare (questi ultimi in climi culturali e geografici meno temperati dei nostri, come in Cina). I cani sono così specializzati che non è possibile paragonare l'intelligenza di individui di diverse razze secondo il grado di abilità che essi dimostrano nell'ubbidire o nel saper brillantemente districarsi da situazioni problematiche. Perciò, Coren suddivide l'intelligenza canina in tre categorie - istintiva, di adattamento, e di obbedienza - specificando che esiste un altro livello di intelligenza, comune a tutte le razze, tale da dimostrare coscienza dei cani: sarebbe la loro abilità a capirci e farsi capire. I cani secondo Coren ci parlano.
Ecco lo sforzo interpretativo, attuale ma forse criticabile, di questo libro. Può darsi che i cani siano esperti lettori del comportamento umano, e dimostrino anche una considerevole abilità nel distinguere le nostre parole. Ma l'autore resta nella mera speculazione quando traduce il linguaggio abbaiato e ringhiato dei cani in un idioma inglese-americano pervaso da espressioni antropomorfiche. Quando ad esempio sostiene che un certo tipo di guaire davanti alla porta significa: "Dai amico facciamoci un giretto al parco!". Antropomorfizzare può essere utile ma mai a costo di dimenticare che il mondo percettivo dei cani è necessariamente molto diverso da quello umano, nonostante essi condividano le nostre case e i nostri gusti culinari. Né sarà possibile trasmutarsi in cane o pipistrello qualora se ne ignori lo stile di vita. Nonostante tali palesi debolezze, questo è un libro importante e attuale: e sta attirando tanto l'attenzione del pubblico degli addetti ai lavori (etologi, neurofisiologi, psicologi comparati, ecc.) quanto quella degli zoofili canini sui problemi di definizione e di interpretazione degli aspetti complessi di prestazioni quali autoconsapevolezza ed empatia di intenti a trasferimento reciproco di stati emozionali. Temi questi ultimi di bollente modernità nell'etologia fin de siecle.

Recensioni dei clienti

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    Angi

    08/11/2009 14.44.12

    saggio interessante che evidenzia con alcuni esempi reali l'acuta intelligenza dell'amico a 4zampe più dolce e gentile che l'uomo può avere! PS:la lettura è consigliata solo a chi ama i cani e/o a chi li possiede

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    Bruno Avv. Giovanni

    23/02/2001 18.49.47

    Ho trovato questo libro molto interessante. Diversi addestratori cinofili hanno dato una mano alla scrittrice nel dare una classificazione delle diverse razze in prove d'intelligenza. L'autrice ci spiega in questo libro, come esistano diverse forme di intelligenza, e come ogni razza si adatti meglio a seconda del tipo di intelligenza cui facciamo riferimento. L'autrice ci insegna inoltre come ognuno di noi vorrebbe possedere il cane più intelligente, ma che questo non sempre corrisponda ad un effettivo vantaggio. Il cane più intelligente è quello che si annoia prima degli altri, è quello più curioso, è quello che sollecitato da maggiori stimoli,prova a scavalvare recinti e finestre pur di assecondare i suoi stimoli e bisogni. Al contrario il cane meno intelligente, ci darà meno problemi, sarà sollecitato dal mondo esterno molto meno e si accontenterà di starci a fianco senza combinare molti guai. Ho letto anche il libro successivo della stessa autrice, rimanendo però molto deluso. Volete sapere qual'è secondo la Stanley il cane o i cani maggiormente intelligenti considerate le diverse intelligenze prospettate dalla stessa? Barbone e Border Collie. Consiglio vivamente la lettura di questo libro. Ogni amante della cinofilia e non solo dovrebbe leggerlo, magari due volte.

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