Japanese dream. Beato Felice e la scuola di Yokohama - copertina
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Japanese dream. Beato Felice e la scuola di Yokohama
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Descrizione

"La scoperta del Giappone, della sua geografia come delle sue tradizioni, da parte della cultura europea e americana dell'Ottocento avviene grazie alla fotografia e a coloro che per primi 'fermarono' su carta la memoria di quei misteriosi e lontani luoghi, per oltre due secoli rimasti isolati dagli avvenimenti politici, economici e culturali delle società occidentali. La storia delle origini della fotografia nell'Impero d'Oriente coincide, infatti, con la rivoluzionaria apertura del paese al resto del mondo ed è proprio il nuovo mezzo di rappresentazione della realtà a essere testimone del passaggio del Giappone dalla millenaria società feudale all'età della modernizzazione. Nel marzo 1854, quando il Commodoro statunitense Matthew Calbraith Perry, nella sua seconda missione in Oriente, ottiene dalle autorità giapponesi l'apertura dei porti per il commercio con la sua nazione - accordo allargato un anno dopo anche a Francia, Gran Bretagna, Olanda e Russia - alcuni viaggiatori stranieri realizzano le prime documentazioni fotografiche del Giappone. Stupore, sconcerto, meraviglia sono i sentimenti che prevalgono nella narrazione del viaggiatore occidentale che si avventura alla scoperta del Giappone e per rispondere al desiderio di riportare in patria la testimonianza di quel 'mondo esotico' egli trova nel mezzo fotografico lo strumento ideale con il quale 'esplorare' territori, popolazioni e culture mai viste prima." (Monica Maffioli)
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Dettagli

2012
4 ottobre 2012
240 p., ill. , Rilegato
9788866480242

Voce della critica

Prima di entrare nel merito di questa recente pubblicazione, è impossibile tacere della straordinaria eleganza dell'oggetto libro, la cui raffinatezza tuttavia non è vuoto orpello editoriale, anzi, all'opposto, sostiene e potenzia la lettura delle immagini, di notevole forza culturale, di cui Monica Maffioli, in un testo breve, ma particolarmente intenso, ci fornisce le principali coordinate di riferimento. Il libro, cartonato e illustrato da una fotografia stampata su setalux, usa, come carte di guardia e controguardia, fogli di tipo giapponese, mentre l'opzione del grande formato (32 x 48 cm) si rivela da subito come strategia vincente. La scelta infatti, specie nei paesaggi animati, apre lo spazio a dismisura, liberandone tutta la potenzialità narrativa ed evocativa, quasi risucchiandoci nell'immagine e trasportandoci, con l'immaginazione, al tempo remoto, statico e sognato del Sol Levante del XIX secolo, chiuso ancora nel suo tradizionale isolazionismo. Nelle varie sezioni del libro – in cui vediamo paesaggi, scene di genere, geishe con splendidi costumi, samurai in abiti arcaici, lottatori vestiti da complessi e variopinti tatuaggi – le fotografie sono affiancate, a destra o a sinistra che sia, da fogli monocromatici che, mentre riprendono ed esaltano con la loro colorazione le cromie dominanti delle singole immagini (tutte all'albumina acquerellata), vengono anche sfruttati per un repertorio antologico, selezionato da Andrea Amerio, di versi, aforismi e brani in prosa della letteratura orientale, mentre le didascalie appaiono soltanto nel regesto finale, costituito dalla miniaturizzazione di tutte le fotografie, accompagnate da sintetiche note catalografiche. Come sottolinea Maffioli, il passaggio dal mondo feudale alla modernizzazione dell'età moderna – iniziato (1854) con l'apertura al commercio dei porti giapponesi – "alimenta la presenza in Giappone di alcune personalità artistiche provenienti dall'Europa, come il veneziano, naturalizzato inglese, Felice Beato, giunto a Yokohama insieme al connazionale Charles Wirgman", destinato poi alla gestione delle famose lastre Beato. Sono appunto Beato e la sua scuola che, cogliendo il momento di transizione fra passato e presente, promuovono la conoscenza visiva di quel mondo lontano e allora, molto prima che le moderne tecnologie elidessero spazio e tempo di percorrenza per l'esperienza diretta di quei luoghi, ancora del tutto sconosciuto all'Occidente. Beato, infatti, nei due volumi (1868) Wiews of Japon e Native Types, elabora un modello e una modalità rappresentativa che, erede della tradizione europea dei costumi regionali, dei mestieri ambulanti e della scena di genere, verrà raccolta dagli artisti locali, creando uno stereotipo visivo lento a morire – testimoniato dal fiorente commercio di album souvenir del Giappone – in cui la colorazione ad acquerello diventa elemento essenziale per una conoscenza compiuta, perché più veritiera e autentica. Il valore documentario dei repertori visivi del Giappone va infatti, decisamente, al di là dell'autorialità dell'immagine che, nella maggior parte dei casi, appare secondaria, mentre sono soprattutto la cromia delle stampe e il suo ruolo funzionale ad attrarre l'attenzione dell'utenza e, soprattutto, quella degli artisti europei che, nelle modalità di stesura del colore nelle stampe tradizionali e in quelle fotografiche, trovarono alimento al proprio rinnovamento espressivo ed estetico. L'uso di colori chiari e senza contorno, il fare veloce e per stesure piatte, tipici della pittura occidentale della seconda metà dell'Ottocento, vengono infatti spesso ricollegati dalla critica alla pittura e alla stampa giapponesi, secondo una propensione fortemente sentita e caldeggiata da Charles Baudelaire che invitava gli amici pittori a ricorrere alla suggestione delle stampe orientali, come spunto alla realizzazione di scene di vita quotidiana, allora divenute centrali nelle contemporanee tendenze del realismo e poi della macchia e dell'impressionismo. Una tendenza che, grazie anche alla diffusione capillare degli album di Beato e dei suoi allievi, si era addirittura calata in diverse opere, anche minori e di arte applicata, come gli eleganti ventagli di Giuseppe De Nittis, splendido mediatore italiano della cultura francese. Un caso emblematico dei rapporti fra pittura e fotografia è del resto costituito da Antonio Fontanesi che, di ritorno in Italia, dopo l'esperienza giapponese dell'insegnamento di pittura, aveva portato con sé alcuni album della scuola di Yokohama, oggi conservati all'Accademia Albertina di Torino. Non ci resta che augurarci che la notizia della liquidazione volontaria di Alinari/24 ore, di cui ha dato notizia la stampa più recente, non ponga fine alla pubblicazione di libri così stimolanti. Marina Miraglia

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