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Martin Amis

Traduttore: N. Gobetti
Editore: Einaudi
Collana: Supercoralli
Anno edizione: 2003
Pagine: 285 p. , ill. , Rilegato
  • EAN: 9788806167011

Secondo il poeta russo Samoilov, Amleto non è un malinconico irresoluto: egli è "deciso e intelligente", ma è "lento ad essere distruttivo" ed esitante guarda il "globo delirante" attraverso il "periscopio del tempo". Dal profondo dei suoi "tormenti metafisici", Martin Amis, come Amleto, scruta con il "periscopio del tempo" l'inestricabile intreccio fra esistenza e storia, quale "esperienza" che si configura come nemesi. I "tormenti" di Amis, infatti, scaturiscono da un "sintomo subliminale di lutto": la morte del padre avvenuta nel 1995.

Oltre a essere scrittore e poeta, Kingsley Amis è stato anche un esponente di quell'intelligencija britannica che ha percorso i sentieri interrotti di un secolo "devastante" (secondo la definizione del suo amico e sodale Robert Conquest storico del "grande terrore" staliniano). Kinsley Amis ha manifestato una spiccata tendenza alle sbornie e al comunismo, lasciandosi inebriare dall'ideologia anche quando, negli anni sessanta, è transitato dalla fede comunista a quella anticomunista. In Esperienza (2000; Einaudi, 2002; cfr. "L'Indice", 2002, n. 11) Martin Amis ha lasciato parlare la memoria ricostruendo (alla luce di una sorta di "realismo meditativo") il suo romanzo di formazione e la sua metamorfosi da Osric (una "zanzarina" dai modi "compiaciuti ed affettati" ) ad Amleto. All'ombra della rimembranza, Amis ingaggia un duello con l'esperienza (la "triste nemica") in una terra desolata di "fuoco e cenere" funestata da perdite gravi: la scomparsa del padre (che era l'"intercessore", la figura che si erge "tra il figlio e la morte") e la tragedia collettiva dei "venti milioni di morti" vittime del totalitarismo terrorista. Nel secolo delle ideologie "assassine", infatti, il "crollo del valore della vita umana" non ha impedito a Kingsley Amis (per un quindicennio a partire dal 1941) e alla "nuova sinistra" sessantottarda di credere nella "giocosa messinscena" della rivoluzione mondiale guidata dalle due avanguardie redentrici: il proletariato e l'intelligencija.

Koba il Terribile è perciò una sorta di "simposio" di spettri in preda a una "sbronza spirituale", un macabro festino organizzato da dottrinari paranoici. Tra spleen e ideologia, protagonisti della notte di Valpurga del comunismo sono il fantasma di Kingsley (che in vita nutriva un "amore intramontabile" per i simposi e le "discussioni conviviali") e gli spettri dei due demoni dottrinari: Lenin (con la sua ridicola immortalità imbalsamata) e Stalin (il misterioso convitato d'acciaio che in gioventù aveva scelto lo pseudonimo di Koba, il fuorilegge amico del popolo protagonista del romanzo Il parricida di Aleksandr Kezbegi).

Nella "lettera al fantasma di mio padre", Martin Amis si confronta con quell'"esperienza del fanatismo" che ha indotto Kingsley a credere nel "comunismo sovietico" e a scegliere, insieme alla "stragrande maggioranza degli intellettuali occidentali", la "realtà sbagliata". Il "bisogno emotivo" di partecipare alla costruzione della "Città Giusta" in nome di un "nobile" ideale e l'insoddisfazione rapace nei confronti di quel capitalismo borghese che sembrava destinato al tramonto hanno indotto, nella prima metà del Novecento, i fedeli di una religione senza trascendenza a vedere in Stalin l'icona dell'ineffabile edificazione del comunismo. Spacciate in Occidente, le droghe del Cremlino hanno provocato la fantasmagorica visione di un ordine nuovo e di una nuova civiltà.

Amis si mostra indulgente verso la generazione dei padri; di contro, la lettera indirizzata al "compagno" Hitchens (giornalista e saggista; negli anni settanta ha collaborato con Amis al settimanale "New Statesman", fondato nel 1913 da "stravaganti e creduloni accoliti dell'Urss" come i Webb, Wells e Shaw) è animata da una vis polemica. Hitchens è una figura emblematica di quella "nuova sinistra" che ha visto in Trockij la "grande icona dell'occasione perduta" e la "fonte" di una rinnovata "energia rivoluzionaria". Fino al "crollo" del comunismo, Hitchens è stato un ammiratore di Lenin e di Trockij e del "terrore" e ha contribuito a "posticipare" la rivelazione della verità storica (dopo l'11 settembre, il trockista Hitchens ha aderito all'"internazionalismo democratico" dei neoconservatori americani). Per Amis, lo stesso Trockij era un "bastardo assassino" e un "lurido bugiardo": l'"eterno rivoluzionario", infatti, è stato un demiurgo sia del "repertorio di meschinità e di insensatezze" del bolscevismo, sia di quello stato di polizia perfezionato da Stalin.

Il "genio del bolscevismo" è espressione di un satanismo virtuoso che è riuscito ad assurgere all'empireo del mito; nella sua discesa nel paradiso capovolto del comunismo forgiato da demoni meschini, Amis sceglie come guide Conquest, Tibor Szamuely, Solženicyn, &Stilde;alamov, Volgokonov, Nabokov. Con le "dieci tesi " su Lenin e con il "breve corso" su Iosif il Terribile, Amis compone un romanzo horror storico che è, anzitutto, una sorta di "autopsia" del cadavere imbalsamato del bolscevismo. Sebbene si autodefinisca uno scrittore satirico che non crede in "nulla", Amis tende ad arginare la sua musa, l'"ironia militante", e stila un "inventario" orrorifico dell'esperimento sovietico. Nella Russia postcomunista, invece, l'assurdismo di scrittori come Pelevin e Sorokin, ponendosi nella scia dell'imagerie satirica di Bulgakov e Bachtin, si configura come una fenomenologia paradossale e dissacrante della tragicomica surrealtà dell'ideocrazia sovietica.

Dal canto suo, Amis sottolinea che, nonostante la "brutalizzazione ideologica" della Russia e il "grande terrore", il comunismo è stato fonte di ilarità e il suo stesso crollo ha suscitato la "catastrofe della risata". Secondo Amis, il mistero buffo del comunismo risiede nella "grottesca rapidità" con la quale l'utopia è diventata "distopia". In realtà, il ridicolo è consunstanziale all'utopia, quale parusìa degradata e crudele che coniuga l'eudemonismo con l'ossessione di un'altra terra. L'utopia vuole inverare nella storia l'omogeneità sociale, pianifica l'avvenire ed è totalizzante, perché impone l'ortodossia ideologica. Quale sogno ridicolo, il comunismo sovietico ha "politicizzato" anche il sonno trasformando l'Urss nel crepuscolare continente onirico del radioso avvenire. Il leniniano riso atrabiliare della denigrazione dei nemici ideologici e le staliniane veglie dell'ideocrazia hanno custodito il sonno stordito causato dalla vertigine di ineffabili successi. Per Amis, invece, la vertigine del fallimento era inscritta nel codice genetico del bolscevismo a partire da Lenin che, con il suo nichilismo "infantile e da incubo" ha scatenato una guerra civile permanente che si è caratterizzata come "controrivoluzione "o (secondo la definizione di Herzen) "retrorivoluzione". Tale "controrivoluzione" si è basata su quattro capisaldi: "terrore", "carestia, "schiavitù" e fallimento. Questi quattro cavalieri dell'apocalisse comunista non sono figure dell'escatologia marxista: essi derivano dal retaggio dell'inveterato dispotismo russo e dai demoni nichilisti del XIX secolo (Černyševskij e Nečaev). Da questo connubio tra autocrazia e nichilismo è nato Koba il Terribile, l'uomo nuovo che ha fatto raggiungere al comunismo la "perfezione negativa" di utopia crudele.

Nel descrivere la genesi del "grande terrore" e del Gulag, Amis segue un orientamento ermeneutico che è stato inaugurato negli anni trenta da Boris Souvarine nel suo libro su Stalin (che lo scrittore inglese non cita): Koba il "Brutale" (grubyj come amava autodefinirsi lo stesso Stalin) è il retaggio di una "nemesi di Stato" che ha ricondotto la Russia all'atavismo moscovita, ai tempi dell'opričnina di Ivan il Terribile: in tal senso, il comunismo sovietico è stato una sorta di tragica parodia carnevalesca dell'età dell'oro forgiata dalla rivolta del "mondo delle tenebre" e fondata sulla paura totale. Addentrandosi nella labirintica esperienza dello spettro dello stalinismo, Amis accredita l'immagine della "tradizione russa" come irriducibile anomalia mostruosa (che sembra perpetuarsi in Putin, il "liquidatore" degli "oligarghi"). In realtà, il comunismo sovietico è sorto da un'eteroclita alchimia tra nichilismo russo (ed europeo), utopismo socialista e profetismo apocalittico marxiano (così come è espresso nel Manifesto del partito comunista). Al simposio di Amis non è stato invitato lo spettro di Marx: con la sua escatologia apocalittica, Marx è un revenant che non solo annuncia una minaccia passata (il comunismo), ma, secondo Derrida, continua a inscenare la "sarabanda" spettrale del feticismo delle merci.

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    more.disagio

    07/08/2013 13.41.35

    Godibile. Scorrevole. Strutturato in brevi frammenti che grazie all'aneddotica, storica e personale, tentano di ricostruire e spiegare Stalin e la vertigine staliniana. Fin qui nulla di male se non fosse che Amis si impegna a dovere per investire l'opera della propria abiura al comunismo che diventa malafede storica quando illustra il teorema che vuole Staln naturale evoluzione di Lenin nonchè necessario specchio di Hitler: tutti e tre partoriti, insomma, dallo stesso grembo malato di lucida e sadica pazzia. A fine libro ho ripensato alla tagliente stoccata pronunciata da Concetto Marchesi nel '56: "Tiberio, uno dei più grandi e infamati imperatori di Roma, trovò il suo implacabile accusatore in Cornelio Tacito, il massimo storico del principato. A Stalin, meno fortunato, è toccato Nikita Kruscev." A noi, oggi, tocca Amis che saccheggia e rinchiude nello stesso orizzonte propagandista Salomov ed Evgenija Ginzburg,Sol?enicyn e Grossman così da piegare loro e le loro opere ai teoremi psico-storici dei due Robert britannici, Service e Conquest. I più famosi epigoni dell'equipollenza tra il rosso e il bruno. Insomma. Sul tema risulta più a fuoco il libro di Gianni Rocca, Stalin Quel Meraviglioso georgiano.

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    innav

    18/05/2005 12.39.16

    Amis ha coraggio nel calarsi così apertamente in quella che è la russia stalinista. Riequilibra con intelligenza e contemporaneità le azioni del dittatore più apprezzato e meno condannato. Amis realizza forse la sua opera migliore in un contesto apertamente politico e fortunatamente spesso personale. un libro breve ma intensissimo dove si narra la verità. Per una volta...

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    Chiara

    11/05/2004 14.14.07

    Un libro che parla dei crimini di Lenin e di Stalin, dell'inferno attraversato nella prima metà del XX secolo dai contadini russi, dei tentativi di Stalin di riscrivere la storia e la cultura di un popolo. Ma è un libro soprattutto sull'"ASIMMETRIA DELL'INDULGENZA", che si interroga, dati alla mano, sui motivi che hanno condotto la gente comune e gli intellettuali a rimuovere dalle proprie coscienze l'enorme gravità dei crimini stalinisti(20 milioni di morti): perchè l'opinione comune non attribuisce loro la stessa gravità di una tragedia contemporanea come quella del nazismo (sei milioni di morti)? Amis non fa un'inutile conta dei morti, ma cerca di sviscerare il problema a partire dal racconto dei fatti e dall'analisi delle fonti dirette.

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    vito calabrese

    02/02/2004 19.03.08

    Questo è un bellissimo libro. Parla dei crimini di Stalin, ti porta in una storia che si conosce poco.Amis non è uno storico, e questo è un bene, perchè la sua prosa ti cattura e ti fa riflettere sulla contemporaneità, sulle menzogne e sugli orrori del nostro mondo. Ti lascia dentro tanti interrogativi: perche io uomo di sinistra non ne sapevo niente? Dove sta il nocciolo di quell'orrore? Si ripresenterà? Attualmente in Cina con molte probabilità avvengono le stesse cose e perchè non scendiamo in piazza per manifestare come facciamo contro il cinismo di Bush e degli U.S.A.? Gran bel libro.

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    vigatese

    27/01/2004 07.03.32

    Ci sono molti modi per affrontare la verità. E molti modi per evitare di farlo. Uno di questi è leggere o non leggere questo libro di Martin Amis. Per chi trova ancora il modo, nonostante tutto, di chiamarsi comunista, Martin Amis dà una versione dei fatti difficilmente contestabile, e pone una pietra, non la prima - almeno dopo Koestler, Silone, Solgenitsin, e tanti altri - per costruire un edificio nuovo, in cui le utopie non vivano insieme alle menzogne e alla violenza. Stupisce che in Italia non se ne sia parlato affatto: vuol dire che in questo Paese, ancora, e nonostante tutto (i morti nei gulag, i pogrom, le purghe, gli sterminii e le deportazioni di massa), tutta la verità o una sua gran parte possono ancora giacere sotto la coperta immonda delle convenienze di partito, e che stampa e intellettuali sanno tener ben ferma quella coperta, anziché sventolarla, come uno straccio che annunci la sconfitta. E' un libro da leggere, che induce alla commozione, alla partecipazione per un dolore a lungo ignorato. Oggi si grida allo scandalo per le foto della Raf sui lager nazisti, mai pubblicate. Cosa si dovrà dire, domani, quando si rileggeranno le pagine di questo libro e si rifletterà sul silenzio tombale che lo ha accolto e accompagnato? Sarà anche questo un frutto di quel Regime che i nostri democratici denunciano? O il Regime sarà solo un fatto interiore, quello che impedisce loro, dal dopoguerra, di rinascere come uomini liberi?

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    gianluca barbera

    09/12/2003 12.13.35

    Libro di una potenza unica, straordinario, di quelli che ti cambiano. Una discesa agli inferi, giù a precipizio nella storia e in ciò che si nasconde nell'animo umano. Assolutamente da leggere. Lo sto consigliando a tutti gli amici e ai colleghi. Che forza, che inestimabile valore hanno i libri, certi libri!

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