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Moni Ovadia

Editore: Einaudi
Anno edizione: 2007
Pagine: XXIV-269 p. , Brossura
  • EAN: 9788806185350
Usato su Libraccio.it € 8,37

È strano, oggi, incontrare un libro (benevolmente) "dedicato ai comunisti". Però questo libro si regge per intero su una simile dedica. E lo stupore diventa sconcerto quando si vede che è un libro di barzellette sul comunismo: proprio come quelle che un tempo si leggevano abbondanti nel "Reader's Digest" e, oggi, riaffiorano tali e quali nei discorsi a tavola, nei salotti televisivi e, continuando a salire fino a un livello altissimo, in molti comizi e discorsi politici ufficiali. Di questo sconcerto, però, ci si fa subito una ragione quando si guarda all'articolazione del libro. Le barzellette, infatti, sono distribuite in sezioni organiche, secondo un preciso ordine storico: da Ebrei, Democrazia, Vladimir Il'jč Ul'janov, detto Lenin a Boris Nikolaevič El'cin, Il Paradiso sovietico, La caduta.Ogni sezione è introdotta con puntiglio. Soprattutto, Ovadia vi premette una introduzione-provocazione dove lucidamente dichiara la propria adesione al comunismo come ideale e come utopia; ne condanna il tradimento da parte del totalitarismo sovietico; motiva la scelta della storiella ebraica per dare espressione al proprio sentimento e pensiero; fustiga l'anticomunismo corrente, giudicato sempre a buon mercato, quando non in cattiva fede. In coda al volume, un'appendice storica fornisce una breve ma accurata ricostruzione della parabola dell'Urss. Alla fine, rimane un'impressione netta: il comunismo messo in barzelletta da chi lo ha vissuto davvero appare qualcosa che merita, almeno, rispetto. E poi, nonostante il serissimo apparato e i serissimi intenti, le storielle sono godibili, pur facendo rimpiangere al lettore l'assenza di Ovadia attore che gliele reciti. Forse, però, quello che non viene raggiunto è l'obiettivo, davvero assai ambizioso, di porre in "tensione dialettica" l'idealità di un'utopia tragicamente tradita con una posizione morale e sentimentale di "disincanto", secondo il suggerimento che Ovadia raccoglie da Claudio Magris. Pietro Kobau

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    LAURA TUSSI

    24/12/2007 21.27.38

    “Utopia” è il termine che sottende la negazione di un’ubilocazione, di un dove concreto nel crollo delle ideologie, in quanto in “nessun luogo” si è realizzato il vangelo di Marx nel corso della historia universale. Una fede profonda nell’ironia delle “storielle” che riecheggia con esilarante sagacia, in un tripudio umoristico declinato in frizzi, lazzi, motti e citazioni sul Regime. Le storielle ebraiche traggono origine dall’ermeneutica talmudica in una weltanschauung umanistica dove l’utopia smarrisce i propri sogni e le promesse tanto da non riconoscere le esacerbate finzioni delatorie del dispotismo di regime. Il significato dell’utopia è l’instaurazione di una società ideale di libertà, fratellanza, giustizia e uguaglianza. L’uomo è complesso nella potenzialità della realizzazione di alti ideali con i valori della negazione di prevaricazione sul proprio simile, della giustizia sociale, dell’altruismo, dell’accettazione dell’altro e del diverso, dell’amore, della solidarietà, sentimenti non scontati nelle relazioni fra individui. Dunque non è lecito considerarli irrealizzabili e utopici nei rapporti fra soggetto e collettività. “Neanche l’URSS fu l’impero del male”, ma una federazione di repubbliche dell’epoca staliniana sotto l’egida di un totalitarismo perfetto, con tristissime note di drammaticità e terrore. La storia non è finita e la società socialista dovrà ancora realizzarsi nella libertà e nella democrazia, in un’utopia verificabile e immanente non riscontrabile in “nessun luogo”, ma che pervaderà l’intera globalità collettiva della società mondiale all’insegna del comunismo in un umanitarismo sociale che si contrapporrà ai simulacri del bieco capitalismo e delle dittature del novecento. Ogni rivelazione si tradurrà in rivoluzione rigenerante e rifondatrice di topofanie (rivelazioni di luoghi della memoria).

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    rino

    27/08/2007 17.14.40

    non so spiegarne il perchè ma mi ha deluso.mi aspettavo molto di più.

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    maurizio

    16/07/2007 15.50.25

    Mi sa tanto che non deve essere così facile essere nato in un paese dell'Est, essere emigrato in Italia, e nonostante tutto essere di sinistra. Anche Moni Ovadia deve essere d'accordo con me, visto che in questo libro si lancia in una lunga introduzione per spiegare come l'idea di base del socialismo rivoluzionario fosse buona, ma che è stata gestita sempre peggio: e che comunque il capitalismo non è certo meglio e che se non fosse stato creato quel "cordone sanitario" dopo la prima guerra mondiale magari le cose sarebbero andate diversamente. Resta il fatto che questo libro rimane né carne né pesce, con una serie di battute che dovrebbero essere la parte fondamentale del libro ma sono di valore disuguale: alcune fantastiche, mentre altre non sono riuscito a capirle. Paradossalmente è più interessante la parte storica, con l'appendice in fondo e i rapidi richiami durante il libro: ma allora perché non farlo esplicitamente? Avevano paura non vendesse?

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    luca

    12/05/2007 23.23.10

    Grandioso. Il libro del mese!

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    Arkadin

    28/04/2007 11.18.32

    Magnifico, terribile, e veritiero saggio, sul passato di un illusione sanguinaria, scritta da un comunista "corrosivo" lucido e soprattutto non pentito, che usa l'arma dell'ironia yiddish raccontata nelle storielle, per confermarci ancora una volta che le grandi utopie rimangono sempre avulse dalla realtà perchè quando si passa dalla teoria alla pratica l'uomo fa sempre di tutto per travisarle e rovinarle. Il comunismo era ed è una terribile contraddizione filosofica, è il grande Moni non ha paura di evidenziarlo, Grande Moni!!!!!

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