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Alberto Garlini

Editore: Einaudi
Anno edizione: 2012
Pagine: 814 p. , Brossura
  • EAN: 9788806203320
La legge dell'odio, ambizioso romanzo di Alberto Garlini, aspira a collocarsi alle altezze della parte migliore del genere noir raccontando la prima stagione dell'eversione nera – dal 1968 a Piazza Fontana fino alla strage di Peteano – da un punto di vista eccentrico: quello di Stefano Guerra, militante neofascista la cui romanzesca biografia sembra ricalcata su quella di Vincenzo Vinciguerra (mentre la figura del deuteragonista Franco Revel suggerirebbe accostamenti con Stefano Delle Chiaie). In questo modo, La legge dell'odio si propone come un Italian Tabloid che allude a Romanzo criminale di Giancarlo De Cataldo: questo si è imposto come il testo definitivo sui rapporti tra malavita e potere, quello aspira a essere il romanzo definitivo sull'avvio della strategia della tensione; ma ammicca anche a Le benevole di Jonathan Littell, torrenziale discesa nel maelstrom del nazismo effettuata dall'ufficiale SS Maximilien Aube. La critica si è divisa sulla riuscita dell'operazione di Littell, segnalando comunque la pericolosità del materiale, che andava maneggiato con cura (e non saremo noi a dire se Littell vi è riuscito). Su Romanzo criminale il successo di critica ha talvolta oscurato la profonda conoscenza dei meccanismi della tragedia classica, il sottile lavoro di sperimentazione linguistica e la capacità dell'autore di nominare o alludere alla vastità eterogenea dei materiali. Sta di fatto che, costretti dal prodotto letterario in sé prima ancora che dalla bandella editoriale, a fronte di queste pietre di paragone è non solo inevitabile prendere atto del fallimento di La legge dell'odio, ma è necessario indagare le ragioni di questo scacco. Garlini, come detto, sceglie il noir come genere nel quale far coincidere un certo uso della lingua e un determinato trattamento dei dati, integrando le tramas putridas (i marci stracci) della storia patria con la trama figurae (l'ossatura) del romanzo. L'autore non è però all'altezza del lavoro sulla lingua che altri hanno portato avanti: dal lavoro sul linguaggio cronachistico, con lo slittamento della percezione temporale (descrizione just in time dell'oggetto-contesto del giornale, che viene fruito in tempo reale) che confligge con l'aspettativa del lettore, orientata sul tempo lungo della trama; all'uso chirurgico della paratassi come continua sottrazione che apre vuoti di senso da far riempire al lettore, o spazi in cui inserire gergalità vernacolari, citazioni spiazzanti, uso paronimico dei dialetti; fino alla costruzione di figure allegoriche. La lingua di Garlini, al contrario, è quanto di più scontato possa darsi nella scrittura di genere: paratassi ordinaria, scarsità di consecutive o secondarie – insomma, quanto si aspetterebbero di trovare in un noir quei critici che i noir non li leggono, ma li suppongono. Le inserzioni linguistiche, che dovrebbero innestarsi sulla struttura ordinaria creando un passaggio dal linguaggio medio a quello "alto-retorico", sono prese di peso dal meglio (cioè dal peggio) della letteratura fascista, a partire da Julius Evola; ma anche qui l'operazione ha l'effetto di presentarci figure stereotipate che recitano Evola come i Salmi i farisei: come se avessero il rotolino di Cavalcare la tigre pendente davanti agli occhi. Fatto è che in un buon noir i protagonisti non sono Tipi Ideali: il noir immette nella trama del reale dosi massicce di individualità, di singolarità, senza comporre una figura generale, un simbolo universalizzabile, una metafora buona per tutte le stagioni. Il noir, per dirla con Deleuze, mostra "l'intera società nella più alta potenza del falso". I personaggi di Garlini sono invece stereotipi privi di spessore e psicologia, a partire dalla caratterizzazione sessuata: l'eroe, sul quale l'acqua bollente della doccia scivola sulla pelle come le labbra di una vergine (sic), è perennemente in erezione, al traino di una metafora banale che, reiterata, diventa comica; le donne sono meri oggetti sessuali sempre a disposizione della turgida verga del Maschio Fascista. È probabile che ciò fosse, nelle intenzioni, finalizzato all'espressione del punto di vista fascista, che dovrebbe provocare, immaginiamo, un moto di disgusto nel lettore: ma se lo strumento comunicativo è manchevole, l'effetto è o il comico involontario – "amo le tigri perché coltivano la mia indifferenza" – o, peggio, la comunicazione, in assenza di una presa di distanza stilistica da parte dell'autore, del punto di vista fascista come "oggettivo". Lo sfondo tragico che dovrebbe sorreggere il tutto diventa un piatto fondale sul quale scorrono figurine di cartone, macchiette imbevute della retorica della "parte sbagliata della storia"; ma lo stesso può dirsi per la figura di Giangiacomo Feltrinelli-Mengaldo, per la cui raffigurazione Garlini recupera i più triti stereotipi da rotocalco; o per Bruce Chatwin, catapultato in una quarantina di pagine afghane dalle quali apprendiamo che anche l'intellettuale nomade dopo aver mangiato fagioli rutta, e dopo aver pisciato non si lava le mani. Ma questo sfondo è la Storia, che reclama i propri diritti: a partire dalla documentazione, e dall'intenzione dell'autore, che manipola materiali di cui non possiede le chiavi, finendo con il prendere per buono quanto letto per dovere d'informazione. Esemplare è la favola di Avanguardia Nazionale a Valle Giulia, basata su una storica foto nella quale si vede sì un drappello di neonazisti, alcuni dei quali riconoscibili – ma, per l'appunto, giusto una ventina: pochini, per fare di loro non dei semplici infiltrati, ma uno dei centri propulsori dell'intera contestazione. Il movimento del Sessantotto, entro il quale i movimenti sono sempre composti da "cinesi", sempre infiltrati da fascisti e servizi segreti, è qualcosa di cui Garlini non coglie, o comunque non riesce a rendere, le cause, le ragioni, l'ampiezza e la portata: scompare non solo il reale, con le sue dinamiche e i suoi conflitti, ma anche quella dialettica tra il potere e gli sconfitti che, alludendo alla risoluzione del conflitto di classe, costituisce secondo Manchette il nerbo del noir. Questi limiti interpretativi ed espressivi precipitano in una ricostruzione della strage di piazza Fontana secondo la tesi del doppio attentato (con Valpreda depositario di una prima bomba ma ignaro della seconda collocata dai fascisti) esposta da Paolo Cucchiarelli in Il segreto di Piazza Fontana, mastodontico volume (pubblicato dopo la morte di Valpreda) che pretenderebbe di rovesciare verità storiche coincidenti con le verità giudiziarie appoggiandosi sulla capocchia di spillo di un ex funzionario del Sisde e di un misterioso "mister X", "un fascista operativo, uno che sapeva". Una tesi, scrive Adriano Sofri, che riduce "la mole infame di manipolazioni depistaggi provocazioni e delitti di corpi e uomini dello Stato all'unico fantomatico segreto di cui lui è il segretario: il Raddoppio [di bombe e attentatori]", e che Corrado Stajano ha liquidato come "una palla al piede". E che però Garlini fa propria, con il solo effetto di aumentare quell'impressione di nebbiosa indeterminazione, quella notte in cui i gatti son tutti bigi e, nell'indistinguibilità di vero e falso, restano solo "il verosimile, l'inverosimile e le varie gradazioni della menzogna": che il narratore ben si guarda dall'affrontare. Compito del narratore che s'avventura in queste lande dovrebbe essere quello di lasciare intravedere almeno una delle scaglie del Leviatano: accrescere la fumara che lo avvolge è un gesto, politico ed etico oltre che letterario, reazionario. Gerolamo De Michele

Recensioni dei clienti

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    giannicola

    02/11/2015 11.07.32

    Questo libro mi ha lasciato perplesso. Lasciando perdere alcune improprietà evidenziate da altri lettori che sono ben presenti nel libro e che sono sfuggite agli editori in fase di revisione, la storia lascia trasparire qualcosa di personale, come se l'autore conscio di un suo passato di adesione all'ideologia fascista volesse quasi scusarsi con il suo pubblico, non riuscendoci, perchè non emerge mai una condanna netta a quel periodo. L'ambientazione è decisamente bella e curata, ma l'insieme di storia e linguaggi diversi risulta spesso pesante e affaticata tanto da chiedersi se valga la pena di continuare a leggere il libro. Conoscendo Garlini come organizzatore della splendida manifestazione Pordenone Legge sorge anche la domanda di come mai i suoi libri escano sempre per case editrici in cui c'è Giulio Mozzi a selezionare i testi. Siamo certi che l'Italia non possa fare a meno di questo scrittore e giornalista?

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    LUCAMILANO

    03/04/2013 13.20.52

    Ho letto che ha diviso la critica fra detrattori e sostenitori, forse più numerosi i primi, io sono sicuramente tra i secondi. La trama mi ha conivolto, e l'autore è riuscito a farci respirare l'aria di quegli anni e da quella prospettiva, strada facendo lo spartito è andato in crescendo, poco importa se alcune teorie sono confutabili, se ci siano evidenti semplificazioni storiche, e se il personaggio sia talvolta un pò forzato.ci sono indubbiamente dei limiti,ma non dei peccati mortali, il fascino sepolcrale di quegli ambienti,si avverte, la storia tiene, in ogni suo set (dal veneto a roma al sudamerica passando per l'Afghanistan), non è romanzo criminale ma funziona.

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    Francesco Ongarin

    01/09/2012 01.18.46

    Voto 7 , se mi piacessero i noir l'avrei valutato di più, ma invece l'ho letto per l'ambientazione. Finalmente un libro dove ci si sforza di capire chi sono i fascisti senza dipingerli come dei ricchi teppisti che hanno affibbiato l'etichetta di fascista alle loro bravate perchè a scuola gli hanno detto che il fascismo coincide con violenza e prevaricazione (entrambe peraltro presenti a palate nel testo); anche se, in verità, i fascisti di San Babila sembrano più impegnati criminalmente, e meno politicamente, del clan Misso di Napoli. L'autore mostra di avere cercato di conoscere e capire le idee che mossero i militanti di quel periodo, idee che peraltro si erano parzialmente distaccate dal fascismo vero e proprio avvicinandosi al tradizionalismo reazionario (si pensi all'influenza esercitata da Evola, mai tesserato nel PNF, o dalla Gioventù legionaria rumena, formazione politica che lo Mussolini in persona aveva definito estranea al fascismo). Soprattutto all'inizio l'autore cerca di imitare l'estetica espressiva dei militanti con risultati tutto sommato non disprezzabili (anche se si percepisce la differenza) questi momenti si fanno più rari e contrastanti colla realtà effettiva man mano che procede il racconto. Infatti si tratta della parabola discendente di un gruppo di fascisti friulani da "soldati politici" a "criminali politici" coinvolti nella strategia della tensione; col protagonista desideroso d'acquisire forza e durezza per riscattare il passato meschino del defunto padre. Quello che più stupisce è l'incoerenza dei protagonisti, che s'ispirano ai valori aristocratici e guerrieri di Evola, ma non rispettano più di tanto questi principi ad esempio il protagonista tradisce la sua ragazza, va in night club, vende eroina... senza che la cosa sembri provocare dubbi o incertezze. Forse l'autore ha scelto di mostrare tali incoerenze anche per sostenere che chi cresce in una società come la nostra non è in grado di seguirli in maniera autentica e coerente.

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    Matt

    01/06/2012 15.25.09

    Libro interessantissimo. e scritto anche molto bene. il che, data la mole, non è un fatto trascurabile. interessante perchè gli anni 70 sono stati raccontati in tutte le salse ma mai dal punto di vista di terroristi di destra. questo è sempre stato un territorio tabù nel panorama letterario italiano. Garlini ci si addentra con lo sguardo di un regista. senza dare giudizi ma restituendo intatto il clima, le vibrazioni, il furore ideologico di quegli anni cruciali. attenzione che Garlini non fa alcuna operazione di riscrittura di presunte verità storiche su fatti come la strage di piazza fontana o il colpo di stato di Borghese. men che meno di revisionismo. quello che fa è piuttosto una straordinaria e riuscita operazione di introspezione psicologica di quegli anni. entra nella testa dei personaggi sviscerandone mentalità e riferimenti filosofici(belle le pagine su Evola). Franco Revel ad es è chiaramente ispirato a Stefano delle Chiaie, Morgana a Mario Merlino. la cosa però che rimane più dentro anche dopo molte settimane dalla lettura credo sia proprio lo sguardo del protagonista: Stefano Guerra, il "lupo azzurro", in equilibrio tra doppi e tripli giochi. Un "puro" (a modo suo) per il quale è impossibile non provare attrazione e repulsione. io questo libro lo consiglio assolutamente. storia di grande potenza narrativa. Bravo Alberto Garlini!!

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    marco

    26/04/2012 16.24.39

    Un libro scritto bene, un romanzo di formazione estremo che rende reale, e non verosimile, un punto di vista, un sentire, una ferrea ingenuità, una agghiacciante rabbia che aveva necessità di essere raccontata perchè "Solo la rabbia è visibile, solo la rabbia reclama il pubblico. Il dolore è inutile, svanisce e ricompare nell'aldilà dei morti come una farfalla dalle ali delicatissime"

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    vittorio pisa

    12/04/2012 17.53.47

    Mi ha piacevolmente sorpreso e convinto. Un' ottima ricostruzione storica degli accadimenti che hanno sconvolto l'italia negli anni di piombo. La storia appassionata del terrorista nero dalla quale si dipanano, con un punto di vista sino ad oggi inesplorato, le vicende dell'italia di quegli anni è ben raccontata, con numerosi e riconoscibili riferimenti alla realtà. Un romanzo davvero avvincente, ben strutturato, quasi cinematografico nell'alternanza dei piani temporali in cui si svolge il racconto. Una piacevolissima lettura. Consigliato

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    Mario

    08/04/2012 19.36.16

    Mi è piaciuto e anche tanto. L'alternarsi dei due piani temporali funziona benissimo. Minuziosa ricostruzione storica di quell'infausto periodo. Personaggi forti e credibili. Garlini oltre a essere un grande scrittore con un background culturale solidissimo, pone sul piatto della bilancia un'onestà di fondo non confezionando un romanzo a tesi, ma una storia obbiettiva dove a primeggiare sono i sentimenti. Insomma un gran bel romanzo se non fosse per qualche incongruenza sfuggita agli editor della casa editrice. Qualche esempio: i bombardieri americani che hanno martellato per anni il Vietnam del Nord erano B 52 e non B 27; negli anni '60 non credo esistessero auto italiane con la cintura di di sicurezza, così come non esisteva ancora il mito di Bruce Lee (Dalla Cina con furore è del 1973) e non esistevano nemmeno le "teste di cuoio" come corpo scelto della polizia italiana. I Nocs nascono ufficialmente con il rapimento Dozier.

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    Maqroll

    06/02/2012 13.50.53

    Un ottimo romanzo che indaga, con dovizia di documentazione storica, la stagione terribile del neofascismo italiano. La figura plausibile del protagonista, umano e dolente pur nella ferocia delle azioni che la sua ideologia gli fa commettere, è uno dei punti di forza della narrazione, scorrevole e ben calibrata (forse fin troppo: si nota la mano pesante dell'editor e dell'agente letterario). Quasi un "roman à clé" in cui è possibile, per chi conosce la storia dell'Italia, individuare molti nomi e molti volti realmente accaduti. Mi pare abile anche l'utilizzo di brani e frasi proprie di quel periodo e di quell'ambiente. Un'opera che va sicuramente letta e meditata, sebbene la troppa "perfezione" editoriale le faccia perdere l'occasione di essere quel capolavoro che altrove (America?) qualcuno come DeLillo avrebbe provato a scrivere. Immagino che sia già pronta la riduzione cinematografica.

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    luigi

    02/02/2012 17.27.30

    Gran bel romanzo, che si lascia leggere molto molto piacevolmente. Il Garlini ha letto molti buoni autori e si percepisce dalla struttura narrativa. Assolutamente altra cosa rispetto a Romanzo criminale di De Cataldo, a cui si puo' accostare solo per la vasta documentazione di cui si sono serviti i due autori,ma non per il loro diverso modo di riempire la pagina bianca. Bravo bravo bravo

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    alessandro222

    02/02/2012 08.48.43

    Non sono un grande lettore, quindi vuol dire che se interessato dal tema ho letto questo romanzo in pochissimi giorni, la scrittura è potente e la storia avvincente. Ci sono immagini che ti restano in testa e non te ne liberi, così come non ti liberi della voce del personaggio principale, deviata folle, ma anche in parte riconoscibile come nostra. Il romanzo sembra suggerire che dobbiamo riconoscere anche in noi questa voce istintuale e violenta e in un certo senso annientarla. Ma credo che come ogni grande romanzo sia aperto a molte interpretazioni.

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