€ 37,35

€ 49,80

Risparmi € 12,45 (25%)

Venduto e spedito da IBS

37 punti Premium

Disponibilità immediata

Quantità:


recensione di Speziale-Bagliacca, R., L'Indice 1993, n. 4

Un articolo di qualche anno fa di Patrick Lacoste si intitolava "S.F." (in "Etudes freudiennes", n. 28, settembre 1986). Dentro queste iniziali si iscrivono i nomi dei due protagonisti di una querelle (un vero e proprio "trauma", lo defin Mih ly Balint) che oggi sta riproponendosi. I due nomi sono quelli di Sigmund Freud e di S ndor Ferenczi; il loro incontro umano e scientifico, ricchissimo e conturbante a un tempo, ha inciso non poco sulla storia della psicoanalisi, per non dire sulla storia delle idee di questo secolo. Le iniziali di Ferenczi in ungherese diventerebbero "F.S.", perché i magiari preferiscono anteporre il cognome al nome: avremmo così "S.F. e F.S.", quasi un Freud allo specchio o, se vogliamo forzare, una relazione ora complementare ora annullante. In un certo senso le cose tra i due sono andate proprio così.
Ma per quali motivi Ferenczi, tra tutti i pionieri della psicoanalisi, e proprio ora, è l'unico a godere di un momento di rinnovato interesse? In realtà siamo all'apice del riesame critico dei contributi di questo discepolo di Freud che fu tanto amato quanto contestato. Sono diversi anni, infatti, che ci si occupa di lui, sia pure con maggiore distacco critico d'un tempo: André Haynal in Svizzera, John E. Gedo negli Stati Uniti, Glauco Carloni in Italia, Ilse Barande e Thierry Bokanowsky in Francia, Luis Martin Cabre in Spagna... Questo ritorno di notorietà sembra collimare con la pubblicazione a Vienna, a Parigi e a Milano dell'intero carteggio Freud-Ferenczi; il primo volume in italiano di questa corrispondenza, appare ora in libreria.
Di tutto si potrà scrivere a proposito del rapporto Freud-Ferenczi, ma non certo che non sia stato intenso: 539 lettere da parte di Freud e 697 da parte di Ferenczi, solo nel primo tomo. La prima lettera è del 18 gennaio 1908, l'ultima, scritta poco prima della morte di Ferenczi, porta la data del 4 maggio 1933. Anni decisivi per la storia della psicoanalisi, ma anche per la storia tout court: "Caro amico, Le scrivo sotto l'impressione del sorprendente assassinio di Sarajevo, le cui conseguenze sono totalmente imprevedibili". Così la lettera che chiude il primo volume. A firmarla da Vienna, proprio il 28 giugno 1914, è Freud che sembra prefigurarsi la reazione a catena che avrebbe condotto alla prima grande guerra.
La pubblicazione dell'epistolario non è isolata, si inserisce in una più vasta operazione editoriale, della quale si occupa anche la Harvard University Press. Payot a Parigi e sempre Cortina da noi, hanno progettato infatti una nuova traduzione critica delle "Opere" di Ferenczi, completate in Francia e giunte da noi al terzo volume. Uno sforzo, dunque, di non comuni proporzioni.
Saggi di Ferenczi, ben inteso, ne erano stati pubblicati, sia pure in maniera sparsa e con disuguale attenzione da parte degli editori, un po' ovunque e per lo più con notevole successo, anche se in un clima polemico. Per l'Italia basti ricordare "Thalassa", del 1924, pubblicato da Astrolabio, editore pure dello straordinario carteggio di Ferenczi con Georg Groddeck e le edizioni di Guaraldi degli anni settanta.
Il pomo della discordia tra i due, è stato scritto, riguardava le innovazioni tecniche. Monique Schneider, però, mette in rilievo nella corrispondenza una comunicazione contraddittoria e confusiva da parte di Freud che, se da una parte con lucidità e humour accordava a S ndor il permesso di innovare, dall'altra chiedeva con imperio sottomissione (M. Schneider, "La revendication de délite", in "Psychanalystes", n. 26, 1988). André Haynal, il principale curatore di queste "Lettere", ha scritto un intero libro, indispensabile a chi voglia sapere a fondo di questo contrasto ("Freud, Ferenczi, Balint e la questione della tecnica", Centro Scientifico, Torino 1987).
È probabile che l'attuale risveglio editoriale intorno alla figura di Ferenczi nasca anche da due motivi tra loro legati: in primo luogo egli ha turbato l'approccio psicoanalitico ortodosso, proponendo soluzioni così radicalmente dissidenti da prefigurare vere e proprie modalità alternative. In secondo luogo, i grandi pregi e i grandi limiti di queste sue alternative cominciano ad apparire di più facile comprensione. Il discorso critico su Ferenczi diventa quindi utilizzabile per chiunque pratichi la psicoanalisi o la psicoterapia analitica. In un momento storico caratterizzato da una affannosa ricerca di modelli terapeutici che migliorino e abbrevino la cura, le proposte di Ferenczi rientrerebbero così, per usare una gelida espressione, nelle aspettative del mercato.
Ovviamente anche altri pionieri hanno sfidato la tradizione: Carl Gustav Jung, Alfred Adler, Wilhelm Reich, Karen Horney, per citarne solo alcuni. Ma tutti loro lasciarono, o dovettero lasciare, il ceppo originario e quindi furono più facilmente ignorati. Per Ferenczi (come più tardi per Melanie Klein) fu diverso perché, qualunque sia l'opinione che si possa avere di lui e delle sue idee cliniche, non si può lasciarlo da parte, non fosse altro che per i lunghi anni durante i quali fu in stretto contatto con Freud che arrivò a fantasticare di darlo in moglie alla figlia Mathilde: "Caro figlio, (fino a che lei non mi vieterà di chiamarla così)...", troviamo nella lettera del 30 dicembre 1911.
Un passo indietro ci può essere utile per inquadrare la complessa personalità di Ferenczi rispetto a quella del maestro. S ndor nasce a Miskolc in Ungheria nel 1873, esattamente un anno dopo l'unificazione di Buda, la capitale, con il forte sede del Palazzo Reale, e Pest, la città del commercio, dell'artigianato, dell'università. Ottavo di dodici figli, a quindici anni rimane orfano del padre, di cui era peraltro il preferito. Polacco di origine ed ebreo, questo padre, trascinato dall'entusiasmo per la rivoluzione liberale progressista e nazionalista del 1848, si era iscritto nelle file dell'esercito insurrezionale ed era arrivato a cambiare il cognome Fraenkel in Ferenczi. Proprietario di una libreria e in seguito editore, ispirò un ambiente familiare aperto dove, accanto all'impegno politico, dominavano i libri e la musica. Fu così che il giovane S ndor poté respirare un'aria di libertà nuova, imparare a spaziare, scrivere poesie alla maniera di Heine e, ancora studente liceale, dedicarsi a esperimenti di ipnosi. Studiò medicina a Vienna e, a differenza di Freud, ebbe una formazione psichiatrica, fra l'altro presso la celebre clinica Burgholzli di Eugen Bleuler a Zurigo. Alla fine si fermò a Budapest; lavorò dapprima come medico esterno in un servizio per prostitute, e più tardi come neurologo e psichiatra.
Dell'intellighentia magiara, e di quella ebrea in particolare, S ndor sarà un esponente tipico; vivrà pienamente quello "spirito di Budapest", caratterizzato da un cosmopolitismo che, accanto al filosofo Gyorgy Luk cs, a musicisti come Béla Bart¢k e Zolt n Kod ly, darà la narrativa e la saggistica di Arthur Koestler, le commedie di Ferenc Moln r, le ricerche sui miti di K roly Kerényi. Fu in quella Budapest che si formarono psicoanalisti come Spitz, Roheim, Rado, Rapaport, per non parlare dei Balint e di Imre Hermann. Eppure Ferenczi, per quanto avesse speso grandi energie e attenzione sui problemi di tecnica, non si può dire che nel complesso avesse attratto molti allievi dall'estero. Analizzò si Ernest Jones (che, vedremo, diventerà, assieme a Karl Abraham, il suo più influente oppositore) e Clara Thompson, ma nessun paragone è possibile con Karl Abrabam, per esempio, che benché sia morto giovane, formò un vero stuolo di analisti, inclusa Melanie Klein, che con Ferenczi aveva avuto una prima esperienza analitica negativa.
Nel periodo però in cui Freud più che mai venne preso dal progetto di consegnare alla storia un modello scientifico puro della psicoanalisi, Ferenczi divenne una sorta di paradiso per i casi considerati "inanalizzabili" o senza speranza.
Nel 1957, due anni dopo la pubblicazione della sua celebre biografia di Freud, il suo vecchio allievo Ernest Jones uscì contro Ferenczi con un "attacco violento", come lo defin Mih ly Balint, che, dalle due famiglie, Freud e Ferenczi, aveva avuto l'incarico di curare e pubblicare l'epistolario. Ogni lettera che i due si scrissero era nota a Jones e quindi, commentava Balint, "... non potevo comprendere come avesse potuto trascurare le prove che questa [corrispondenza] conteneva". Secondo lui, con la pubblicazione dell'attacco di Jones, ha inizio "un diluvio di pubblicazioni acrimoniose". La corrispondenza con Freud, quella con Groddeck e il "Diario clinico" non potevano venir pubblicati in un clima di questo genere.
In un capitolo della sua biografia freudiana, Jones, facendo abilmente parlare vari personaggi come Eitingon e lo stesso Freud, ritrae Ferenczi con forti caratteristiche paranoidi. Balint ha dimostrato che erano calunnie e che Jones aveva arbitrariamente retrodatato i disturbi psichici insorti in S ndor, negli ultimi anni della sua esistenza, come conseguenza di un'anemia perniciosa; era quindi malevola l'insinuazione che Ferenczi avesse sofferto di stati psicotici cronici, in altre parole che fosse sempre stato matto. Non che Ferenczi non fosse affetto da una grave nevrosi (la sua ipocondria è riconosciuta), ma cercare di spiegare le dinamiche della sua dissidenza da Freud unicamente facendo ricorso ai suoi conflitti psichici, al suo reale "transfert irrisolto", come faceva ancora Béla Grunberger agli inizi degli anni ottanta, significa disconoscere la sua grande capacità innovativa. Del resto Ferenczi era ben conscio della sua psicopatologia e vi attingeva; nel "Diario clinico" afferma che le sue proposte più radicali erano nate dall'osservazione degli aspetti conflittuali più arcaici del suo carattere, che ironicamente chiamò "the wise baby", il bambino saggio.
Questo più o meno il campo di battaglia: le "Lettere" che ora escono sono commenti di retrovia, ma anche finestre, mi si conceda la metafora, che permettono di guardare in maniera diretta in una fucina "titanica" dove, tra il disordine creato da inesperienza, da tentativi ed errori anche gravi, venivano intuiti frammenti di teorie e forgiati strumenti tecnici mai osati prima. Si capisce subito che queste lettere non erano destinate alla pubblicazione perché sono spontanee, a tal punto da far sentire il lettore indiscreto. Cosa scopriamo di nuovo in questo primo volume (degli altri parleremo in futuro) che non si sapesse già? Gli argomenti trattati nella corrispondenza sono comunque straordinari e man mano toccano problemi centrali della psicoanalisi, questioni connesse all'organizzazione dell'Associazione freudiana, opinioni sui rispettivi scritti prima della pubblicazione e sulle idee degli altri pionieri. A proposito del pastore Pfister, scrive Ferenczi: "... la concezione psicoanalitica, portata fino in fondo, farà piazza pulita della teologia. Se ne accorgerà!". Il tutto in mezzo a lamentele per la forzata rinuncia alla doccia, a commenti su statuine Capodimonte a buon prezzo. Ferenezi abbonda di considerazioni acute e inattese che obbligano a riflettere, come: "Vorrei attirare la sua attenzione sull'... importanza sociologica delle nostre analisi nel senso che... noi riveliamo le condizioni reali del diversi strati sociali, senza la maschera dell'ipocrisia... così come si rispecchiano nell'individuo" (22 marzo 1910). S ndor emana una freschezza un po' naive, una "giovinezza" direbbe Nietzsche, che accompagna il suo entusiasmo per le nuove scoperte. Questo Freud intimo si rivela, invece, attento e acuto, ma a tratti distaccato e autoritario. Nell'ultima lettera del novembre 1911, troviamo, per esempio: "Il dr. Spitz ha voluto un po' fare il grand'uomo ed è stato punito con la sottrazione di tre sedute, dopodiché sembra prendere le cose più seriamente".
Ma ci sono anche vicende personali, più o meno fondamentali e determinanti, che escono allo scoperto in maniera straordinariamente cruda: incontriamo così gli echi della vicenda con Karl Kraus e - per complicazione all'altro estremo - il pasticciaccio del quadrato (più che triangolo) Sigmund Freud, S ndor Ferenczi, Gizella Altschul, in seguito moglie di Ferenczi, ed Elma P los, figlia maggiore di quest'ultima, nata dal primo matrimonio. Mi ero sempre chiesto perché un artista completo e versatile come Karl Kraus ce l'avesse tanto con gli psicoanalisti. Nella lettera del 13 febbraio 1910, Freud si lamenta così: "Incombe sulla psicoanalisi un brutto attacco da parte della 'Fackel' a causa della conferenza di Wittels sulla 'nevrosi della Fackel'. Lei conosce bene la smisurata vanità e irruenza di quell'animale ricco di talento di K.[arl] K.[raus]. Io ho dato la parola d'ordine di astenersi assolutamente da qualsiasi reazione, supereremo anche questo, ma la popolarità negativa che procura la 'Fackel' è quasi altrettanto sgradevole di quella positiva". Kraus a venticinque anni aveva fondato la rivista "Die Fackel", che ebbe enorme importanza sulla scena intellettuale austriaca. Inizialmente Freud stimava molto Kraus e usò la "Fackel" come tribuna dalla quale esprimere alcune sue posizioni. Addirittura scrisse a Karl nel 1906: "Noi che siamo pochi... dobbiamo restare uniti". Già nel 1908 Kraus aveva iniziato a criticare la psicoanalisi sulla "Fackel" e, dopo la conferenza di Wittels, la polemica si fece più accesa. In seguito Kraus sarebbe sceso considerevolmente nella stima di Freud. Quello che Freud non dice e che noi invece d¢bbiamo aggiungere, è che il povero Kraus aveva alle spalle un'esperienza traumatica: un'analisi selvaggia condotta proprio da quel Fritz Wittels che ora scriveva (chissà con quale clava, rispetto al fioretto di Kraus) contro la "Fackel". Imperizia, dunque, totale mancanza di riservatezza e idealizzazione delle possibilità della neonata scienza: tre aspetti che ci conducono al quadrato che ho ricordato prima.
Nel 1911 S ndor, amico e amante di Gizella P los, ne prende in analisi la figlia Elma. Molto rapidamente se ne innamora: "Si è insediata vittoriosamente nel mio cuore", confessa. A Freud, il 3 dicembre 1911, scrive: "la mia situazione è allo stesso tempo alleggerita e aggravata dall'atteggiamento della signora G.[izella] verso di me - incomparabilmente gentile, costantemente amichevole e affettuosa - che è al corrente di tutto"; S ndor chiede a Freud di prendere Elma in analisi - tra l'altro per sapere se lei condivideva i suoi sentimenti; Freud con riluttanza acconsente ma il 17 dicembre scrive (in segreto) proprio a Gizella. E una lettera straordinaria e agghiacciante che - più dei commenti di Blanton o di Ruitembeek, che lo ritenevano persino pettegolo - rivela fino a che punto, in quegli anni, Freud pensasse che fosse lecito e opportuno intervenire nella vita dei propri "analizzati", citando le proprie teorie e abbandonandosi a fredde divagazioni: "Diversamente sarebbero andate le cose se la figlia si fosse innamorata segretamente dell'amico giovanile della madre... Sarebbe nato un bel romanzo..." (Invece è S ndor, quasi quarantenne, a innamorarsi di Elma!). La lettera appare in questa corrispondenza. Nel frattempo uno dei corteggiatori di Elma si era ucciso. Il progetto di matrimonio fra S ndor ed Elma fallì, Ferenczi accusò Freud di esserne responsabile.
E in questo clima che avviene la "psicoanalisi" di Elma finché Freud, nella Pasqua del 1912, mette fine a Vienna alla terapia perché ritiene che Elma abbia raggiunto ciò che chiama il substrato narcisistico. (lettera di Freud del 13 marzo 1912): "Ora non recita più la parte della brava paziente, non recita più per niente". Dall'intera lettera traspare che Freud si libera di Elma proprio quando il transfert negativo di lei (quella tal cosa che Freud più tardi confesserà di non gradire) sta per palesarsi. Elma tornerà in analisi da Ferenczi.
Scandalo? Forse, per lo sguardo morboso; ma anche seri motivi a disposizione dello specialista e dello storico per abbandonare definitivamente ogni residuo del mito e cogliere difficoltà ed errori entro i quali nasceva la psicoanalisi. Tanto più che la cronaca ci ricorda impietosamente, dalle pagine dei giornali, che ancor oggi questi pasticciacci continuano a riprodursi. Dentro la nevrosi, che Freud si illudeva d'aver scoperto, c'erano tensioni ben più dirompenti, cui solo in seguito sarebbe stato possibile accedere; Ferenczi ne intravide gli abissi. Nel 1937, verso la fine della sua vita, in "Analisi terminale e interminabile", dopo aver paragonato se stesso a W. C. Roentgen, lo scopritore dei raggi X che, se usati incautamente, anziché aiutare possono nuocere al medico e al paziente, Freud si ricordava di Anatole France: "Può darsi che fatti come questi diano ragione alle parole di un poeta che ci ha rammentato come difficilmente gli uomini non abusino del potere che è stato loro concesso".