Categorie

€ 26,34

€ 30,99

Risparmi € 4,65 (15%)

Venduto e spedito da IBS

26 punti Premium

Attualmente non disponibile Inserisci la tua email
ti avviseremo quando sarà disponibile


recensione di Mannuzzu, S., L'Indice 1992, n.10

Questi che stiamo vivendo non sono tempi di fortune gramsciane. Il personaggio si sposta dal centro dell'attenzione, con quanto ha significato per la politica e la cultura di più di un'epoca. Eppure non è solo un protagonista di quella storia lunga; ma senza farle torto, anzi affrontandone e subendone i condizionamenti, rappresenta una lezione ben attuale. E le "Lettere dal carcere" restano opera capitale del Novecento esempio vivo di resistenza umana in frangenti terribili; di come politica e cultura possono assumere valenze morali incandescenti.
Quei frangenti terribili erano storici: erano le prigioni del fascismo vittorioso. Ma erano le difficoltà interne al partito comunista in Italia e ai partiti comunisti nel mondo, allora; con l'ulteriore solitudine e persino isolamento fisico che ne venivano al recluso ("Chi mi ha condannato è un organismo molto più vasto... tra questi 'condannatori' c'è stata anche Iulca... inconsciamente e c'è una serie di altre persone meno inconscie", lettera alla cognata Tania, 27 febbraio 1933). Può darsi non si sappia abbastanza dei motivi che determinarono quello che a tratti sembra quasi un abbandono da parte di Iulca, la moglie: motivi legati, certo, alla malattia di lei; però forse non solo. E tutto comunque capitava a un organismo, l'organismo di Gramsci, in preda a una tragica disgregazione.
Così la solitudine, il senso della propria espulsione dal mondo (non più solo "vasto e terribile", ma a volte anche "incomprensibile") diventano atroci. Non c'è pagina scritta allora da Gramsci in cui non echeggi la musica, grave e straziante, dell'asincronia: il punto di vista del "sopravvissuto", del "morto in vacanza", come lui dice. E la sfasatura deve essere risultata intollerabile a chi sapeva che "il tempo è un semplice pseudonimo della vita" (lettera a Tania, luglio 1933).
È uno dei luoghi d'arrivo di Gramsci: forse il suo più alto, più capace di durata umana. Ma è difficile intenderne la qualità fuori da un tragitto, da un progetto esistenziale: quelli che furono i suoi, tanto intrecciati di storia e di politica, e di eccezionali peculiarità. Di tutto ciò gli scritti che Gramsci ha lasciato sono, nella loro ricchezza, un'immagine incompleta: che si deve integrare con quanto è altrimenti appartenuto alla biografia o le ha fatto da cornice (e il lavoro di Giuseppe Fiori continua a fornire aiuti essenziali); ma che è destinata, come tutte, a rimanere incompleta sino alla fine, lasciando insoluti gli ultimi dubbi.
Però poi basta una pagina, o meno, una frase con quel segno indelebile, per riconoscere intera una grande vicenda, in più luce, Sembra dunque importante che si vada completando la pubblicazione delle opere di Gramsci: e sia disponibile adesso, con l'ottavo volume dell'edizione Einaudi ("Lettere 1908-1926"), l'intero epistolario: dal foglietto indirizzato al padre da un Nino (così si firmava) non ancora diciottenne, che cominciava a frequentare il liceo Dettori di Cagliari, alle pagine estreme (apparse nelle "Lettere dal carcere"), quelle senza data destinate ai figli, dalla clinica in cui Antonio Gramsci stava morendo.
Queste "Lettere 1908-1926", complessivamente circa duecento, appartengono agli anni cruciali della formazione, e poi a quelli della politica, a quelli dell'amore e del matrimonio: l'ultima, diretta alla moglie Iulca, è del 4 novembre 1926 (mancano quattro giorni all'arresto e all'inizio d'una reclusione conclusa solo alla vigilia della morte). Diciotto anni, un carico pesantissimo di esperienze: da un'adolescenza che anche queste pagine rappresentano difficile a una maturità gravata di problemi e responsabilità enormi; eppure, nonostante il lungo e denso trascorrere del tempo, l'autore è sempre riconoscibile, nelle sue complicate pieghe psicologiche e in quelle d'una scrittura lucida e risentita, più esplicita nell'ironia che nell'affetto: ma invece capace d'una silenziosa tensione d'affetto, d'una tenerezza incredibile.
Oltre, lo scorrere della vita s'intuisce fortissimo: e le lettere ora ne danno segni necessariamente inadeguati, destinate come spesso sono a scopi precisi del momento, pratici; assai più che le lettere dal carcere: certo il detenuto aveva più tempo, e nella solitudine più bisogno di quel colloquio, quasi una vita surrogata; n‚ poteva bastargli la costruzione dei "Quaderni".
La vita invece è ben viva ("fuoco di avvenimenti", "braciere ardente di lotta", "uragano storico", secondo le sue espressioni) per il Gramsci libero: sicché l'epistolario non reca quasi tracce di eventi centrali come, mettiamo, i congressi di Livorno o di Lione, la stagione de "L'Ordine Nuovo" settimanale, quella del movimento dei consigli e dell'occupazione delle fabbriche. Le lacune sono considerevoli: neanche un rigo, o almeno nulla è arrivato a noi, dal maggio 1914 al 1916, dal dicembre 1918 al febbraio 1920, e da questo febbraio al luglio 1922... Evidentemente allora Gramsci disponeva di ben altre opportunità d'intervento e di risposta. Solo quando, come nel soggiorno viennese - protratto dal dicembre 1923 all'aprile 1924, al fine di mantenere collegamenti fra il partito italiano e gli altri partiti comunisti europei -, egli si trova distante dal teatro delle azioni, e ridotto a un ruolo più defilato, la rete della corrispondenza s'infittisce e diventa ricca di notizie, di valutazioni. Nello stesso modo, è la lontananza da lulca ad accrescere non solo lo strazio ma anche le qualità dialettiche (che in Gramsci sono quasi la stessa cosa) delle lettere indirizzate a lei.
Qual è dunque il motivo di maggiore interesse di questo libro, la chiave per leggerlo? Bisogna ripetere che, se l'autore è uno dei protagonisti di un'epoca, e uno dei maggiori suoi testimoni, questo epistolario non vuoi registrare tutti gli atti e i pensieri di lui, nemmeno tutti i più rilevanti: ma integra altri più diretti modi di espressione, o li verifica. E poi forse è giusto porsi una domanda: quanto di quelle res gestae rimane attuale, capace d'essere rivissuto oggi e quanto invece si è consumato, irrimediabilmente
C'è poi la dimensione umana del personaggio: e risalta fin dall'inizio, dagli ardui rapporti con la famiglia d'origine e con una povertà che era grave miseria; però anche - s'è accennato - dalla partecipazione sempre più intensa, decisiva, alla vita politica, e da una storia d'amore straordinaria. È la tripartizione che si usa fare di queste lettere, a seconda dei contenuti: ma certo quel personaggio non cambia nel passare da una sua vicenda all'altra, neppure dicendone per lettera: la stessa attenzione alla verità delle cose, a quanto determina le dimensioni reali di esse: cioè alle linee portanti e al destino di un'epoca; la stessa vocazione ad affrontare questa complessità, perfino con eccessi di raziocinio - a tratti - e di rigore, che diventano suscettibilità, o rivelano le spigolosità d'un carattere; la stessa lingua sempre puntuale e concreta, votata all'analisi, succhiello d'ironia.
La parte più inedita del libro è la prima, delle lettere familiari Al giovane Gramsci mancano i mezzi economici, non solo per mantenersi agli studi, ma anche per la sua stessa sopravvivenza. Talvolta non ha neppure i soldi per affrancare la lettera che scrive: e deve farla tassare, oppure non spedirla, dato che si vergogna del postino di Ghilarza. "Oggi non sono andato a scuola perché mi son dovuto risuolare le scarpe". Salta sistematicamente i pasti, fa la fame, è denutrito. E si capisce che ancor più delle privazioni gli pesano le mortificazioni della propria dignità; ma soprattutto l'ansia per il domani, la paura di cadere, in mancanza del minimo indispensabile, prima dell'incerto traguardo: d'essere così definitivamente escluso da quella feroce gara. "Almeno quando sarò grande me ne ricorderò che non ho potuto avere un periodo allegro nella mia vita", scrive prima d'aver compiuto i diciotto anni. (E assai più tardi, quasi ventiquattro anni dopo, dal carcere: "Ho conosciuto quasi sempre solo l'aspetto più brutale della vita... Neanche mia madre conosce tutta la mia vita e le traversie che ho passato... Se ella sapesse che io conosco tutto quello che conosco e che quegli avvenimenti mi hanno lasciato delle cicatrici, le avvelenerei questi anni di vita in cui è bene che dimentichi... ").
Ma durante la giovinezza quell'ansia ("l'ansia che mi rode", scrive) diventa ossessione, e insieme rancore: un rancore oscuro, diretto verso il padre, in specie, e che non può spiegarsi solo nella logica della reciproca incomprensione. "Tanto per non farvi vergognare, non sono uscito di casa, per dieci giorni interi"; durante una vacanza in famiglia, mancandogli un vestito decente. O anche: "Mi sento tanto esasperato per questa vostra indifferenza, che mi tremano le mani nello scrivervi". Sono cicatrici che continueranno a dolere sempre; e che durante la detenzione, dentro l'orndra di un'altra solitudine, ritorneranno ferite terribili; anche perché l'organismo riporta, da quella formazione, una irreversibile debolezza: "Da almeno tre anni non ho passato un giorno senza il male di capo, senza una vertigine o un capogiro", Gramsci scriveva alla sorella Grazietta già nel 1916. Questa, anche questa, è la sua scuola: e colpisce da un lato la profondità della sofferenza che gli cagiona, dall'altro come però la sofferenza non lo vinca mai, mai lo distolga dall'adoperare il piccolo e orgoglioso strumento della ragione.
Le lettere politiche sono più note e, s'è detto, forse a un livello di minore creatività. Ma è impressionante leggere: "Io propongo come titolo 'L'Unità' puro e semplice"; o anche, riguardò al periodo 1919-20: "Nessuna iniziativa era presa se non era stata saggiata con la realtà, se prima su di essa non avevamo sondato, con mezzi molteplici, l'opinione degli operai... Io sono abituato a lavorare così.. ' ''Poiché non possiamo adoperare gli stessi sistemi coercitivi e terroristici del fascismo" (dopo, assai dopo, nei "Quaderni del carcere", avrebbe teorizzato che "nella politica di massa dire la verità è una necessità politica').
E sarà pure arbitrario, ma è poco evitabile il rimando a oggi da pagine che esortano a non "troppo guardarci nello specchio''; o che dicono: "Se il partito invece di spostarsi, si disgrega, anche la massa, nel periodo attuale, si disgrega" (era il 1923. Intanto, più o meno in quel periodo, l'ufficio di Vienna cui Gramsci era preposto mancava persino d'una macchina per scrivere). Ma rinviano a oggi anche molte altre osservazioni; per esempio una fatta a proposito di lingua: "Sono utili e razionali solo quelle forme di attività sociale - linguistiche, economiche, politiche - che spontaneamente sorgono e si realizzano". E comunque restano ben vivi certi ritratti, tipicamente gramsciani nell'acutezza e nello sprezzo: da un Antonio Graziadei dall"'ideologia di mezzadro romagnolo", a una Balabanov "ridotta a uno straccio umano... Si circonda di un gruppetto di emigrati socialisti italiani, mangia cioccolatini, esala disperazione"; o certe battute, anch'esse dei ritratti impliciti: come quella rivolta a Terracini: "È necessario che tu ogni volta che scrivi una lettera ti pizzichi prima la punta del naso".
Anche il corpus delle lettere a lulca è già noto. Si tratta di lettere d'amore, di grande bellezza. Dalla prima `"Cara compagna", datata agosto 1922, Mosca) all'ultima di questo volume, che si è già citata, del 4 novembre 1926, quattro giorni prima dell'arresto.
C'è, 13 febbraio 1923, la dichiarazione "le voglio bene", col lei e la firma Gramsci, e con la premessa dell"'impossibilità assoluta, quasi fatale, a che io possa essere amato": "da ragazzo, a dieci anni, ho cominciato a pensare così per i miei genitori". L'intensità delle parole cresce quando la alimentano la distanza da colei cui sono destinate e insieme la memoria della terra d'origine di chi scrive; su un tale triangolo agisce tutto: e per esempio la neve d'una Vienna "come più triste e sconsolata di Mosca" riporta il ricordo delle saline di Cagliari. "Vorrei perciò averti vicina": "farei degli orologi di sughero, dei violini di cartapesta, delle lucertole di cera con due code". "Cara, e tu come vivi, come fai a vivere?"
Comincia la serie dei silenzi di lei (presagio insopportabile della reclusione che verrà); "Da un mese non ho ricevuto nessuna notizia dalla compagna Scucht''. "Per me Delio [il loro figlio]'è stato davvero una stella filante di San Lorenzo e anche il nostro amore non ha avuto un po' lo stesso carattere?": sentimento la cui verità è tinta di storia, anche della storia d'un "rivoluzionario di professione"; dunque ogni "gioia" privata "è un po' malinconica": "la mia felicità ha il muso un po' lungo e si sente un pochino triste", e non c'è rimedio che questo pudore, questa - quando c'è - risorsa di ragionamento e di ironia.
Ma quel che conta, e rende il libro insostituibile, sebbene molte sue pagine non siano inedite, è la summa, anzi la sintesi di tutte le componenti. Giacché solo dal gioco reciproco, dall'interazione, esse spiccano nel loro senso vero. "La vita è unitaria e ogni attività si rafforza dell'altra", "La vita è terribilmente dialettica", "L'oggettività non è la vita". Emerge - tra sforzo di distacco e intelligenza, da un lato, e partecipazione, affetto, dolore dall'altro - il personaggio che alle soglie dell'età matura aveva scritto di sé alla sorella: "Non ho vissuto che per il mio egoismo, per la mia sofferenza egoistica... Mi sono fatto orso, di dentro e di fuori... È stato per me come se gli altri uomini non esistessero, ed io fossi un lupo nei suo covo... Forse in due anni non ho riso mai come non ho pianto mai"; e che più tardi, dal suo incarico di partito a Vienna, racconta in una lettera alla moglie; "La mia vita è semplice e trasparente, trasparente, diceva Rimbaud, come un pidocchio tra due lenti".
La qualità maggiore di questo testo, giacché si tratta d'un testo unitario, è data dalla pluralità di pedali, tanto radicata in chi scrive da divenire sua prerogativa linguistica: Gramsci sta insieme dentro e fuori alla propria vicenda, "visceri e cervello" direbbe lui, che non parla mai di cuore: dentro con accanimento, soffrendone tutti gli attimi; ma nello stesso tempo fuori, leggendo e giudicando quanto gli accade e se stesso, col metro delle logiche generali, delle correnti della storia, delle sorti del mondo.
Il primato delle "questioni di principio", delle "linee direttive" rimane dunque la prima lezione di questo rivoluzionario che, approdando alla politica, subito s'era preoccupato di capire "come le idee diventano forze pratiche"; e non è un piccolo lascito per un'epoca di pensiero debole. La seconda lezione, che emana anche da ogni riga di queste "Lettere", è che tutti gli atti, in particolare quelli politici, chiedono qualificazione morale: "La verità reca in sé la sua medicina''. Anche questa è indicazione non di poco conto per i giorni che stiamo vivendo; e probabilmente per molti altri a venire.
Sì, non sono giorni di fortune gramsciane. Gramsci rischia d'essere sostanzialmente incompreso, dopo che a lungo lo si è ridotto a immagine ufficiale. Incompreso non in una o in un'altra sua scelta, pur importante; ma nella sua scelta capitale. (Avere un'anima; ciò per cui oggi si sta punendo, senza che qui si vogliano paragoni impossibili, il povero don Milani).