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Collana: I grandi romanzi
Anno edizione: 2006
Formato: Tascabile
Pagine: XV-281 p., Brossura
  • EAN: 9788817009652
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Recensioni dei clienti

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    Luca Aquadro

    12/07/2017 08:13:09

    Recensire in poche righe un libro come "Libera nos a Malo" di Luigi Meneghello (1922-2007) è impresa ardua. Se dovessi ridurlo a un'unica parola, mi verrebbe in mente "enciclopedia". Nel senso di "tentativo (perfettamente riuscito) di condensare in volume un universo". Meneghello è "poeta" nel senso letterale del termine, cioé (ri)costruttore del mondo della propria giovinezza, il paese veneto di Malo, che oscilla tra micro- e macrocosmo, tra luogo degli affetti ancestrali ed exemplum della violenza della Storia e della civiltà. Ed è "artista", anche qui nel senso primigenio del termine, per la sua capacità di lavorare il linguaggio a partire dal dialetto, che é, a sua detta, "la sola lingua che conosco bene". Un piccolo specimen per dare al tempo stesso l'idea dello stile e della storia: "Vederlo fumare era in sé tutta un'educazione, generava pietà e terrore, purificava l'anima. Siamo tutti entità mobili e provvisorie, precariamente tenute insieme; ma Pompeo quando aggrediva una sigaretta, o potendo due, si disfaceva visibilmente. Gli occhi si impicciolivano come sul punto di rimarginarsi nella piega delle palpebre, i capelli gli fluttuavano sulla fronte, gli dondolava la testa, si sentivano i polmoni pompare, e gli sgorghi interni del fumo invadere a soprassalti tutto l'uomo; e i piedi annaspavano cercando la terra ferma. Pompeo non c'era più, c'era un grosso infante che si disgregava tettando." (p. 150) In queste poche righe come in tutto il romanzo (che non è un romanzo) convivono Aristotele e l'osteria di paese, realismo e visionarietà, particolare e universale, senso e assurdo, vita e volontà di morte. Se "Libera nos a Malo" fosse una figura retorica, sarebbe un ossimoro o, meglio, una triade hegeliana nella quale la sintesi trascende mirabilmente la tesi e l'antitesi senza cancellare la dignità di queste ultime. Consigliatissimo, senza il minimo dubbio.

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    carneade

    21/05/2015 18:29:21

    Io è anni che volevo leggerlo, stavolta mi sono deciso ad acquistarlo dopo aver letto tutti i pareri positivi ma sono rimasto deluso da questo libro, abbandonato dopo averne letto un quarto e si che sono di Vicenza quindi le frasi dialettali appartengono alla mia cultura.Pazienza, forse non ho apprezzato la bellezza ( a detta di molti ) di questo libro.

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    valeria

    12/05/2015 12:36:14

    Bellissimo, geniale. Trovato per caso - era stato lasciato nella libreria dell'albergo da qualche turista - mentre ero in vacanza all'estero, l'ho letto in pochissimo tempo. Da quel che ricordo era anche dotato di un glossario, alla fine, per chi avesse difficoltà a destreggiarsi con i termini dialettali o in inglese.

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    Francesco

    28/06/2014 16:14:44

    Ironia, divertimento, invenzione linguistica, struttura del racconto fanno di questo libro uno dei capolavori della letteratura italiana del Novecento. Sta accanto al "Pasticciaccio" di Gadda, a Fenoglio, a Svevo. E' l'epica di un paese del Veneto, ma potrebbe essere quella di un qualsiasi paese d'Italia negli anni tra il venti e il trenta, ma quello che più sorprende è proprio lo scarto della lingua e la raffinata struttura narrativa. Da leggere e rleggere come un classico.

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    stefaniag

    25/04/2012 19:21:09

    stupendo. Nella prima parte ho fatto molta fatica per il dialetto a me sconosciuto, ma e' un libro bellissimo vale la pena di proseguire, lo rileggero' di sicuro, e' un grande e scrive d'incanto.

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    Teresa

    22/12/2009 17:32:16

    Mi è stato regalato da un ragazzo veneto amico di mio figlio.Io sono campana, e dalle prime pagine sembrava difficile, un saggio sul dialetto. Ma l'ho apprezzato subito per la bellezza descrittiva del "ricordo" di gioventù e di una lingua a me ostica. Teresa - Cava dè Tirreni

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    Renzo Montagnoli

    30/09/2008 12:42:39

    E’ la riscoperta della valenza della tradizione, di quel perpetuarsi della storia grazie al quale è possibile sapere chi siamo poiché conosciamo da dove siamo venuti. Quindi, Libera nos a Malo ha più di un pregio, mantenendo a distanza di anni (è stato pubblicato per la prima volta nel 1963) un’attualità che sorprende, ma non più di tanto, qualora si abbia a mente che lo scopo principale è stato senz’altro la conservazione della memoria, quel sottile filo logico che lega due epoche anche così differenti, ma che permette di comprendere i motivi di questa diversità, consentendo perfino di guardare in avanti, verso il futuro, consapevoli di ciò che siamo. Mi pare ovvio che la lettura sia più che raccomandata.

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    Mirko

    29/05/2008 14:21:30

    Lo stile di Meneghello mi ha sorpreso, è molto piacevole, anche se non scorrevolissimo talvolta, è immediato, autentico, diretto, ma allo stesso tempo abbastanza ricercato, intenso. Insomma uno stile che comunica ben oltre il semplice significato delle parole. Le frasi dialettali e l'italiano "creativo" usati dallo scrittore non precludono la lettura a nessuno, dato che è sempre comprensibile, anzi può essere divertente cercare di indovinare il significato di certe parole oscure. Io sono di Rovigo e capisco il 95% dei termini dialettali, ma immagino che per un pugliese sia frustrante. Per darvi un'idea di quest'opera... avete letto Mauro Corona? Ecco, Meneghello è un po' meno sfigato, un po' meno grezzo, un po' meno bohemien... Un Mauro Corona di pianura, senza il Vajont. In definitiva è un libretto che si legge volentieri e che contiene il vero spirito provinciale e malinconico di queste terre venete, che è difficile da comprendere per un "foresto".

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    Baba

    02/01/2008 15:28:57

    Uno dei libri più belli che ho letto, scritto in un modo spaventosamente proprio e maliardo. Meneghello è uno dei veri scrittori, ossia coloro che con semplice e umile intento rendono un popolo orgoglioso dei propri dialetti, delle proprie abitudini e persino dei loro ridicoli difetti, perchè infondo sono estremamente poetici.

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    Marco

    12/12/2007 16:06:07

    Un capolavoro assoluto. Per comprendere chi siamo, da dove veniamo e dove stiamo andando. Un'analisi personale, storica e sociale fatta con grande intelligenza, tagliente ironia ed un uso del linguaggio raffinatissimo (forse chi non conosce il dialetto veneto potrà solo intuirne la grandezza linguistica). Entra a pieno titolo tra i migliori libri italiani scritti negli ultimi 50 anni.

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    mirco

    02/12/2007 12:41:23

    semplicemente un capolavoro. sorta di "Amarcord" vicentino. la lingua diventa sostanza. quando leggi uno scrittore italiano così intelligente (così "classico") è difficile ritornare ai vari Evangelisti e compagnia bella.

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    Alce67

    04/09/2007 19:19:25

    Libera nos a malo è una passeggiata tra i luoghi della nostalgia; ed è anche un esperimento linguistico che si basa sull'uso del dialetto veneto, affiancato dall'Italiano e perfino da alcune citazioni in inglese. L'uso del dialetto ci restituisce la vita del paese di Malo con colori vivaci e grande ironia. Le descirzioni sono piene di empatia e, a volte, commiserazione. La narrazione procede senza seguire una storia, ma alla stregua di flash di memoria, questo dopo un pò mi ha annoiato. Non essendo veneto, ho anche fatto qualche fatica nel seguire le espressioni (alcune veramente divertenti). Non è un libro per tutti (e, per certi versi, neanche per me); resta comunque un bell'esperimento letterario e una descrizione nostalgica e interessante di un'Italia che non c'è più.

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    Meneghelliano pugliese

    02/07/2007 19:47:05

    Vorrei aggiungere un commento al desolante commento di chi mi ha preceduto. Sono pugliese e ho adorato Meneghello, come si può essere così ciechi da pensare che ciò che vale, linguisticamente e storicamente, per una regione debba essere precluso alle altre? Ecco spiegato perchè il panorama letterario italiano è così triste! Credimi, evidentemente hai comprato Meneghello perchè l'hai visto in televisione, ecco, continua a guardare la televisione. Ce ne fossero in ogni regione autori di così alto valore! Ci fosse in ogni regione un Libera nos a malo! Sandro (Marittima)

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    Lucia Girelli

    26/06/2007 21:33:47

    Ci fosse un Meneghello in ogni angolo di questo paese dagli infiniti suoni...e non basta conoscere un dialetto ed aver vissuto per parlare di un mondo ormai sfocato con tanta ironia e musicalità. "Volta la carta la ze finia"... arrivederci Signor Luigi.

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    Pierluca

    02/02/2007 09:59:00

    Ironico e sentimentale Meneghello balla in veneto, spiega in Italiano e sottolinea in inglese. Sembra difficile, ma è poesia e bisogna abbandonarsi alla musica che viene fuori.

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    erminio ferri

    15/11/2006 09:09:15

    E' uno dei migliori racconti autobiografici che mi siano capitati; sottile, ironico, spesso dolcemente malinconico. Riflette con singolare e straordinario verismo la vita e l'etica della media borghesia rurale nell'italia tra le due guerre.

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    Alecs

    29/07/2006 09:30:51

    Per molti ma... non per tutti. Un affresco straordinario e sociologico su un'Italia perduta per sempre: quella della povertà, dei piccoli paesi, delle guerre. Imperdibile per chi: - E' veneto; - Vuole capire il mitizzato "nordest";

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    claudio arzani (arzy)

    07/06/2006 00:17:44

    Potenzialmente interessante spaccato della società di un piccolo paese vicentino negli anni della ricostruzione quando la cultura contadina ancora prevale ma lentamente inesorabilmente si avvia al declino. Potenzialmente interessante ma di difficile lettura per l'uso ed abuso del linguaggio a confine tra dialetto italianizzato e italiano parlato da paesani poco adusi ai banchi di scuola. Anche mio nonno, lo ocnfesso, ripetè per sette anni la prima elementare: inevitabilmente con l'arrivo del bel tempo, superati i rigori invernali, le coltivazioni dei campi chiamavano a raccolta e la scuola andava a remengo. Anche mio nonno parlava uno strano italiano. Ma non ha mai preteso di scriverne per il tormento dei lettori di altre province. Voto generoso per simpatia ma nulla di più.

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    Rossella

    24/02/2005 23:39:50

    Ho ritrovato i ricordi di quando ero piccola; io, abruzzese! Il fatto che sia sposata ad un veneto mi ha permesso di apprezzare le chicche dialettali. E' stupefacente come la provincia veneta degli anni '30 e '40 somigliasse all'Abruzzo degli anni '50 e '60! Le stesse case, la stessa chiesa, le stesse donne alla prima Messa del mattino... Leggetelo, gente; vi farà amare di più la vostra terra, la nostra lingua, il vostro dialetto, quale che sia, le vostre radici; e vi sorprenderete a ridere da soli, mentre leggete, pensate, ricordate...

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    gabriele

    19/01/2005 22:20:30

    ironico,sorprendente,pieno di umanità,e una padronanza della lingua unica,per me veneto una vera sorpresa,ho ritrovato un pò le radici del nostro dialetto: parole,frasi,filastrocche,generi di vita oramai scomparsi...e un finale amarissimo,un requiem su un mondo che non ritornerà più.

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