Il libretto della vita dopo la morte

Gustav T. Fechner

Traduttore: E. Sola
Curatore: G. Moretti
Editore: Adelphi
Anno edizione: 2014
Pagine: 106 p., Brossura
  • EAN: 9788845928444
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Descrizione
Tre volte vive l'uomo sulla terra, scrive Fechner, e se il passaggio dal primo al secondo livello è quel che conosciamo come vita, il passaggio dal secondo al terzo (e ultimo) è ciò che chiamiamo morte. "Il libretto della vita dopo la morte" cerca temerariamente di esplorare quel secondo, terribile passaggio. Considerato il precursore della moderna psicologia sperimentale, Fechner ha fatto della relazione tra spirito e materia un concetto verificabile nella misurazione - basti pensare alla Legge di Weber-Fechner, che descrive la relazione tra uno stimolo e la percezione che l'uomo ha della sua intensità -, ma in queste pagine ne fa lo spazio dell'esperienza umana più autentica. Lungo il cammino della morte, la comunità dei trapassati collega infatti le proprie radici, che sono quaggiù, alle ramificazioni e infiorescenze che si protendono verso la cima - dunque al divino. Per Fechner l'aldilà è quindi a noi tangente attraverso gli spiriti dei defunti, spiriti ubiqui, liberi dell'abito corporeo, ma non al punto da non poter essere ricordati: di quella corporeità, il ricordo è anzi l'ultima traccia. Mai scomparse dal mondo, le loro anime sono qui e ora: non solo attorno a noi, ma dentro di noi. Fechner ci insegna a metterci in ascolto, a coglierle, vederle, soprattutto a riafferrarle, e il suo poetico, perturbante "Libretto" lascia rapiti e attoniti: offre parole di consolazione e immagini luminose anche del buio estremo, poiché nulla dell'uomo andrà perduto.

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    alida airaghi

    02/06/2014 16:44:28

    Cosa rimane dell'uomo dopo la morte? E cos'era egli prima di nascere? Esiste solo il buio, prima e dopo la cosa contingente che chiamiamo vita, o c'è dell'altro? Ed è recuperabile un qualsiasi rapporto con i defunti, o dobbiamo rassegnarci ad averli perduti per sempre? Questo "libretto" pubblicato nel 1836, e oggi riproposto da Adelphi, tenta di tracciare alcune risposte, e lo fa con il pudore quasi incantato del suo autore, il fisico e filosofo tedesco Gustav Theodor Fechner (1801-1887). Non uno sprovveduto, questo originale personaggio spesso deriso in vita e snobbato dai posteri, se il suo nome è rimasto legato a importanti studi sulla percezione e alla legge Weber-Fechner sulla sensazione, e se per decenni fu titolare della cattedra di fisica all'Università di Lipsia. Autore di molti volumi, non solo scientifici, ma anche letterari e umoristici, fu il fondatore di una particolare scienza, la "psicofisica", che cercava di conciliare la materia di cui siamo fatti con l'identità spirituale che caratterizza la coscienza di ognuno, ed è indistruttibile, immortale. Appassionato di botanica, Fechner era convinto che anche le piante, e tutto ciò che vive, avessero una coscienza, e l'intero cosmo fosse animato e in armonia, esplicandosi in un rapporto di bellezza e accordo con il divino. Una filosofia, la sua, che oggi potrebbe venire recuperata da qualche tendenza di pensiero new-age, e che forse può avere ancora una certa attrattiva sotto un profilo estetico-romantico. L'idea che esista un filo magico che collega ciò che respira a ciò che si è decomposto fisicamente, e che tuttavia solo per il fatto di essere esistito ha lasciato traccia di sé in uno spazio-tempo spirituale, è indubbiamente poetica e consolante: "colui la cui piccola casa, dove per lungo tempo si è aggirato, viene distrutta, se ne va lontano per sempre e comincia una nuova peregrinazione...il campo delle sue migrazioni è solo indicibilmente più ampio, le vie più libere e i punti di vista più alti..."

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