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Imre Kertész

Traduttore: A. Sciacovelli
Editore: Feltrinelli
Collana: I narratori
Anno edizione: 2005
Pagine: 115 p. , Brossura
  • EAN: 9788807016738
"Tacere è impossibile", diceva Semprún, ma trovare le parole sembra diventare sempre più difficile. B., scrittore e traduttore dissidente, improvvisamente si suicida, quarant'anni dopo Auschwitz, lasciando il messaggio di addio più breve della letteratura universale, "Scusatemi! Buona notte!". Il suo editore Keserü (amaro) fruga tra le carte prima che la polizia le requisisca per cercare una spiegazione del gesto e magari un romanzo segreto capace di spiegare il senso dell'esistenza e del dolore. Il manoscritto è però già stato distrutto dalla moglie dell'autore, Judit, dietro sua richiesta, affinché non restasse traccia della storia autobiografica che vi è raccontata. B. ha lasciato solo traduzioni, appunti e una commedia intitolata Liquidazione su ciò che sarebbe accaduto dopo la sua morte.
In una cornice che richiama le molte avanguardie dell'ultimo secolo, Kertész costruisce a incastri il suo primo romanzo dopo il Nobel e vi rappresenta un mondo asfittico segnato dalla fine: di una casa editrice, di un regime, della vita di un uomo. Dall'alternanza caleidoscopica di lettere, testi di B. e brani in prima e terza persona risultano una frammentazione e una perdita di punti di riferimento che la critica ha posto in metaforica relazione con lo smantellamento di un mondo. In realtà, appare in tutta la sua drammaticità la tragica perdita di quella che sembrava l'unica possibile via d'uscita rispetto all'annientamento, la scrittura.
Le facoltà di Lettere e di Lingue dell'Università di Torino hanno organizzato in questi mesi un seminario sul valore letterario e culturale della memorialistica della deportazione. Nella lezione dedicata a Kertész, Claudio Sensi ha ricordato come l'autore sia sempre alla ricerca di un linguaggio che contenga ciò che non può essere descritto, di un modo per rendere comunicabile il nucleo dell'indicibile del suo essere stato ragazzino ad Auschwitz. Senza pretendere di spiegare un "buco nero" della storia, Kertész affermava in Essere senza destino la necessità di uno sforzo di comprensione, secondo la linea di pensiero che avvicinava Primo Levi e Jean Améry. Ma l'imperativo inesorabile di raccontare che animava Köves si scontra qui col problema di non sapere da dove cominciare: "Con che genere di lingua poliziottesca sarebbe stata messa a verbale la storia di B., una storia in realtà inenarrabile?".
B. era stato fortunosamente partorito in un campo di concentramento, e per caso sopravvive. Nasce quindi già "sopravvissuto" e portatore di una "storia disgustosa, amorfa e sanguinolenta come una placenta" che spera di poter dimenticare ogni tanto sul tavolo di un bar come un pacco scomodo che si riceve da uno sconosciuto. In realtà non può, perché la sopravvivenza è di per sé una colpa: chi sopravvive in qualche modo collabora, e raccontare la vicenda di un bambino, ha detto Kertész, permette di descrivere meglio la dinamica paradossale della dittatura, che costringe le vittime a collaborare con la macchina che lavora per la loro dissoluzione.
B. è un traduttore e scrive, come Kertész, alla maniera di Peter Weiss e Thomas Bernhard. Legge Jean Améry e come il suo Lefeu/Feuermann registra la discrepanza tra l'esperienza e le parole. Impossibile trovare in esse rifugio e consolazione, né in forme di narrazione realista né ricorrendo alla trasfigurazione lirica. Perciò B. rifiuta di chiamare romanzo il suo manoscritto, e insegna alla moglie a riconoscere le "parole fobiche" che segnano il "segreto ebraico" dell'infanzia, a interrogarsi sulla condanna al ricordo, sulla scelta tra il silenzio e la testimonianza. L'ossessione di capire spingerà lei ad andare fino ad Auschwitz, ma la visita fra i turisti che ne fanno un museo del folklore all'aperto si risolve in un'impressione di inverosimiglianza, "come se tutto fosse una copia dell'originale". Il bisogno di autenticità che Kertész ha invocato in una recente intervista si rispecchia nella scelta di B. di non scrivere la sua impossibile storia perché "non si può. Quello che è kitsch è kitsch". Dice Kertész che "in Occidente si è sviluppato un conformismo dell'Olocausto, un canone, come un corrispondente linguaggio cerimoniale. Un kitsch alla Spielberg". Eppure Alessandro Piperno, al quale ho chiesto un parere amichevole, notava come proprio Spielberg, facendo indossare a una bimba il cappottino rosso in un film in bianco e nero per renderla riconoscibile nella storia, rivendichi una possibilità di adesione emotiva al dolore che sembra l'unica possibile chiave della memoria.
Nello studio di Paolo Traverso su Auschwitz e gli intellettuali si legge che nel tempo attuale, definito da Annette Wieviorka l'"era del testimone", il culto del ricordo è duramente contestato da chi teme che la Shoah venga staccata dalle circostanze storiche che l'hanno generata e privata di riflessione critica per essere isolata in una memoria anestetizzata e sacralizzata. Forse è questo timore che induce Kertész ad attuare un'opera di sterilizzazione, fin dallo spersonalizzato nome del protagonista, attraverso la retorica bernhardiana dell'Estinzione: "Non esiste più la possibilità di ritornare a un qualsiasi punto centrale dell'Io, a una solida e innegabile ego-certezza - dice B. - la parola, dunque, è nel suo senso più autentico perduta".
Nelle fasi del procedimento totalitario identificato da Hannah Arendt (uccisione della personalità giuridica, uccisione nell'uomo della persona morale e infine uccisione dell'individualità) B. rappresenta l'ultimo passaggio. Keserü, ancora fiducioso nel potere della scrittura, "ragnatela invisibile che tiene insieme la nostra vita" lo definisce uno "scriba" e "quello che ha lasciato alla sua morte non può essere andato perduto, perché lo ha lasciato per noi". In realtà B. si rifugia in parole che definisce "eleganti, per non dire cose da far vomitare", e però vuote di emozione, per esprimere il ressentiment di chi non ha più nemmeno un nome, ovvero un'appartenenza che lo possa iscrivere dalla parte "giusta" nella dialettica di un'autenticità ebraica di quasi sartriana memoria.
Keserü, alla fine, è costretto a chiedersi cosa significa che un romanzo sia buono o cattivo, dal momento che il vero mezzo di espressione dell'uomo è la propria vita, che ognuno ha la sua triste storia, ma che ormai le storie hanno perso la loro importanza. Accetterà che B. soccomba alla tentazione autodistruttrice dei testimoni e condanni a morte le parole insieme a se stesso perché Auschwitz è "irrevocabile" e incomprensibile anche a chi ne abbia molto letto, persino agli stessi ebrei. E arriverà fino all'ultima pagina della commedia, in cui Judit, rispetto all'idea di raccontare Auschwitz ai figli che non sanno di essere per metà ebrei, quasi scongiura il nuovo marito: "E se non glielo dicessimo?".

Simona Munari

Recensioni dei clienti

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    Stefano

    04/05/2009 17.58.31

    È uno deilibri più brutti che abbia mai letto. La storia è sconclusionata, il messaggio scontato (sappiamo tutti che i campi di concentramento sono una delle peggiori tragedie della storia dell'uomo) e comunicato in modo superficiale. Lo stile, almeno nelle traduzioni italiana e francese, è pedante, appesantito da una pletora di "per così dire" e simili

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    Ennio

    30/08/2005 22.46.43

    Il libro ruota attorno ad una questione: è possibile che B. – uno scrittore di grande talento – si sia suicidato senza aver lasciato “il suo libro”, il libro del quale Kerezu, il suo amico assistente editoriale, trova tracce indirette in tutta l’altra produzione? Ma questo non è che un espediente narrativo per parlare della vita di B., dalla sua nascita nel campo di concentramento di Auschwitz alla sua morte per overdose di morfina, e soprattutto per parlare della senso di liquidazione che pervade tutto: il regime, la casa editrice, lo scrittore B., il suo libro, Auschwitz, i momenti di vita passati. Questa mancanza di punti di riferimento viene tradotta da Kertesz frammentando lo stile del romanzo. Troviamo quindi il racconto, la lettera, il testo teatrale, la poesia. Un romanzo complesso e affascinante.

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    Libetta

    11/03/2005 15.21.20

    L'amico dell'io narrante si suicida a decenni di distanza dall'esperienza dell'olocausto. Il libro sembra come governato da flusso proprio tentando per alcune pagine di prescindere od almeno allontanarsi dal ricordo, tanto parte integrante interiore di chi visse quei giorni, mediante delle belle immagini di confusione, teatro, innamoramenti (o meglio attaccamenti affettivi) e persino con una sorta di giallo letterario. Ma poi sempre riaffiora impossibile da sfuggire, come immanente spiegazione a fatti e sentimenti.

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