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Editore: Rizzoli
Collana: Vintage
Anno edizione: 2015
Formato: Tascabile
Pagine: 233 p., Brossura
  • EAN: 9788817080767

94° nella classifica Bestseller di IBS Libri - Narrativa italiana - Moderna e contemporanea (dopo il 1945)

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“Ora deve agire, da sola. Suo padre David Zacharian, il leggendario mercante che aveva percorso tutte le strade, l’aveva avvertita, il giorno delle sue nozze: “C’è un momento, nella vita di ogni donna armena, in cui la responsabilità della famiglia cade sulle sue spalle. Noi moriremmo, per evitare questo peso alle nostre perle, alle nostre rose di maggio: e infatti moriamo”.

Chi ha letto con passione I quaranta giorni del Mussa Dagh, l’epopea di Franz Werfel sul genocidio degli armeni da parte dei turchi durante la prima guerra mondiale, ritroverà nel bellissimo romanzo di Antonia Arslan La masseria delle allodole un frammento della stessa vicenda, ricostruita da una discendente italiana sul filo delle memorie familiari.

È la saga degli Arslanian, di due fratelli che con le loro scelte differenti hanno forgiato per i loro figli due destini tragicamente opposti, di vita e di morte.
Il fratello maggiore, Yerwant, lascia l’Armenia da ragazzo, studiando a Venezia e diventando medico di successo a Padova, dove sposa una nobildonna e ne ha due figli. Il fratello meno avventuroso e più legato alle tradizioni familiari, Sempad, rimane nel villaggio natale in Anatolia, dove riveste uno status preminente, facendo della sua farmacia una finestra sulle novità occidentali. La sua numerosa famiglia incarna i valori e la cultura del popolo armeno, come l’ospitalità festosa, l’intraprendenza mercantile, la religiosità tollerante.

Dopo molti anni di lontananza, nel 1915 i due fratelli combinano una rimpatriata: Yerwant con la famiglia si accinge a tornare in Anatolia con due automobili, carico di doni e di nostalgia. Sempad arreda prestigiosamente la “masseria delle allodole”, la villa in campagna, preparando un’accoglienza memorabile. Ma lo scoppio della guerra spezza all’improvviso ogni progetto e consegna l’intero popolo armeno allo sterminio: i turchi, alleati dei tedeschi, attuano il mostruoso piano di eliminazione delle minoranze etniche. Massacrati tutti i maschi, compresi i bambini, le donne armene, fra cui la moglie e le figlie di Sempad, saranno deportate e trasferite ad Aleppo in un esodo atroce e spietato, destinate a un’inesorabile “soluzione finale”. Grazie all’avventuroso intervento di amici fedeli, per le figlie di Sempad si apre in extremis una via di fuga e il romanzo, teso come un thriller ed emozionante come una storia d’amore, si conclude, in un salto temporale, con la voce della narratrice, la nipote Antonia, che intrecciando storia e poesia, colori, suoni e profumi, ha saputo incidere la sua vicenda familiare nella memoria collettiva.


Le prime frasi del romanzo

Prendemmo la strada sotto i portici per andare al Santo. Era il 13 di giugno, il giorno del mio onomastico. Pioveva, e io non volevo muovermi, ma il nonno Yerwant, il patriarca a cui nessuno disobbediva, aveva detto: «E ora che la bambina conosca il suo santo. È già quasi troppo tardi, ha cinque anni. Non sta bene far aspettare i santi. E dovete portarcela a piedi». Lui ci avrebbe raggiunto con la sua automobile Lancia, e con Antonio, l'autista. Così, percorsi con la zia le due lunghe strade porticate che conducono alla basilica, con la zia Henriette, piccola piccola, dal gran naso armeno e dai lucidi capelli neri a caschetto, che aveva molti segreti e se li teneva stretti, non portava mai tacchi bassi e non permetteva che aprissi la sua borsetta. Neppure lei era contenta dell'ordine del nonno: aveva caldo, aveva "quasi" mal di testa, pensava che andare alla basilica nel giorno del Santo fosse poco fine, cosa da provinciali e da turisti, temeva di perdermi, si angosciava per nulla, come sempre.
Zia Henriette era una sopravvissuta al genocidio del 1915. Creatura della diaspora, non aveva più una lingua madre. Parlava molte lingue, compresa la sua, l'armeno, in modo legnoso, innaturale: come una straniera. In tutte faceva patetici sbagli, e non volle mai raccontare la storia della sua sopravvivenza. Aveva dimenticato anche la sua età (in Italia, quando sbarcò, era così minuta e patita che le tolsero due o tre anni). Ma ogni sera, a casa nostra, veniva a cena portando vassoi di biscotti alla moda austriaca, enormi vasi di yogurt fatto in casa, paklavà colmo di noci e di miele: e la sua presenza riempiva la casa di memorie oscure.
Io l'amavo moltissimo, e mi facevo viziare. A casa sua i dischi di Edith Piaf andavano tutto il giorno, e si poteva ballare con le scarpette di panno. Sicché mi facevo trascinare verso il Santo con pigra curiosità, sperando in un gelato, o in una medaglietta, o in un libro colorato, chissà. Per me, ero aperta a tutti i doni - e mi aspettavo un dono, fiduciosamente.
E quando arrivammo allo sbocco della via del Santo nella immensa piazza, ebbi il mio dono. La pioggia era cessata da qualche minuto, e improvvisamente le nuvole si spostarono, come un sipario, e un raggio caldo di luce e di sole fece della piazza, un teatro, dove innumerevoli figurine colorate cominciarono a sgrullarsi e a chiudere gli ombrelli, affrettandosi verso l'ingresso. Tante Aide, Nives, Esterine, Gigie si chiamavano allegre e urgenti, accompagnate da bambini compunti vestiti da piccoli frati, e da uomini atticciati, seri, addobbati di nero; nel centro, un gruppo solenne e ieratico si faceva notare per i chiassosi costumi, le gonne lunghe e i fieri capelli delle donne, i mustacchi erti degli uomini. Fermi, fissavano concentrati il grande portone socchiuso della basilica.
«Vedi? Ci sono anche gli zingari» disse preoccupata la zia. «Tienimi stretta la mano.» Io non pensavo a sciogliermi. Mi bastavano gli occhi. Ero incantata e confusa. Erano quelli, gli zingari? Quelli che andavano sempre, e non si fermavano in nessun luogo; quelli che abitavano i carrozzoni sgargianti, che erano come case piccolissime, con dentro tutto quello che serve? Anche noi armeni siamo andati in tutti i paesi ma, giunti in un posto, ci fermiamo; e così abbiamo parenti in tutte le parti del mondo. E cominciai a ripetermi l'elenco delle città dove avevamo parenti, e i loro nomi, rigirandomeli in bocca come una caramella.
La zia lo ripeteva sempre: «Quando sarò proprio stanca di stare con voi, quando sarete stati troppo cattivi, io me ne andrò. A Beirut da Arussiag, ad Aleppo da zio Zareh, a Boston da Philip e Mildred, a Fresno da mia sorella Nevart, a New York da Ani,* o anche a Copacabana dal cugino Michel. Lui però per ultimo, perché ha sposato un'assira». Io ero affascinata dalla signora zia assira. Avevo visto in un libro illustrato i costumi degli antichi assiri e le loro barbe, mi avevano raccontato la storia di Nabucodo-nosor e delle grandi città di Babilonia e di Ninive, e mi figuravo questa zia incedere, avvolta in stoffe sontuose, su e giù per i giardini pensili di Babilonia (che suonava abbastanza simile a Copacabana). Altro che lasciarli per ultimi, come voleva zia Henriette; lo splendore di questa parentela brasiliana a mio parere doveva avere il primo posto. Ma nessuno in verità chiedeva il mio parere...
Continuando a stringermi nervosamente la mano, la zia si guardava intorno. Era piccola, patetica e subito sperduta, e cercava la rassicurante presenza del nonno, che infatti arrivò in quel momento. Con una curva impeccabile, l'auto argentea scivolò lungo il perimetro della piazza e si fermò silenziosamente proprio accanto a noi.

Recensioni dei clienti

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    alinghi

    09/03/2017 13:58:56

    Storia toccante, commovente, aberrante...purtroppo vera. Argomento troppo spesso accantonato e dimenticato. Raccontando con semplicità le vicende di una singola famiglia riesce a far luce su un dramma di vastità inaudita e sulle pochezze della razza umana; lineare e ben articolato e ben scritto, anche se ricalca il clichè di tantissimi altri libri; a differenza di altri lettori ho riscontrato alcune parti non troppo scorrevoli

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    paul63

    01/12/2016 18:00:06

    Mi sono appassionato alla lettura della Masseria delle allodole, tanto da leggere dopo poco tempo e con piacere anche La strada per Smirne. Il racconto è fluente, le storie narrate con lieve distacco, pur trattando di una tragedia familiare, assolutamente fresche e verosimili, tali da aprire squarci luminosi su una vicenda storica di cui si parla senza conoscenza diretta, come un qualcosa di tanto lontano, di cui non valga quasi più la pena parlare. E' piuttosto necessario in questo momento in cui la Turchia ambisce ad "entrare in Europa" fare chiarezza su questa storia mostruosa che ha portato al genocidio degli Armeni. Le mostruosità umane non si sono fermate ad Auschwitz: riconoscerle tutte ed ovunque, senza occhiali deformati da interessi politici contingenti, è un nostro preciso dovere morale, se vogliamo davvero costruire un mondo migliore per i nostri figli. Leggetelo.

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    Marcello

    01/09/2015 19:25:06

    Di libri così se ne son letti tanti ma non tutti ti toccano profondamente il cuore. Questo, pur apprezzabile e nel suo genere capace di darti il senso del genocidio armeno nella sua drammaticità, sembra narrato un po' da distante e non da dentro la tragedia e quindi tocca appena le corde dell'uomo

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    marcello

    01/08/2015 10:08:32

    Prima di comprare "il rumore delle perle di legno" ho voluto leggere ovviamente La masseria: non comprerò il secondo libro ! Comprendere l'eccidio armeno , di cui si sa comunemente poco, è innanzitutto un impegno storico-politico e solo poi argomento letterario che tuttavia questo libro affronta in maniera troppo familiare e lo rende sovrapponibile ad ogni descrizione di fette di olocausto ebraico,armeno,lituano,curdo che sia. Vi è poi una sorta di distacco affettivo dagli avvenimenti narrati che leva un po'di pathos e quindi di partecipazione del lettore.

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    Anna

    27/08/2009 18:40:03

    Peccato che i Taviani ne abbiano tratto una pessima riduzione cinematografica. Il libro entra, a tutti i diritti, tra i classici della letteratura contemporanea. Inquietante e commovente, eppure mai morboso né melenso. Complimenti

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    Denebola

    31/08/2008 11:35:41

    Il voto vero sarebbe 3.5...Il libro è senz'altro interessante,non l'ho trovato freddo come alcuni hanno sostenuto;anzi in certi momenti era davvero intenso...ma santo cielo,com'è scritto!non capisco perchè,dopo un prologo bello per la sua semplicità e limpidezza,l'autrice si sia andata a impegolare in uno stile ampolloso,tipo:"guardate come scrivo bene e che paroloni difficili so usare".Ho detestato l'abuso della tecnica dell'anticipazione,per non parlare di veri e propri svarioni quali"un dolore puntuto"...PUNTUTO?!che roba è?lo diceva Pippo nei cartoni animati per far ridere... Pretenzioso.

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    mary

    30/04/2008 15:26:05

    Bellissimo! é un libro che ti consente di conoscere realtà così drammatiche non a tutti note; eppure nella sua durezza l'autrice riesce a srotolare il racconto con una prosa magistrale e certamente piacevole. da leggere.

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    Alessia

    29/02/2008 21:18:00

    Dopo un inizio un po' lento, si è aperto un libro intenso, meraviglioso, malgrado l'argomento agghiacciante, che mi ha lasciato scossa e mi ha fatto piangere dalla commozione.

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    Susan

    29/01/2008 17:10:36

    Una storia vera, struggente, dalla prosa che non vi abbandona per un istante. Lo leggo e lo rileggo senza sosta scoprendo ogni volta nuovi punti e nuova poesia. E' talmente bello che dentro di voi si materializzeranno i personaggi senza nemmeno aver visto il film. Ecco Azniv, Nazim e poi Ismene e gli altri. Ogni parola è scelta talmente perfettamente che non sarebbe possibile scriverlo meglio. Un capolavoro assoluto. Spero che la Sig.ra Arslan decida di regalarci altri romanzi/storie vere come questa. Assolutamente da non perdere. Per non dimenticare, non c'è stata soltanto la Shoah. Non sono armena, ma lasciatemi dire: L'Armenia così bella, con il suo popolo mite, cordiale ed ospitale. Ovunque nel mondo, ma nel profondo sempre orgogliosamente armeni.

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    Greta

    27/12/2007 09:31:41

    Curiosamente le persone che non hanno apprezzato il libro, incolpano la scrittrice di averlo scritto in maniera piatta, fredda e noiosa. Io non la penso così, anzi, mi è molto piaciuto questo suo modo di scrivere: ha mantenuto un distacco ammirevole nello spiegare il genocidio armeno e la terribile deportazione della famiglia d'origine della Arslan. L'argomento in se è devastante, ci vuole appunto una buona dose di bravura nel presentarlo ai nostri occhi senza cadere nello scontato e senza cercare di suscitare quella pietà sicuramente dovuta. Uno stile diretto e veloce che ci porta per mano verso l'orrore, senza perdere mai la speranza nel domani. E' orribile questo senso di impotenza davanti a questa pazzia di un popolo che per potere essere forte ha bisogno di uccidere le proprie minoranze, è l'ennesimo caso della follia dell'uomo che oltrepassa un limite e perde la ragione. Un libro davvero straziante, che mi ha messo davanti a fatti che conoscevo poco e come tutti i libri di questo genere, insegna la vita. Sono curiosa di vedere il film dei fratelli Taviani

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    Pietro

    12/12/2007 03:30:09

    Ho letto il libro tutto di un fiato piu' che altro perche' continuavo a cercare qualcosa, come se nel racconto mancasse qualcosa. E dopo l'ultima pagina stavo ancora cercando. Sono rimasto deluso dal libro. Se pur rappresenta una fantastica testimonianza storica di una tragedia umana personale e collettiva, come pezzo letterario mi e' sembrato di una noiosita' devastante. Non ho trovato emozioni, non sono riuscito a vedere i personaggi come reali, la scrittura e' fredda distaccata, lontana... Non conosco altri lavori dell'autrice e se tanto mi da tanto credo che non vorro' leggere niente altro di suo.. e tutto sommato mi dispiace proprio. Giudizio nel complesso negativo.

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    Elena

    27/09/2007 15:46:20

    Ho letto "La Masseria Delle Allodole" per la scuola insieme ad altri di una lunga lista, ma questo è stato certamente quello che più mi ha colpita. Leggere tutto quello che il popolo armeno ha dovuto patire nel 1915 mi ha fatto riflettere, mi ha fatto piangere seguire l'esodo delle donne armene con occhio esterno, ma come se fossi stata lì, accanto ad Azniv quando si offriva per un tozzo di pane, con Ismene quando cantava le sue nenie...Giuro che questa lettura è stata dolorosa e straziante quanto di comprensione e dolcezza. Per quanto si possa immaginare, e so perfettamente di non poterlo fare perché è un contesto totalmente diverso, non si può capire la sofferenza di essere sbattuti fuori dalla propria casa, di vedere la propria gente soccombere sotto gli occhi...Questo libro mi è piaciuto moltissimo.

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    Stefano

    08/05/2007 12:55:15

    Mi è piaciuto molto,è un'odissea familiare che ci fa capire l'orrore del genocidio armeno con semplicità e senza rancore, ho riscontrato in questo libro ciò che diceva Terzani in Buonanotte SIG Lenin, gli Armeni sono così miti che sembrano rassegnarsi a tutte le persecuzioni come se il genocidio fosse una fatalità a cui rassegnarsi, certo dai turchi ai russi ne hanno subite!

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    ANNA

    26/04/2007 10:30:21

    PESSIMO NOIOSO NON SONO RIUSCITA ANDARE OLTRE ALLA PAGG 20

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    marco palladio

    17/04/2007 05:09:52

    La storia e' struggente, i fatti narrati fanno venire la pelle d'oca, ma la prosa e' pesante, noiosa.. per niente coinvolgente. Ne sono rimasto veramente deluso. Marco

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    ildo

    27/03/2007 21:21:14

    bello, molto bello. consigliato a tutti. un libro che fa riflettere. per tutti quelli che vogliono conoscere la storia di questo sfortunato popolo suggerisco la lettura anche di: Diario di Varvar, una bambina scampata al genocidio degli armeni.

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    andrea

    26/03/2007 09:15:29

    Il libro in quanto tale proprio non mi e' piaciuto. L'ho trovato molto noiso e pesante da leggere, finire ogni pagina e' stato uno sforzo colossale. Nessuno credo (e tantomeno io) osa criticare o esprimere giudizi sulla storia personale dei protagonisti, o la storia del genocidio del popolo armeno. Ma il LIBRO in quanto tale, e' veramente noiso, la scrittura cosi' lontana da chi legge, cosi' fredda e piatta.. Non mi ha preso per niente, sembra di leggere fatti lontanissimi e non ho trovato nulla -da un punto di vista strettamente letterario intendo- che mi abbia fatto avvicinare ai protagonisti, soprattutto nella seconda parte del libro, dopo il massacro degli uomini della famiglia alla masseria e la fuga dei sopravvissuti. In un certo qual modo ho trovato la prima parte del libro piu' convincente. E mi sento quasi in colpa per il fatto che il libro non mi sia piaciuto perche' lo avevo comperato con vivo interesse e anticipazione. Ricordo ancora con piu' emozione il film "Quella strada chiamata paradiso" o il romanzo 'I 40 giorni del mussa dagh', tanto per restare in tema armeno, o Mila 18 sullo sterminio degli ebrei del ghetto di Varsavia. Mi sembrava di essere insieme ai protagonisti, di condividere con loro le loro gioie e il loro dolore. Ma questo libro La masseria delle allodole proprio non mi ha emozionato per niente. E me ne dispiaccio profondamente.

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    monica

    24/03/2007 20:16:05

    o si odia o si ama. io l'ho amato. mi era stato prestato ma dopo averlo letto sono corsa in libreria ad acquistarlo. duro, coinvolgente; ottimo spunto per riflettere sull'idiozia della gente. tutti dovrebbero leggerlo.

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    gigi

    12/01/2007 17:22:24

    libro veramente noioso ( e se lo dico io che adoro leggere!!!)non riuscivo più ada andare avanti.....

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    Matilde

    27/11/2006 18:27:45

    libro splendido che mi ha profondamente commosso, il suo ritmo e la sua atmosfera mi hanno coinvolta, senza abbandonarmi un solo istante.

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