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Anno edizione: 2026
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Max, Mischa e l’Offensiva del Tet è un romanzo monumentale, traboccante di idee, informazioni e cultura, alta, bassa, popolare, e al tempo stesso è un dramma familiare e una storia d’amore intrecciata a un racconto di trasformazione politica.
«Non scrivo perché quel che abbiamo vissuto non l'abbia mai vissuto nessun altro; le nostre vite non erano particolarmente spettacolari né significative. Non lo sono mai state, né allora né ora. Però erano le nostre vite, erano intrecciate, e mi è venuta una gran paura di perderle.»
«Un appassionato manifesto per il nostro tempo e per la sua febbrile ricerca di un bene sempre più raro: una casa da chiamare casa.» - Siri Hustvedt
«Johan Harstad scrive oltre 1200 pagine su identità, famiglia, arte. Come si affrontano? Una frase alla volta (non ci si annoia).» - Luca Ricci, Tuttolibri
«Manca una vera trama, ma si reggono su una narrazione fluviale (e sull'amore tra i protagonisti) le 1256 pagine del libro di Johan Harstad che racconta gli Usa dal punto di vista di un regista scandinavo destinato a restare un immigrato». - Vanni Santoni, La Lettura
«Viva Max, Mischa e l'offensiva dei libri belli di cui si parla moltissimo in giro. Esserne felici è il minimo.» - Marco Archetti, Il Foglio
Recensioni pubblicate senza verifica sull'acquisto del prodotto.
Corposo romanzo che affronta diversi temi:il sentirsi estranei in un paese straniero dopo essere costretti ad abbandonare la propria terra,la solitudine della giovinezza,l'amicizia l'amore.Profondo e interessante,anche se a volte prolisso.
Max Hansen, un giovane regista teatrale, decide di mettere nero su bianco la sua storia per impedire che svanisca come sono, purtroppo, svanite persone per lui importanti. E così si legge di Max strappato da ragazzino alla sua Stavanger in Norvegia a causa del lavoro del padre. Della sua vita a Long Island, dell’amicizia con Mordecai e dell’incontro con l’amore della sua vita, Mischa Grey che conosce, appena sedicenne, durante le vacanze estive a Fire Island. Della loro vita fra lo studio di Mischa a SoHo e l’appartamento nell’Apthorp. Dello zio di Max, Ove Hansen che, fuggito dalla Norvegia con il sogno di diventare un famoso pianista jazz, per acquisire la cittadinanza, si arruola e combatte la guerra del Vietnam, quella guerra che tanto appassionava, attraverso le immagini del film Apocalypse Now, Max e i suoi amici norvegesi, da bambini e, poi, sempre Max e il suo amico americano, Mordecai, da adolescenti. Di Ove che finita la guerra, diventato cittadino americano sceglierà di chiamarsi Owen Larsen segnando così una apparente cesura con la Norvegia. Sul sfondo una New York che diventa il posto che oggi conosciamo dopo gli anni 60/70 che la vedevano essere una città sporca e pericolosa. Nel romanzo c’è molto. C’è il teatro a New York, c’è il cinema di Los Angeles, c’è la musica jazz, c’è Rothko e la pittura, c’è il sentirsi o il non sentirsi a casa, c’è la complessità delle relazioni familiari e sentimentali, c’è la Guerra del Vietnam e l’ostracizzazione di chi quella guerra l’ha combattuta senza possibilità di scegliere da parte di chi stava al calduccio nel proprio letto occidentale. C’è l’11 settembre, c’è il dramma che ha vissuto una città che non si è arresa fra le lacrime e la paura. Ci sono le crisi economiche degli ultimi decenni e c’è l’uragano Sandy che spariglia le carte regalando un finale “luminoso” a Max e a chi legge, dopo momenti “neri” quasi come il Vantablack con cui il pittore Gabe dipinge le tele che gli regalano il successo.
Nulla di più lontano da un “romanzo americano”
Recensioni
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Un Bildungsroman al rovescio
Non lasciare mai la barca, un principio a cui attenersi rigorosamente, a meno che non la si voglia lasciare per sempre, recita il capitano Willard in Apocalypse Now. Lui e Chef sono appena scampati a una tigre, dopo essersi avventurati nella giungla alla ricerca di manghi.
Max Hansen, il protagonista di Max, Mischa e l’Offensiva del Tet di Johan Harstad (Sellerio, 2026), la barca l'abbandona più di una volta, e quasi mai volentieri. In perenne movimento, costruisce pagina dopo pagina un approdo che in realtà sembra scontornarsi fino a rendersi inafferrabile. Ci sgretoliamo. Come i posti da cui veniamo. Dice Max all'inizio del romanzo e subito partono le prime sottolineature a matita, accompagnate dalla sensazione che il viaggio di questo personaggio non sarà lineare, ma piuttosto un zigzag di tentativi maldestri e disperati.
Cresciuto nella norvegese Stavanger, la capitale del petrolio dall'anima bohémien, il ragazzino viene strappato dal suo mondo e catapultato negli Stati Uniti a causa del lavoro del padre, pilota di aerei. Max soffre. Non può più giocare a far la guerra con i suoi amici, fomentato dalle scene psichedeliche di Apocalypse Now.
Dopo un'apatica resistenza, tenta di ricomporsi in America, un paese che non capisce e di cui forse diffiderà fino alla fine. Incontra Mordecai, aspirante attore che ruba oggetti alle persone per preservare un qualcosa del loro passaggio; si innamora di Mischa, la Shelley Duvall canadese dai calzini spaiati; e si ostina a mitizzare suo zio Owen, veterano della guerra del Vietnam ora trapiantato a Manhattan in un palazzo che cade a pezzi. I personaggi di Harstad sembrano allora specchiarsi l'uno nell'altro. Cercano un'identità nel confronto con le vite altrui, confortati infine nel trovarvi la stessa incompiutezza.
Max rincorre lo zio per tutto il romanzo, seguendone le orme pregne di possibilità che lui stesso ha idealizzato. Fino a comprendere che Owen è un esule come lui. Un uomo che ha cambiato nome e ha sposato degli ideali non suoi pur di afferrare di nuovo una parvenza di casa. Più lo conosce, più riconosce la proiezione dolorosa della sua stessa malinconia. Un arto fantasma che pulsa di dolore al ricordo di cosa ha perduto.
La costante ricerca di identità passa anche attraverso la sua carriera artistica. Prima attore e poi regista, Max passa dall'essere al centro della scena, al dirigerla per guardarsi dall'esterno, tentando di trovare una direzione.
Il romanzo di Harstad prende il Bildungsroman e lo rovescia, disgregando i personaggi fino però a restituirne la vera essenza. Una discesa forsennata e autentica, lunga 1200 pagine, che si risolve in un epilogo che è la vera forza di questo romanzo e ne legittima il successo.
Mai scendere dalla barca, appunto.
Alice Ledronio
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