Melanie Klein. Il suo mondo e il suo lavoro - Phyllis Grosskurth - copertina
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1988
10 novembre 1988
626 p., ill.
9788833904481

Voce della critica


recensione di Di Carlo, A., L'Indice 1989, n. 6

Melanie Klein non aveva ancora avuto un biografo che mettesse al centro del suo lavoro l'insieme della sua vita e della sua opera. In questi anni abbiamo avuto ottime e rigorose introduzioni al pensiero della Klein (si veda il volume di Hanna Segal "Melanie Klein*, edito da Boringhieri, 1981) ma mai un lavoro che affrontasse in modo sistematico l'intero arco della vita e analizzasse i rapporti esistenti tra la persona e l'opera. La biografia della Grosskurth intende colmare questa lacuna. Utilizzando una grande quantità di fonti tra cui carteggi, documenti e testimonianze inedite, la Grosskurth tenta di darci la complessa storia di una vita con i suoi affetti, il suo dolore, i suoi conflitti, e insieme l'analisi di una opera che è stata, in modo eccezionale, originale e feconda per tutta la ricerca psicoanalitica. Diciamo subito che il risultato di questo lavoro non è sempre felice anche se la ricchezza del materiale utilizzato rende il libro della Grosskurth di indubbio interesse per lo storico del pensiero psicoanalitico.
La biografia della Grosskurth muove dai primi anni e narra del rapporto complesso e difficile di Melanie con una madre possessiva, del suo rapporto idealizzato con un fratello che morirà in giovane età, del matrimonio fallito che si concluderà con un divorzio. Una giovinezza, quella di Melanie, segnata dalle crisi depressive; la Grosskurth narra di una donna intelligente, appassionata e insoddisfatta che scrive poesie e racconti e cerca dentro di sé, tentando di dare spazio e significato ai propri sentimenti, ai propri desideri. L'incontro con la psicoanalisi avviene nel 1914, non è difficile per chi frequenta gli ambienti intellettuali della Budapest di quegli anni entrare in contatto con l'opera di Freud. La Klein legge di Freud "Il sogno" (1900) e avverte subito una profonda rispondenza tra i suoi problemi interiori e quel singolare approccio alla vita psichica: "Si trattava - dirà lei stessa - proprio di quel che andavo cercando, almeno in quegli anni in cui bruciavo dal desiderio di trovare ciò che potesse soddisfarmi intellettualmente ed emotivamente" (p. 87).
Non sappiamo molto di più su questo incontro così decisivo per il suo futuro, sappiamo che la Klein inizia una analisi con Ferenczi, con un analista cioè attentissimo alla vita emotiva dei bambini, e Ferenczi le fa notare la capacità di comprendere i bambini di cui è dotata, incoraggiandola a dare spazio a queste doti e ad utilizzarle per il suo lavoro analitico. Terminata l'analisi con Ferenczi la Klein entra a far parte della società psicoanalitica ungherese e presenta i suoi primi casi di analisi infantile. Tra i primi casi sono, come è noto, i suoi due figli, nascosti sotto gli pseudonimi di Fritz e Felix. Il secondo incontro analitico importante è quello con Karl Abraham. Di Abraham la Klein conserverà sempre l'immagine del maestro, della guida che sa vedere ed indicare ciò che nel lavoro analitico ha significato e merita di essere continuato. La Klein considerò sempre il suo lavoro una continuazione ed uno sviluppo del lavoro di Freud ed Abraham: "Per me fu una cosa indimenticabile - ricorda nella sua autobiografia - quando partecipando ad un congresso nel 1924 al termine di una comunicazione [...] mi disse che il futuro della psicoanalisi dipendeva dall'analisi infantile. Mai prima di allora mi aveva parlato delle sue opinioni con tanta forza e poiché io ero in quei primi anni veramente inconsapevole della importanza del contributo che stavo dando alla psicoanalisi, le sue parole furono per me una sorpresa" (p. 143). Abraham morirà nel 1925 e sarà un duro colpo per la Klein che si è nel frattempo trasferita a Berlino ed è entrata, da un anno, in analisi con lui: "la morte di Abraham fu un grande dolore per me ed una situazione molto penosa da superare. Quando di colpo interruppi la mia analisi con Abraham c'era ancora tantissimo che non era stato analizzato e da allora ho continuato nella direzione di una sempre maggiore conoscenza delle mie angosce e difese più profonde" (p. 169).
Nel 1926 dopo la morte di Abraham, la Klein si reca, come è noto, in Inghilterra su invito di Ernest Jones. L'Inghilterra sarà progressivamente la sua nuova patria e la società psicoanalitica britannica il luogo di affermazione delle sue idee ma anche un luogo di opposizione e conflitti con il gruppo dei "viennesi", con il gruppo cioè che faceva capo ad Anna Freud. Questo primo periodo della vita e dell'opera della Klein culmina con la pubblicazione della "Psicoanalisi dei bambini" del 1932, un'opera fondamentale per la storia del pensiero psicoanalitico, l'opera in cui il gioco diviene, come il sogno e le libere associazioni per gli adulti, uno strumento fondamentale dell'analisi infantile, un'opera in cui la Klein rielabora e sistema tutte le intuizioni e le scoperte dei suoi primi anni di lavoro tra Budapest, Berlino e Londra.
Dopo la pubblicazione della "Psicoanalisi dei bambini" la Klein entra in un periodo particolarmente creativo, in una fase di maturazione del suo pensiero. Gli scritti successivi al 1932, quelli pubblicati tra il 1935 e il 1940 sono in effetti di grande interesse nella sua opera, non solo perché rappresentano una svolta concettuale ma anche perché hanno un significato particolare all'interno della storia della sua vita. Nel 1935 la Klein pubblica il "Contributo alla psicogenesi degli stati maniaco-depressivi", e più tardi nel 1940 "Il lutto e la sua connessione con gli stati maniaco-depressivi". Sono due lavori questi che vanno letti ed interpretati come parte di una complessa autoanalisi che la Klein viene conducendo in questi anni, come qualcosa che muove dall'interno della sua vita profonda e trova lentamente le strade della elaborazione concettuale e della sistemazione teorica. La Grosskurth sottolinea più volte come la vita della Klein sia stata provata dalla depressione, come il suo mondo interno sia stato segnato da una complessa trama di perdite, dolore, solitudine. In questi anni i momenti più intensi ed innovatori della sua riflessione analitica sembrano in effetti legati alle vicissitudini dolorose della sua vita. Lo scritto del 1935 sembra la risposta ad un evento luttuoso, alla morte del figlio Hans, un lutto che riattiva antiche perdite, antiche ferite non rimarginate. Nel "Contributo" la Klein elabora l'idea di "posizione depressiva", che è un'idea chiave per comprendere la crescita emozionale del bambino e interpretare aspetti profondi della mente, ed è come l'introduzione all'antropologia kleiniana della colpa e della riparazione.
L'ingresso nella posizione depressiva, dice la Klein, avviene nel bambino intorno ai cinque mesi e coincide con un rapporto nuovo, più ricco con la madre riconosciuta come oggetto totale, come persona intiera. La madre riconosciuta ed amata è l'oggetto a cui il bambino si rivolge per trovare sollievo, per sentirsi protetto dai suoi persecutori interni ed esterni. Ma l'oggetto amato è investito da un amore ambivalente, attraversato come è dall'aggressività e dall'odio. Per questa aggressività, per gli impulsi distruttivi presenti nella sua relazione con l'oggetto il bambino fa la fantasia che l'oggetto possa essere danneggiato e perduto. Nascono di qui l'esperienza della colpa e il desiderio di riparazione, il bisogno cioè di riparare l'oggetto amato, reintegrandolo buono e protettivo nel proprio mondo interno. La posizione depressiva implica dunque nella crescita di ogni bambino l'esperienza della colpa per il danno recato all'oggetto, e l'esperienza della riparazione connessa alla forza dei sentimenti d'amore ricevuti e dati. La risoluzione positiva della posizione depressiva dipende dalla natura, dalla qualità della relazione d'oggetto, da quanto è stato possibile per il bambino separarsi e introiettare un oggetto buono con cui identificarsi, un oggetto che proteggendo dall'interno vince l'angoscia e la persecuzione.
Questi stessi temi riemergono nello scritto successivo sul lutto. Nel lutto, osserva la Klein, vengono riattivati i problemi e i conflitti antichi della posizione depressiva. Il soggetto in lutto vive il dolore per la perdita di un oggetto buono e insieme la necessità di padroneggiare l'ostilità per colui che morendo lo ha abbandonato, il soggetto vive nel lutto l'angoscia di perdere i buoni oggetti interiorizzati con la protezione e la sicurezza che è a loro connessa. L'elaborazione positiva del lutto dipende dalla capacità di reinsediare nel mondo interno l'oggetto d'amore perduto e questo lavoro è fatto dai buoni oggetti interni introiettati, dalla forza con cui si sono insediati nella storia dell'individuo. Questa drammatica riconquista della integrità del proprio mondo interno attraverso il lavoro del lutto è ciò che accade, nello scritto della Klein, alla signora A.: un caso clinico in cui, dice la Grosskurth, si vede in trasparenza la figura della stessa Klein che, attraverso questo caso, analizza l'elaborazione del suo personale dolore per la morte del figlio Hans, dall'angoscia intollerabile sino alla riparazione, sino "alla convinzione che l'oggetto perduto era conservato dentro di lei e che attraverso la sofferenza, si era arricchita dentro e aveva acquistato saggezza" (p. 297).
Il superamento del dolore depressivo come passaggio verso la maturazione e lo sviluppo, questa potrebbe essere dunque una delle chiavi di lettura della vita di Melanie Klein, e questa è una delle chiavi che troviamo nella biografia della Grosskurth, ma non solo questa. Dalla biografia emerge la storia di una donna che sente la vita in modo appassionato ed intenso, che vive in questo modo gli affetti ed il lavoro, una donna generosa e insieme dura ed intransigente nella difesa delle proprie idee. Questo modo di essere della Klein, questi tratti che emergono evidenti dal suo rapporto con allievi, amici ed avversari, sono accuratamente descritti e analizzati in questa biografia. La Grosskurth dedica, tra l'altro, molte pagine al dibattito e allo scontro lacerante avvenuto all'interno della società psicoanalitica britannica, soprattutto negli anni 1942-44, tra il gruppo dei kleiniani che si veniva affermando e il gruppo di coloro che facevano capo ad Anna Freud ed Edward Glover. Dal racconto di queste controversie narrate in modo minuzioso, con l'utilizzazione di fonti nuove ed inedite, la figura della Klein emerge con quei tratti di fermezza ed intransigenza che hanno caratterizzato tutta la sua leadership su una parte della società psicoanalitica britannica sia agli inizi che successivamente, quando la scuola in quanto tale si era affermata.
Con la biografia della Grosskurth siamo dunque di fronte al racconto di una vita e all'analisi di un'opera e di una scuola, la scuola kleiniana. Terminata la lettura si rimane con l'impressione di un lavoro certamente stimolante e in certa misura nuovo, ma si ha anche la percezione che sia mancata, da parte della Grosskurth, la capacità di dominare e riportare a vera unità interpretativa l'insieme della vita e dell'opera di Melanie Klein. C'è nel lavoro della Grosskurth l'attenzione minuziosa al documento, la scrupolosa analisi di testimonianze e carteggi ma manca un vero lavoro di sintesi tale da fare emergere accanto alle vicissitudini di una esistenza, l'evoluzione di un sistema di pensiero. La stessa grande quantità di materiali che l'autrice ha raccolto e sistemato rischia talora di trasformarsi in un mosaico di opinioni e di informazioni che si giustappongono e non riescono ad essere, in ultima analisi, al servizio di una robusta sintesi storiografica. Si tratta in ogni caso di un libro interessante, capace di raccontare in modo libero e spregiudicato la storia di una vita e di un'opera su cui bisognerà forse tornare con ben altro rigore.

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