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Mario Pezzella

Editore: Jaca Book
Anno edizione: 2009
Pagine: 360 p.
  • EAN: 9788816408739
Scrive Mario Pezzella in questo suo bellissimo saggio che "il pensiero critico radicale appare oggi minoritario, schiacciato tra la forza della globalizzazione capitalista e un fondamentalismo totalitario". Questa constatazione, però, non deve "portare allo sconforto e alla passività". Al contrario, diventa urgente "comprendere il possibile ancora latente sotto il potere diffuso dei vincitori di oggi": possibile rimosso dalle rappresentazioni attraverso le quali la società dello spettacolo dà forma a se stessa e al proprio tempo. Compito del pensiero critico è, pertanto, rintracciare, ripercorrendo a ritroso la storia, le radici di questa "rimozione", radici che affondano nelle "forme totalitarie della prima metà del secolo" e, in particolare, nel passaggio dalla "sussunzione formale" a quella "reale" del capitale. Se la prima indica "il processo in cui il capitale è in ultima istanza la potenza determinante e tuttavia non ha ancora tecnologicamente modificato i tratti del lavoro", attraverso la sussunzione reale, invece, ha preso possesso "del corpo vivo e della mente viva dei lavoratori, adeguandoli ai ritmi e al progetto incorporato nella macchina produttiva". Il capitale, cioè, "si incarna – oltre che nel corpo – anche nelle forme rappresentative e simboliche". Ha pervaso le vite plasmandole a propria immagine, producendo così soggetti a sé consoni.
Il libro si compone di otto capitoli – dove Pezzella scava nel pensiero di numerosi autori: Adorno, Benjamin, Debord, Arendt, Weil, Kojève, De Martino, Heidegger, per citarne solo alcuni – e cinque sezioni intitolate Immagini di pensiero. Si tratta di sezioni dedicate a film (America oggi di Altman e La sottile linea rossa di Malick), alla pittura di De Chirico, a Cuore di tenebra di Conrad e all'opera poetica di Hölderlin. Ciascuna immagine è legata strettamente al capitolo precedente di cui, però, non costituisce un'"illustrazione" o un esempio figurato, bensì, piuttosto, l'occasione e l'avvio stesso della riflessione: come se le categorie del pensiero, abbandonate a se stesse, non fossero sufficientemente perspicue e, quindi, capaci di penetrare a fondo il nucleo incandescente del presente.
L'autore insiste sul passaggio dal dominio formale a quello reale e sul mutamento antropologico che da esso deriva. In particolare, pone l'accento sulla promessa illusoria di "liberazione dalla materia e dai corpi", ovvero sul miraggio di una felicità la cui realizzazione, tuttavia, è sempre indefinitamente rinviata a favore della "sostituzione sistematica e programmatica della vita", per cui "quanto più l'esperienza deperisce e si degrada sul piano reale, tanto più la sua messa in scena spettacolare ne offre un surrogato seducente e potente". Universo continuo e senza lacune, che pretende di ricapitolare e concludere in sé la storia, consegnando il tempo a un evento presente, lo "spettacolare integrato", come scrive Debord, produce un linguaggio e un ordine entro i quali "si esplica ogni vita possibile". Vi coesistono, rafforzandosi vicendevolmente senza contraddizione tra loro, il dominio seduttivo della merce e l'uso della violenza da parte dello stato; l'omologazione inavvertita e le riaffermazioni feroci di identità; i sistemi di dipendenza personale; la trasformazione dell'altro in cosa, in entità superflua e di cui ci si può disfare senza scrupoli; la riabilitazione della forza coattiva del mito che inchioda a un "destino senza via di uscita" e, quindi, intrascendibile; il dominio della natura e la "soppressione delle differenze"; il governo "pastorale delle vite".
Occorre invece pensare la storia sotto il segno del frammento che rifiuta di comporsi entro una totalità costrittiva e dominatrice, dell'incompiuto separato dalla sua realizzazione da una distanza invalicabile, perché ogni realizzazione è già un tradimento. La stessa rivoluzione fallisce quando contribuisce all'edificazione di un nuovo ordine. Il mantenimento di questo scarto può allora minare la pretesa del potere di "trasferire una potenza infinita" a un "soggetto umano finito" (allo stato, ad esempio), facendo così di una formazione storicamente divenuta, e quindi sempre revocabile, una forma definitiva, indiscussa e indiscutibile. Privilegiare la discontinuità e le fratture che si aprono nel corso della storia consente di sfuggire alla sua pietrificazione e, insieme, di percorrerla "contrappelo" alla luce della sua possibile redenzione. Nell'istante rivoluzionario, nell'intervallo, cioè, tra il disfacimento delle "rappresentazioni consolidate" e la realizzazione di una nuova configurazione, i possibili latenti e sconfitti tornano a rivendicare il loro diritto a esistere. Balena, così, nuovamente "un'immagine di salvezza per il presente" che ne rovescia il senso. Di quei possibili "perduti" occorre serbare memoria. Memoria, però, che non consiste nella "riproduzione letterale di ciò che è stato", ma nella ripresa di quelle immagini che, in quel determinato presente, possono finalmente sprigionare i propri effetti rivoluzionari: "Se questa urgenza viene lasciata cadere, quel passato resta confermato nel suo nulla di senso, gli sconfitti restano tali per sempre e ciò che si è compiuto si fissa inalterato nella tradizione dei vincitori" e "il dolore di ciò che non ha potuto essere" rimane immedicabile.
Massimo Cappitti

Alla fine del secolo passato - nell'euforia dilagante della New Economy e dei processi finanziari globali - l'idea della fine della storia divenne senso comune: sembrava possibile una sorta di "capitalismo pacificato", disposto a superare ogni conflitto e a rimodulare giocosamente le memorie e gli stili del passato. Le tragedie del '900 potevano essere dimenticate: una "realtà virtuale", immateriale, prometteva di liberarci dai pesi del corpo e della materia, divulgando l'illusione che la violenza e lo sfruttamento fossero sul punto di svanire dalla storia, lasciando il posto a una pace universale. Certo, già allora per credere a tale utopia bisognava essere ciechi alla contemporanea distruzione delle altre culture in ogni parte del mondo o salutarla come un progresso benefico e inevitabile. Oggi è fin troppo facile dire che nessuna utopia ha subito più cruda smentita. Questa constatazione ci impone l'esigenza di dare un'altra lettura e un'altra teoria di quegli stessi fenomeni: perché il lavoro immateriale non ha prodotto forme di liberazione ma colonizzazione e sfruttamento delle capacità mentali dell'uomo? Perché fuori dell'Europa si concentra comunque una densità ed una violenza di sfruttamento che non ha nulla da invidiare all'accumulazione originaria della prima rivoluzione idustriale? Perché la tecnica digitale invece di potenziare la comunicazione tra gli uomini, crea uno spazio astratto in cui i singoli faticano a mantenere la propria identità? Questo libro rievoca autori e forme di pensiero del '900 che possono aiutarci a rispondere a tali domande e propone una riflessione sulla società dello spettacolo sia nella sua forma democratica che in quella totalitaria. Il possibile è ciò che sorge oltra la fantasmagoria dello spettacolo e delle merci, che, seducendo la nostra immaginazione, ci lascia al contempo schiavi di una esistenza immutabile.