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Memoria delle mie puttane tristi
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Memoria delle mie puttane tristi - Gabriel García Márquez - copertina
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Descrizione

"L'anno dei miei novant'anni decisi di regalarmi una notte di amore folle con un'adolescente vergine." Comincia così il nuovo romanzo di Gabriel Garcia Márquez, il libro con cui il premio Nobel colombiano torna dopo dieci anni alla narrativa. A raccontare è la voce dell'anziano protagonista, un giornalista eccentrico e solitario, che accanto a un'adolescente scopre il piacere inverosimile di contemplare il corpo nudo di una donna che dorme "senza le urgenze del desiderio o gli intralci del pudore". Scopre forse per la prima volta l'amore, quello che non ha mai cercato in tutte le donne che ha incontrato e conosciuto, trovando "l'inizio di una nuova vita a un'età in cui la maggior parte dei mortali è già morta".
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Dettagli

2005
25 gennaio 2005
141 p., Rilegato
9788804544753
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Indice


Le prime frasi del romanzo:

1

L'anno dei miei novant'anni decisi di regalarmi una notte d'amore folle con un'adolescente vergine. Mi ricordai di Rosa Cabarcas, la proprietaria di una casa clandestina che era solita avvertire i suoi buoni clienti quando aveva una novità disponibile. Non avevo mai ceduto a questa né ad altre delle sue molte tentazioni oscene, ma lei non credeva nella purezza dei miei principi. Anche la morale è una questione di tempo, diceva, con un sorriso maligno, te ne accorgerai. Era un po' più giovane di me, e non avevo sue notizie da così tanti anni che poteva benissimo essere morta. Ma al primo squillo riconobbi la voce al telefono, e le sparai senza preamboli:
«Oggi sì.»
Lei sospirò: Ah, mio triste professore, scompari per vent'anni e torni solo per chiedere l'impossibile. Subito dopo riacquistò il dominio della sua arte e mi offrì una mezza dozzina di scelte allettanti, ma, questo sì, tutte usate. Insistetti che no, che doveva essere pulzella e per quella stessa notte. Lei domandò allarmata: Cos'è che vuoi provare a te stesso? Niente, le risposi, ferito nel punto che più mi doleva, so benissimo quello che posso e quello che non posso fare. Lei disse impassibile che i grandi professori sanno tutto, ma non tutto: gli unici Vergini che ormai rimangono nel mondo siete voi nati in agosto. Perché non mi hai dato l'incarico con maggiore anticipo? L'ispirazione non da preavvisi, le dissi. Ma forse aspetta, disse lei, sempre più scaltra di qualsiasi uomo, e mi chiese un minimo di due giorni per vagliare bene il mercato. Io le replicai serio che in un affare come quello, alla mia età, ogni ora è un anno. Allora non si può, disse lei senza un'ombra di dubbio, ma non importa, così è più emozionante, cazzo, ti chiamo fra un'ora.
Non ho bisogno di dirlo, perché lo si nota a leghe di distanza: sono brutto, timido e anacronistico. Ma a forza di non volerlo essere sono riuscito a fingere tutto il contrario. Fino a questo giorno presente, in cui decido di raccontarmi come sono per mia stessa e libera volontà, anche solo per sgravarmi la coscienza. Ho cominciato con la telefonata insolita a Rosa Cabarcas, perché, considerato in prospettiva, quello fu il principio di una nuova vita a un'età in cui la maggior parte dei mortali è morta.
Abito in una casa coloniale sul marciapiede esposto al sole del parco di San Nicolàs, dove ho passato tutti i giorni della mia vita senza moglie né fortuna, dove hanno vissuto e sono morti i miei genitori, e dove mi sono proposto di morire solo, nello stesso letto in cui sono nato e in un giorno che mi auguro lontano e senza dolore. Mio padre la comprò a un'asta pubblica verso la fine del XIX secolo, affittò il pianterreno per negozi di lusso a un consorzio di italiani, e si riservò questo secondo piano per vivere felice con la figlia di uno di loro, Florina de Dios Cargamantos, interprete ragguardevole di Mozart, poliglotta e garibaldina. E la donna più bella e di maggior talento che ci fu mai in città: mia madre.

Valutazioni e recensioni

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Giada
Recensioni: 5/5

Non importa quali temi affronti, anche i più scabrosi e immorali con García Márquez diventano poesia.

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Martina
Recensioni: 5/5

Grande capolavoro di Garcia Marquez. Una vera poesia che mostra come nè l'età, nè l'apatia, nè il cinismo possano fermare l'amore.

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A.M.
Recensioni: 2/5

Memoria del primo amore di un arzillo novantenne, età in cui la maggior parte dei mortali è già "morta". Una trama monotona e ripetitiva seppur condensata in 118 pagine che, a mio parere, necessitava di più approfondita analisi introspettiva e caratterizzazione del protagonista, un valido e solitario giornalista che scopre (mal descritta) la struggente, commovente tenerezza dell'innamoramento ad un passo dalla morte. Purtroppo, non si riesce ad entrare in empatia con il personaggio né si avverte il senso dell'inesorabile scorrere del tempo. E' comunque un romanzo contenente due grandi e assolute verità: "l'età non è quella che si ha, ma quella che si sente" e "il sesso è la consolazione che si ha quando l'amore non basta".

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Voce della critica

Solitudine, vecchiaia, amore, tre motivi ricorrenti nell'universo narrativo di Gabriel García Márquez, convergono nel suo ultimo lavoro, Memoria delle mie puttane tristi, l'opera con la quale il premio Nobel colombiano torna al romanzo dopo aver pubblicato la prima parte della sua autobiografia, Vivere per raccontarla (Mondadori, 2002).

A dispetto del titolo, questo libro non narra una sfilza di avventure libertine, ma la storia di un uomo di novant'anni che scopre l'amore per la prima volta grazie a una prostituta adolescente che contempla sempre e solo nuda e addormentata. L'opera è un esplicito omaggio al romanzo di un altro premio Nobel, Yasunari Kawabata, La casa delle belle addormentate (1961; Mondadori, 1972), che si svolge in un inconsueto lupanare in cui uomini anziani trascorrono la notte in compagnia di giovani vergini addormentate con l'esplicito divieto di sfiorarle. Ma al di là del motivo centrale i due romanzi sono molto diversi. Se in Kawabata la visione delle vergini si fa strumento di introspezione ed elevazione spirituale, in García Márquez assume risvolti più romantici e passionali. L'anziano protagonista si innamora della adolescente e questo sentimento, per lui inedito, rivoluziona la sua vita e lo induce a ripensare alla propria esistenza. Infatti il romanzo, narrato in prima persona e ambientato in uno scenario e in un'epoca imprecisati, abbraccia due piani temporali e due discorsi: il presente del maturo innamorato col racconto del suo amore tardivo e la storia del suo passato.

Il personaggio principale, che rimane anonimo, è un uomo coltissimo che ama i classici e la musica. Critico musicale e mediocre editorialista del "Diario de la Paz", dopo essere stato uno apatico professore di grammatica e latino, vive fra gli stenti nella casa che l'ha visto nascere e nella quale attende di morire circondato solo dai suoi libri e dai suoi dischi. Frequentatore di bordelli sin dall'età di dodici anni, ha sempre pagato i rapporti d'amore, anche quando le occasionali compagne non lo richiedevano: "Non sono mai andato a letto con una donna senza pagarla, e le poche che non erano del mestiere le convinsi con la ragione o con la forza a prendere il denaro sia pure per buttarlo nella spazzatura". Sul punto di sposarsi con la mai amata Ximena Ortiz, la abbandonerà sull'altare per via delle prostitute che, a suo dire, non gli hanno lasciato il tempo di accasarsi. Il suo unico rapporto duraturo è quello con Damiana, la fedele domestica che era solito sodomizzare una volta al mese sin da quando era poco più di una bambina, totalmente cieco all'amore che da decenni questa nutre nei suoi confronti.

Nel giorno del suo novantesimo compleanno questo vecchio dissoluto sente risvegliare in sé istinti vitali da tempo sopiti, decide quindi di regalarsi "una notte d'amore folle con un'adolescente vergine". Si rivolge a Rosa Cabarcas, la tenutaria del postribolo più noto della città di cui era stato assiduo cliente. La donna accondiscende alla sua richiesta e alle dieci della sera gli fa trovare una bambina di quattordici anni che il protagonista battezzerà Delgadina, preferendo sino alla fine ignorarne il vero nome.

Quando il vecchio entra nella camera del bordello la ragazzina, che lavora come attaccabottoni in una fabbrica per mantenere la famiglia, giace nuda e addormentata, stremata dal lavoro e sedata da un decotto di bromuro e valeriana ingerito per vincere la paura della deflorazione precoce e prezzolata. Il vecchio si limita a guardarla e a dormirvi accanto, scopre così una sensazione nuova: "il piacere inverosimile di contemplare il corpo di una donna addormentata senza le urgenze del desiderio e gli intralci del pudore". Notte dopo notte il giornalista si reca al bordello ad ammirare Delgadina. Mentre lei è immersa nel sonno le parla, canta per lei, le legge Il piccolo principe, i Racconti di Perrault, Le mille e una notte, vestendo i panni di un singolare Pigmalione. I due non si parlano mai, solo una volta Delgadina profferisce qualche parola nel sonno e in quella occasione il protagonista, che sente nella sua voce note plebee, capisce di preferirla addormentata.

La ragazzina senza nome, senza storia, senza voce si trasforma a poco a poco in un foglio bianco sul quale il protagonista crea la storia del suo primo amore. Il vecchio inizia a percepirla accanto a sé durante il giorno, la vede nella sua casa mentre imperversa un acquazzone tropicale, la immagina nelle diverse tappe della sua vita, la cambia a seconda del suo umore, modificandole il colore degli occhi o l'abbigliamento a suo piacimento. Mentre la Delgadina evocata nella fantasie diurne a poco a poco si fa più reale della piccola prostituta che ritrova ogni notte nel bordello, il maturo intellettuale capisce di amarla.

La scoperta dell'amore diventa un momento di comprensione di sé e cambia la sua visione dell'esistenza. Si rende conto che l'attaccamento al passato, al ricordo della madre italiana, garibaldina e poliglotta, a una scansione preordinata della vita, al "rigore ozioso" che l'ha retta e per il quale ha sempre rinunciato all'amore, non "era il premio di una mente in ordine, ma tutto il contrario, un intero sistema di simulazione inventato da me per nascondere il disordine della mia natura". Gli incontri notturni e la fantasie diurne, la realtà e l'immaginazione fuse insieme come in un romanzo, dissolvono la simulazione e lo restituiscono alla vita. I suoi gusti musicali e letterari entrano in crisi, la sua scrittura, mummificata da decenni, si vivifica, scritti come lettere d'amore i suoi articoli diventano popolarissimi mentre il vecchio sperimenta un processo di ringiovanimento. Si sente un ragazzo che vorrebbe mettersi alla testa di una manifestazione studentesca per gridare il suo amore, che cavalca una bicicletta destinata a Delgadina cantando a squarciagola per le vie della città, che soffre un dolore adolescenziale, come lui stesso lo definisce, quando, in seguito all'omicidio di un importante banchiere avvenuto nel postribolo, perde le tracce della ragazzine per un mese: "Avevo sempre creduto che morire d'amore non fosse altro che una licenza poetica. (…) constatai che non solo era possibile morire, ma che io stesso, vecchio e senza nessuno, stavo morendo d'amore. Però mi resi pure conto che era valida la verità contraria: non avrei cambiato con nulla al mondo le delizie della mia sofferenza. Avevo perso oltre quindici anni cercando di tradurre i canti di Leopardi, e solo quel pomeriggio li sentii in profondità: Oimé, se quest'è amore, com'ei travaglia". La riapertura del bordello e il ritorno di Delgadina gli restituiranno la sua quiete: scoprirà di essere riamato dalla piccola prostituta e con lei si sveglierà un anno dopo averla conosciuta, all'alba del suo novantunesimo compleanno.

La vita nuova lo induce a stendere le proprie memorie per dar conto della sua rinascita "a un'età in cui la maggior parte dei mortali è giù morta" e per "digerire la verità" del suo passato. Il racconto prende le mosse da un registro in cui per tre decenni ha scrupolosamente annotato il considerevole numero dei suoi amori mercenari, i nomi delle amanti occasionali, lo stile e le circostanze di ogni rapporto: "Una volta pensai che quei calcoli di letti sarebbero stati un buon supporto per una relazione delle miserie della mia vita traviata e il titolo mi cascò dal cielo: Memoria delle mie puttane tristi". Il registro costituisce l'emblema più chiaro della sterilità della sua esistenza solitaria, della sua "vita sprecata" e, soprattutto, della scissione fra natura e cultura che caratterizza il protagonista, che attraverso il denaro ha eretto fra sé e i sentimenti, fra sé e gli altri una barriera volta ad assicurargli mantenimento del suo (dis)ordine razionale, l'illusione di un controllo totale sulla propria vita. L'amore per Delgadina porta in primo piano la sua natura fino allora soffocata: "Grazie a lei affrontai per la prima volta il mio essere naturale mentre trascorrevo i miei novanta anni".

Memoria delle mie puttane tristi è, sì, come è stato scritto, una riflessione sull'età, una testimonianza della scissione fra il corpo che decade e lo spirito che non si piega all'avanzare degli anni. Memoria delle mie puttani tristi è, sì, una celebrazione dell'amore, delle sue potenzialità creatrici e trasformatrici, ma è anche e principalmente un monito a non castrare il proprio lato naturale, nell'utopia, molto moderna, di escludere il caso dalla propria esistenza. Il prezzo, sembra dire García Márquez, è il vuoto, una vita arida alla fine della quale non si ha "nulla da lasciare ai sopravissuti"; il rischio sono cent'anni di solitudine. L'accettazione del suo essere naturale salva il giornalista dalla catastrofe a cui sono destinati i personaggi del suo capolavoro del 1967. Diversamente da questi, "stirpi condannate a cent'anni di solitudine" senza "una seconda opportunità sulla terra", al vecchio − che conclude le sue memorie con la consapevolezza di vivere finalmente nella "vita reale (…) e condannato a morire di buon amore nell'agonia felice di un giorno qualsiasi dopo i (…) cent'anni" − è concessa un'ultima possibilità al tramonto della sua esistenza terrena.

Dopo L'amore ai tempi del colera (1985; Mondadori, 1986), lo scrittore colombiano dimostra ancora una volta che non solo gli amori infelici sono degni di essere romanzati. In Memoria della mie puttane tristi, a differenza di quanto accade nel romanzo precedente, in cui evita di trattate l'adulterio facendo morire il marito della protagonista, si confronta con un tema scomodo già affrontato da scrittori quali Vladimir Nabokov in Lolita (1955, Mondadori, 1959) e Philip Roth in L'animale morente (2001, Einaudi, 2002). Márquez lo fa nel modo che gli è proprio da sempre: racconta la sua storia senza esprimere giudizi, lasciando che gli avvenimenti parlino da sé; dispiega il suo sguardo sul mondo e lo restituisce al lettore arricchito dalla sua immaginazione e dalla sua arte per rivelare la dimensioni più recondite e complesse della realtà e dell'essere umano, i suoi cinismi, i suoi egoismi, i suoi desideri più riprovevoli e quanto di abietto ma anche di bello ne può scaturire. La violenza insita nel destino della piccola prostituta, a parere di molti non sufficientemente rimarcata e censurata, emerge nitidamente dai particolari, dalla sua "pelle ruvida e malandata", dai suoi "indumenti da povera", dal suo lavoro massacrante, dalla sua immensa paura per il sacrificio, sedata da una tisana di valeriana. L'ingiustizia sociale è resa dai soli tre anni previsti per sanzionare lo sfruttamento sessuale dei minori, tre anni amnistiati a priori se, come Rosa Cabarcas, si gestisce un postribolo che è "l'arcadia dell'autorità locale" e se, come nel mondo rappresentato nel romanzo, esiste una stampa disposta a coprire con la menzogna qualunque scandalo.

Per narrare questa storia di soprusi e di passione García Márquez ricorre allo stile terso che caratterizza i suoi migliori romanzi brevi e la sua scrittura giornalistica. Abbandonato ogni residuo di realismo magico, lo scrittore si attiene alla realtà naturale che ricrea con una prosa in cui spiccano un lessico ricco e preciso e un'aggettivazione spesso sorprendente e poetica. Caratteristiche che la traduzione italiana restituisce pienamente.

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La recensione di IBS

Dopo il romanzo autobiografico giovanile Vivere per raccontarla e la raccolta di articoli A ruota libera, il premio Nobel colombiano Gabriel García Márquez torna in libreria con un romanzo breve che ha già fatto scalpore per il suo titolo e la sua trama provocatoria. Il libro, molto atteso e controverso, racconta la vicenda di un anonimo e vegliardo giornalista, dedito da una vita a collezionare amori mercenari, che per celebrare il raggiungimento dei novant'anni decide di vivere una notte destinata a rivoluzionare il resto dei suoi giorni. Si regala una ragazzina illibata, nell'illusione di riassaporare la sua giovinezza ormai perduta o per scoprire l'amore che non ha mai provato. L'incontro con l'adolescente, abilmente organizzato dalla maîtresse della casa di tolleranza frequentata per tanti anni, sconvolge la sua esistenza monotona e ripetitiva senza possibilità di ritorno all'anonima quotidianità. Il lavoro per il giornale "Diario de la Paz", per cui l'uomo scrive «un articoletto domenicale senza strepiti per oltre mezzo secolo», la grande casa di famiglia abitata sin dalla nascita, il rapporto con la fedele domestica Damiana: nulla è più la stessa cosa da quando il maturo protagonista vede per la prima volta l'acerba quattordicenne subito soprannominata "Delgadina". L'intensità emotiva dei loro incontri evoca il ricordo della vita passata e delle figure femminili che l'hanno affollata, tra cui spiccano la madre di origini italiane, («interprete ragguardevole di Mozart, poliglotta e garibaldina») la sposa mai condotta all'altare, la tenutaria, amica e complice di tanti fuggevoli appuntamenti.
Raccontata in prima persona dal protagonista, questa storia, struggente e gioiosa al tempo stesso, segna il ritorno dell'universo fantastico di Gabriel García Márquez e della prosa magica e brillante che da sempre caratterizza le opere del grande scrittore sudamericano. Introdotto da una citazione del romanzo La casa delle belle addormentate di un altro premio Nobel per la letteratura, lo scrittore giapponese Yasunari Kawabata, a cui García Márquez rende un tacito omaggio, Memoria delle mie puttane tristi è il diario intimo di una vita, lo sfogo appassionato di un uomo giunto all'epilogo della propria esistenza che intravede la strada per un nuovo inizio ma anche una riflessione che tocca alcuni temi fondamentali della vita, quali l'eros, l'amore, la vecchiaia.

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Gabriel García Márquez

1927, Aracataca - Macondo (Colombia)

Scrittore colombiano Premio Nobel per la Letteratura nel 1982.Come giornalista ha soggiornato in Francia, Messico e Spagna; in Italia è stato allievo del Centro sperimentale di cinematografia. Ha esordito con un breve romanzo, dove più evidente è l’influenza di Faulkner: Foglie morte (La hojarasca, 1955), cui sono seguiti Nessuno scrive al colonnello (El coronel no tiene quién le escriba, 1961); i racconti raccolti ne I funerali della Mamá Grande (Los funerales de la Mamá Grande, 1962), nei quali, soprattutto in quello che dà il titolo al volume, è già tratteggiato il mondo mitico e paradossale del narratore; La mala ora (La mala hora, 1962), altro romanzo, dove si narra una storia spietata di lettere anonime che coinvolge...

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