Editore: Einaudi
Anno edizione: 2007
Formato: Tascabile
Pagine: 238 p.
  • EAN: 9788806186272
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Recensioni dei clienti

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    Filippo

    15/10/2012 16:43:47

    In questo libro Volponi descrive meravigliosamente l'esistenza di un giovane sopravvissuto alla seconda guerra mondiale ma piegato da un male fisico, la tubercolosi, dietro la quale si cela in maniera essenziale e in verità un dolore dell'anima. La pace a lungo sospirata, da tanto tempo attesa e perseguita giunge solo nelle fredde giornate d'inverno assieme alla neve oppure intorno al lago vicino la casa del protagonista, quasi a voler testimoniare il senso di solitudine profonda di un ex soldato, di un operaio, di un uomo qualunque. La storia si rivela come metafora della vita e della fatica di sopravvivere al male, così il delirio e la lucida follia divengono le ultime possibilità per sopravvivere ancora.

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    martino

    18/06/2011 16:17:50

    ..paolo volponi è uno dei più grandi scrittori italiani dello scorso secolo..a mio parere le sue opere migliori sono "memoriale" ed le successive "la macchina mondiale" e "corporale" con "memoriale" decisamente una spanna più in alto..

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    elda

    21/05/2011 22:38:21

    È un romanzo che merita di essere letto, ma quanta tristezza! Volponi riesce a descrivere l'alienazione con sconcertante realismo e un tocco di poesia: davvero grande!

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    elda

    21/05/2011 22:36:50

    È un romanzo che merita di essere letto, ma quanta tristezza! Volponi riesce a descrivere l'alienazione con sconcertante realismo e un tocco di poesia: davvero grande!

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    Toppi Alessandro

    04/12/2009 22:03:32

    E' una vocazione esistenziale la condizione d'operaio descritta da Volponi: una fabbricazione identitaria in forma di lavoro. Si cede carne, sudore, sangue. Si riceve ruolo, matricola, compenso. Si vuole un senso: "Sognavo di lavorare, di dover compiere un lavoro molto impegnativo costruendo un complesso meccanismo. Aspettavo sopratutto di entrare nel corpo della fabbrica, di arrivare di fronte alle macchine, alla bocca del rumore; di mettere in atto il tentativo di una vita nuova". "Entrare nel corpo della fabbrica": è una penetrazione placida, lenta, irreversibile, un ritorno al caldo d'utero, ad una placenta protettiva, ad una pelle oltrepelle in grado di difendere da ogni spigolo del mondo. Adagiarsi, assumere una forma, comportarsi di conseguenza: "chi con una spalla più alta, chi più bassa, chi piegato, chi diritto, tutti con le mani avnti come a scaldarle". Come innanzi a un fuoco che sa di madre, pane, casa e che si rivela marchio, ustione, galera accesa. Inutile cercare oltre: nulla c'è che "non sia pezzo della fabbrica". Comprendere d'esserne ingranaggio. D'aver adattato moto e battito al ticchettio che gocciola dall'orologio appeso al muro. Il fiato addosso per ricordarsi vivo. LO sguardo bianco, il tatto assente. Il gesto puramente involontario. Tre pezzi due minuti. Novanta all'ora. Oltre mille al giorno. Per ogni giorno: "il lavro pesa. Anche la macchina pesa. I pezzi da fresare poi danno un senso di spavento e dopo di fastidio. Quanti erano: ognuno uguale all'altro, irriconoscibili; quale sarebbe stato il primo e quale l'ultimo e perchè? Quante volte avrei dovuto fare avanti e indietro, innestarli, avviare il motore, chinarmi, soffiare, rimetterli a posto?". Ogni attimo, respiro, parola un'abitudine. Ogni rumore, ogni visione un' abitudine. L'assenza del pensiero un'abitudine."La fabbrica è chiusa, di ferro: dentro passa il tempo dalle sette alle diciannove; ma tutto è fermo come tutto è di ferro". Subire e gridare, pregare e cedere, lavorare e ammattire. MOrire. Per noi leggere.

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    sasso

    13/10/2009 12:04:43

    Un romanzo bello e interessante. Letteratura industriale, d’accordo, ma non solo. Perché dietro all’opera prima di Volponi c’è l’esperienza della guerra, la malattia fisica e mentale, la psicanalisi freudiana (il protagonista soffre di un forte complesso di edipo) e poi, indubbiamente, al tempo stesso sfondo e protagonista, la grande industria. E per la prima volta, a differenza del precedente “Donnarumma all’assalto” (1959) di Ottiero Ottieri (anche lui, come Volponi, funzionario dell’Olivetti), l’operaio è il centro narrante, che porta il lettore dentro la fabbrica. Ed è interessante anche l’approccio con gli altri operai, quelli che vengono in contatto con questo Albino Saluggia, indubbiamente malato nei polmoni e nella psiche: quando si parla degli operai, essi sembrano una massa indistinta, ma quando il protagonista si avvicina, ogni operaio assuma una sua distinta fisionomia, ed ognuno ha i propri problemi, molti dei quali connessi al lavoro in fabbrica. Albino vede nell’assunzione nella fabbrica come una speranza di rinascita e invece essa, anche per il carico di esperienze e problemi che egli si porta dietro, si rivelerà una vera e propria via crucis, senza possibilità di riscatto. Alla fine del romanzo, lo stesso Albino se ne renderà conto e questo potrebbe anche essere un primo passo verso una presa di coscienza del fatto che nessuno potrà aiutarlo come egli aveva sperato (il capoturno, il maresciallo dei carabinieri, il parroco, un guaritore, il presidente della fabbrica…). Potrà e dovrà contare soltanto sulle proprie forze. Con questo romanzo, Volponi mette al centro del dibattito letterario la fabbrica, oggetto ancora molto misterioso per gli italiani, che restano sostanzialmente (e lo erano, a maggior ragione, all’alba degli anni Sessanta) un popolo di contadini.

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    Nicola

    03/10/2004 17:28:27

    Memoriale rompe finalmente con la sciagurata tendenza del realismo facendo l'affresco di una mente folle e paranoica, che si allarga ben oltre ad una critica all'ambito industriale, giungendo ad analizzare i rapporti alienato-mondo (pensiamo ai bellissimi episodi della prigionia dei tedeschi). Insomma: Volponi supera sè stesso! Leggetelo! Nicola :-)

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