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Memorie di classe. Preistoria e sopravvivenza di un concetto

Zygmunt Bauman

Traduttore: A. Salsano
Editore: Einaudi
Anno edizione: 1987
Pagine: V-256 p.
  • EAN: 9788806598662
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recensione di Revelli, M., L'Indice 1987, n. 8

Ci vuole un certo coraggio ad arrischiare, in tempi di specialismo esasperato e di cultura del frammento, ipotesi sintetiche o teorie generali, tanto più se correlate a risvolti politici fortemente implicati con la contemporaneità. E Bauman, di coraggio, deve averne da vendere. Il suo, infatti, è un vero e proprio tentativo di giungere a una teoria generale della società industriale, della sua genesi, del suo sviluppo e della sua crisi. Tentativo realizzato, per di più prendendo a mitragliate le tradizionali ipotesi storiografiche. Così, la dissoluzione delle società d'"Anèien Régime" non deriverebbe affatto, come ha sostenuto a lungo la vulgata marxista, dall'emergere dell'industria e dal diffondersi del modo di produzione capitalistico, ma piuttosto dall'esplosione demografica del XVIII secolo e dalla mobilità territoriale di masse sempre più ampie di popolazione che mandarono in crisi le antiche istituzioni di protezione e assistenza a base locale. Così ancora la rivolta operaia che diede origine al primi embrioni di organizzazione e di coscienza di classe non sarebbe stata opera dei settori più poveri e sfruttati - di coloro, per intenderci, che "non avevano nulla da perdere se non le proprie catene" - ma dei settori privilegiati del lavoro artigiano, mobilitati proprio dal timore del declassamento e da un senso orgoglioso di "giustizia offesa" per l'eliminazione delle tradizionali guarentigie corporative. Né i fondatori, per così dire, del movimento operaio potrebbero definirsi a cuor leggero come sinceri "progressisti", essendo stati mossi, per lo meno alle origini, più dalla memoria di un passato garantito e certo che non dall'aspirazione ad un futuro segnato dalla perdita dell'autonomia e del mestiere; più dall'istinto di conservare che non dalla volontà di innovare.
Certo, a questa lettura a spettro ampio della società moderna - perché della "modernità" e della sua critica qui si tratta - Bauman perviene non attraverso una ricerca specifica sul campo ma piuttosto, un po' post-modernamente, attraverso un collage di "citazioni"; o meglio attraverso una serie di ricostruzioni storiografiche e di interpretazioni "parziali", montate in successione come birilli, in modo tale che, posta in oscillazione la prima, tutta la fila finisca per seguire. Si comincia con l'E.P. Thompson della crucialità delle lotte di resistenza nella "Formazione della classe operaia in Inghilterra" (manca però stranamente ogni riferimento alla storia sociale americana, da Montgomery a Gutman). Segue il Polanyi di "The Great Transformation*, con le sue intuizioni sull'irriducibilità del lavoro vivo alla integrale dimensione di merce, il Barrington Moore di "Injustice" e molta "microfisica del potere" di Foucault, con la sua ossessiva attenzione alla categoria del "disciplinamento". Si passa poi per la teoria di Offe e Rouge sul conflitto e sul ruolo dello stato come garante della "forma merce" nel capitalismo maturo, per giungere infine alle considerazioni habermasiane sulla crisi di razionalità delle società industriali contemporanee e agli scenari postindustriali delineati da Touraine. Di conseguenza nessun passaggio specifico risulta realmente originale o inedito. Eppure il quadro generale, l'immagine globale del percorso della modernità, quale emerge alla fine della lettura, appare comunque affascinante e impressionante. Ed è su questo, appunto, che conviene soffermarsi.
Teoria sintetica della genesi, dello sviluppo e della crisi della società industriale, si diceva all'inizio, organizzata in modo tale che ogni segmento, ogni quadro interpretativo, risulti fondato e concettualizzato da una teoria particolare. La genesi, ad esempio, ruota intorno a quella che potremmo definire come una "teoria del potere", che è anche, in fondo, la chiave di lettura dell'intero libro. La differenza reale tra le società tradizionali e la società moderna non starebbe, secondo Bauman, n‚ nei diversi "modi di produzione" n‚ nei contrapposti sistemi di valori, ma piuttosto e specificamente nella trasformazione qualitativa della struttura del potere e delle forme con cui viene prodotto e garantito l'ordine. In quello che egli definisce come il passaggio dal "potere sovrano" al "potere disciplinare": da un "ordine basato in primo luogo e soprattutto sul controllo attraverso lo spazio", proprio di società strutturate in piccole comunità tra loro separate da una scarsissima mobilità territoriale, a un ordine garantito attraverso i1 controllo dispotico del tempo, dei ritmi vitali, dei processi di lavoro, sottratti alle cadenze della natura e divenuti, appunto, campo di esercizio del potere.
Da una forma di potere personale nel soggetto che l'esercitava (il re, il signore feudale) ma in fondo impersonale nell'oggetto (il surplus da redistribuire e non la persona del produttore cui veniva lasciata una naturale autonomia), qual era il "potere sovrano", si sarebbe passati dunque a una forma di potere impersonale nell'esercizio (l'astratta logica sistemica) ma personalissimo nell'oggetto ("il corpo e l'anima" stessi del salariato, al fine di realizzare una forma totale di disciplinamento). Fu tale mutamento, secondo Bauman. a precedere e preparare il terreno al "sistema di fabbrica", e non viceversa. E fu contro questa nuova struttura (specificamente moderna) del potere che si scatenarono i primi conflitti operai nel tentativo di difendere e ripristinare l'antica rete di relazioni sociali fondate sulla fedeltà, sulla sicurezza e soprattutto sull'autonomia, assurta, per questa via, a calore "tradizionale". Essi rappresentarono, in sostanza, la radicale apposizione alla trasformazione del lavoro in merce da parte di lavoratori indipendenti che (nuova versione dell'"Angelus novus" benjaminiano) covarono nella memoria di un passato per molti versi idealizzato il andamento della propria inedita identità collettiva e la ragione delle proprie lotte per la trasformazione della società.
Si potrebbe discutere a lungo su queste considerazioni di violento pessimismo circa i caratteri della modernità. In particolare sulla riaffiorante apologia dell'antico "potere sovrano" (tutta quell'autonomia, quella tolleranza per le "differenze", quella solidarietà non mi convincono affatto). Ciò non toglie che le conseguenze di un tale approccio, sul piano interpretativo e politico, non siano, come è evidente, di poco conto. Se così fosse, infatti, allora il movimento operaio si configurerebbe come entità costituitasi interamente fuori e contro il mercato (e per molti versi fuori e contro la modernità), in antitesi radicale alla logica dello scambio e al modello moderno dell'"uomo acquisitivo", motivato dal perseguimento razionale del massimo vantaggio economico. E di questo, come dire? vizio d'origine sarebbe difficile cancellare del tutto le tracce al fine di realizzare una normale convivenza negoziale all'interno del sistema economico dominante.
A questo problema è dedicato, specificamente, il discorso sullo sviluppo della società industriale, esposto con particolare chiarezza nel quarto capitolo e organizzato intorno a una sintetica "teoria del conflitto". La battaglia contro il potere disciplinare, la "vera" lotta di classe, secondo Bauman, perché combattuta contro il pilastro fondamentale del nuovo assetto sociale, fu perduta. Sia pure a duro prezzo, si riuscì a spostare sul terreno della "distribuzione del surplus", anziché su quello della sua produzione, l'oggetto del contendere. Affermatosi il "potere disciplinare" nella sfera della produzione in modo così assoluto che gerarchie di fabbrica e processi di lavoro apparissero dotati della stessa necessità dei fenomeni naturali, si poté aprire alla competizione la sfera della distribuzione e del consumo, che rimanevano invece soggetti a criteri discrezionali e infondati.
Contemporaneamente, attraverso decenni di pressione culturale, fu radicato anche nella classe operaia il modello dell'"homo oeconomicus", disposto a perseguire la "massimizzazione dei guadagni e dei possessi" come "sostituto dell'autonomia personale e la sola espressione simbolica del gruppo". È quanto Bauman definisce come "l'economicizzazione del conflitto di classe"; la forma "matura" assunta dall'antagonismo sociale, così come oggi lo conosciamo, con la centralità dell'organizzazione sindacale e della negoziazione. Esso non ha più come oggetto "il controllo del processo di produzione e del corpo e dell'anima dei produttori" (forma di "oblio delle origini") quanto piuttosto una diversa e più favorevole redistribuzione della ricchezza prodotta. Ma non per questo - e qui sta la parte più accattivante del discorso di Bauman - la contraddizione può dirsi rimossa e la razionalità produttiva definitivamente instaurata. Anzi.
L'ultima parte del volume è infatti interamente dedicata a un'ampia "teoria della crisi" delle società industriali, afflitte da una sorta di ineliminabile "eterogenesi dei fini" e da un endemico "deficit" di razionalità, dovuto, in ultima istanza, all'impossibilità di realizzare interamente la "mercificazione del lavoro". Perché, sostiene Bauman, l'"economicizzazione del conflitto" si fonda pur sempre su un espediente: sulla finzione che il lavoro sia una merce come le altre, mentre esso, al contrario di ogni altra merce, possiede la particolarità di non essere separabile dalla persona fisica del lavoratore. Cosicché l'antica istanza di autonomia personale minaccia endemicamente di riemergere e richiede, per essere controllata, la mobilitazione permanente di risorse e di apparati sociali sempre più giganteschi e incontrollabili: da una parte un'ossessiva coazione alla crescita economica, senza la quale non sarebbe più possibile il risarcimento. sul piano del consumo, della perduta autonomia personale; dall'altra un massiccio intervento dello stato nell'economia in funzione di stabilizzazione del ciclo, che comporta un'inestricabile commistione tra "sotto-sistema economico" e "sotto-sistema politico".
Il risultato è, secondo Bauman, "una pericolosa accumulazione di irrazionalità". Intanto perché un sistema costretto al permanente incremento della 'torta' per poterla di volta in volta suddividere in porzioni maggiori, vive sull'orlo dell'abisso. Poi, perché "una volta che il conflitto di potere è stato trasferito nell'area del consumo, è difficile definire gli "interessi razionali" delle parti in causa, e di fatto le parti stesse": gli orientamenti di una massa di consumatori, di individui atomizzati identificati ormai solo dal consumo, sono assai più contraddittori c imprevedibili di quelli di un aggregato di produttori. Infine perché quella sorta di Leviatano addomesticato che è il contemporaneo "stato corporativo" - fondato non più sulla forza ma sulla concertazione tra le grandi organizzazioni economiche e sindacali e sulla simulazione di un conflitto di interessi in realtà da tempo dissolto nella comunità dei fini - è assai meno razionale del suo antenato hobbesiano. Finisce per scontentare quegli stessi soggetti alle cui domande dominanti intendeva corrispondere, generando "una reazione a ogni azione" (le rivolte fiscali di cittadini che contemporaneamente pretendono servizi crescenti insegnano). Soprattutto accumula ai margini dell'area garantita dall'accordo tra i "gruppi che contano" la rabbia crescente degli emarginati.
Si giunge così all'atto finale. E proprio a questo punto esce improvvisamente di scena il protagonista che l'autore aveva accompagnato dalla gestazione alla maturità: la classe operaia dei paesi industrializzati, il "Proletariato" della tradizione. E la ribalta si popola di colpo di figure inedite - le "nuove vittime": "i neri, le donne, i giovani, gli anziani", o i popoli poveri del mondo, per i quali una "economicizzazione del conflitto" su scala planetaria sarebbe troppo dispendiosa. Sarebbero loro i nuovi soggetti antagonistici che solo moria", contrapposta alla "memoria buona" delle origini, produttrice di senso e di identità), impedirebbe di cogliere, mentre sull'orizzonte si profilano nuovi scenari di crisi: crisi di legittimazione per effetto della rivolta delle periferie interne contro la simulazione corporativa; "guerra di redistribuzione" come espressione della rivolta delle periferie esterne contro l'egoismo dei paesi sviluppati. Un espediente narrativo, questo, che permette a Bauman di saldare in un unico discorso la tradizione più autentica del conflitto operaio con i nuovi movimenti e le tematiche più attuali (dall'ecologismo al nuovo terzomondismo). Ma che lascia, in fondo, a chi l'ha seguito fino ad ora, un po' l'amaro in bocca. O comunque qualche curiosità insoddisfatta. Di quella vicenda avvincente circa i destini della "forma merce", sempre in procinto di essere negata dal lavoro vivo e di erodere così alle radici il pilastro del "potere disciplinare", che ci aveva tenuti in sospeso fino al quinto capitolo, che ne è? Questa classe operaia (certo sfidata dall'attuale ristrutturazione, e privata della parola se non dello stesso linguaggio dalle logiche consensuali del neocorporativismo), che scompare come un fiume carsico per lasciar ricomparire, qualche pagina a valle, il rigagnolo dell'emarginazione; questo personaggio-chiave della Grande Narrazione di Bauman, manca in qualche modo, di un degno finale. Se è morto, come è morto? E se non è morto, quale ne è il destino? In fondo, perché la memoria, così potente, e radicale, quando si trattò del passaggio alla modernità, non potrebbe giocare un ruolo conflittuale anche in questo crepuscolo del mondo moderno, e generare nuove identità collettive anche al centro dell'impero? O, nell'universo post-moderno, la memoria - per usare il linguaggio-macchina - non può che essere "periferica"?


recensione di Ferro, M., L'Indice 1987, n. 8

"Verso il 1840, la maggior parte della gente stava meglio di cinquant'anni prima, ma aveva sofferto e continuava a soffrire questo lieve miglioramento come un'esperienza catastrofica". Quest'osservazione dello storico inglese E.P. Thompson costituisce il punto di partenza teorico per Zygmunt Bauman, che se ne serve per analizzare passato e presente delle grandi trasformazioni sociali e anche il modo con cui le società le vivono e le ricordano, senza che questa "memoria" rifletta la "oggettiva" realtà dei fatti. Una duplice domanda, dunque, che un sociologo rivolge e alla realtà dei fenomeni storici e alla loro rappresentazione. Applicata alla "classe" operaia, la questione assume una dimensione centrale, perché un buon numero di organizzazioni - sindacati, partiti e così via - parla in suo nome; la classe è un concetto operativo, per analizzare lo sviluppo storico dello scorso secolo e resta tale anche oggi? E ancora - altro corollario: qual è la funzione di questa memoria, in quanto "sopravvivenza del passato", in che senso e come agisce?
Constatiamo, in primo luogo, la pertinenza dei problemi sollevati; essa consente, tra l'altro, di osservare come nel 1760, ma anche alla metà dell'Ottocento e ancora oggi, nell'Europa in corso di industrializzazione, non siano i poveri soprattutto a protestare, ma quelli che sono minacciati di diventarlo. Le ribellioni conservatrici si oppongono così all'utopia rivoluzionaria. In entrambi i casi interferisce la nostalgia. E ancora un'altra constatazione: nel 1830 come nel 1930 oppure oggi, i lavoratori desiderano controllare il loro lavoro e la loro produzione più di quanto non rivendichino una più giusta ripartizione del plusvalore. Prima dei sociologi o degli storici, gli artisti - non importa se scrittori o cineasti - l'avevano già presentito: quasi di necessità vien da pensare al Ren‚ Clair di "A nous la liberté" (1931).
Osserva Bauman che i dirigenti, i quali parlano in nome della "classe operaia" - leaders politici e sindacali, teorici e dottrinari - hanno trasformato la vera natura del contenzioso che opponeva le "classi". Hanno infatti tentato di sostituire - attraverso le lotte sociali o la rivoluzione - una società gestita in maniera più giusta e razionale ad una società in cui regnavano la proprietà e il controllo della produzione. Questa società sarebbe guidata da coloro che si identificano con il lavoro, che non possiedono n‚ terra n‚ capitale ma il sapere e, di conseguenza, il diritto al controllo. È peraltro strano che l'autore, il quale è legittimamente toccato dal problema del controllo del tempo e dello spazio, non citi neppure una volta Lenin, presso il quale il termine "controllo " ritorna come una lancinante ossessione. Quello stesso Lenin che riteneva che "il posto dei buoni operai è in fabbrica"
Di fatto, in Bauman, si ritrova tutto un fascio di problemi che sono stati già affrontati da Rizzi, da Burnham e anche da Foucault; la prima analisi tuttavia si deve ad un marxista contestatario, Makhaiski. Come un franco tiratore egli aveva dimostrato già a partire dal 1900, dunque prima di Korsch, che "il socialismo degli intellettuali" costituiva un progetto il quale legittimava il potere dei quadri militanti e di altri professionisti della vita politica (del resto nati per lo più da una ben educata borghesia), proprio perché si giudicava e pretendeva d'essere un progetto "scientifico".
Ma la loro autorità non è forse oggi rimessa in questione - s'interroga con ragione Bauman - nella stessa identica maniera con cui, due secoli prima, era stato contestato il potere sovrano dei monarchi? Il rinnovamento "liberale", o cosiddetto liberale, di oggi non esprime forse questo passaggio? Tanto più che è lo stato, con i suoi dirigenti politici e con i suoi funzionari e tecnocrati, ad incarnare un'autorità sempre più contestata? Bauman, come si può notare, apre ampie prospettive e le fonda su ben documentate analisi storiche. Ad esempio egli dimostra assai bene come si sia passati, dal Sette all'Ottocento, da una società che gestisce i surplus economici alla gestione, parte dello stato, delle attività della popolazione, come i conflitti "di classe" siano stati sempre più analizzati in termini di sfruttamento economico (l'aveva magistralmente percepito Makhaiski) e come, da mezzo secolo ormai, l'economicismo abbia conquistato i campi della politica dove ormai tutto è valutato a partire dalla nozione di redditività.
Ripoliticizzare la vita politica significherebbe dunque - secondo Bauman che su questo punto è d'accordo con Touraine - tenere conto dell'autonomia del sociale, fare in modo che esso non sia più definito dai professionisti dell'ordine politico, e soltanto da essi. Ci si potrebbe ora domandare se quest'ordine politico non abbia a sua volta marcato la memoria e la coscienza sociale dei gruppi. Indagando la preistoria e la sopravvivenza di un concetto - la classe, la lotta delle classi ecc. - l'analisi di Bauman non tende anch'essa, a sua volta, a sottostimare la forza conservatrice di questa 'falsa memoria', che è controllata per il proprio profitto dalle istituzioni (commemorazioni, storia ufficiale, ecc.)? A confonderla con la memoria sociale, privata, se così si può dire, (cioè non istituzionalizzata) senza scorgere che esse interferiscono e che ognuna di esse costituisce una costruzione autonoma che corrisponde a dei bisogni propri? La memoria ufficiale ha conosciuto tante manipolazioni che non occorre insistere sulla sua funzione essenzialmente operativa e al servizio di una ideologia oppure di un'istituzione. Ma anche la seconda memoria è illusoria: per esempio, alcuni gruppi sociali "dimenticano" le lotte condotte nel passato perché esse non hanno avuto un esito positivo. La memoria cancella questo passato, assume una funzione di esorcismo.
Sorprende soprattutto in questo libro il sistema dei riferimenti. Da Schumpeter a Bottomore, passando per Myrdal o per Weber, essi sono datati anche se assumono un tono alla moda con Habermas. In breve, a questo catalogo di riferimenti manca solo la Scuola di Budapest. Voglio dire che, malgrado questa pennellata, l'analisi resta terribilmente inattuale, quanto meno per il presente. Bauman avrebbe potuto aprire le finestre della sua biblioteca, domandarsi quale effetto, sulla coscienza politica dei cittadini e sulla loro memoria storica, possa esercitare la visione quotidiana della televisione e del cinema. Si ha l'impressione che questo libro avrebbe potuto essere scritto trent'anni fa, prima dell'era dei "mass media", prima che la sfida delle etnie, e anche dell'Islam, avessero messo in causa vecchie certezze sul significato della storia, delle classi e delle nazioni. L'eurocentrismo resta il quadro mentale di tutte queste riflessioni e così la visione economicista del mondo. Paradossalmente, mentre le trasformazioni demografiche sono utilizzate in modo mirabile per analizzare gli inizi della rivoluzione industriale, non ci si occupa affatto del rinascere dello stesso fenomeno oggi in America latina, in Africa, ecc. A questo bel libro manca un capitolo conclusivo sul nostro tempo.