Traduttore: C. Nizzo
Editore: Einaudi
Anno edizione: 1999
Pagine: 205 p.
  • EAN: 9788806149703

44° nella classifica Bestseller di IBS Libri - Filosofia - Storia della filosofia occidentale - Dal 1900

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    Francesco

    30/03/2001 20:41:51

    Questo lavoro di McDowell rappresenta davvéro un evento nel panorama della filosofia contemporanea, come esplicitamente si afferma nella quarta di copertina.McDowell ha il merito di sviluppare una proposta filosofica che non si lascia catturare facilmente da schemi storiografici prestabiliti. Chi cercasse di inquadrare l'opera in base alla distinzione tra analitico e continentale andrebbe incontro a serie difficoltà.McDowell è un filosofo che non disdegna(al pari di altri pensatori anali- tici come Sellars,Brandom,Putnam)il confronto con la filosofia continentale,anzi potremmo dire che proprio in questa grande capacità di apertura a prospettive diverse risiede il suo punto di forza. In questo libro oltre a confrontarsi con pensatori di area analitica,come Davidson,Quine,Evans, Sellars,Strawson,Dummett, egli intreccia un importante dialogo con Gadamer,di cui recepisce una tesi fondamentale,l'idea del linguaggio come deposito della tradizione.McDowell accetta la tesi di Dummett sulla centralità del linguaggio per la filosofia ma la declina in modo diverso:il linguaggio è centrale non in quanto strumento di analisi ma poichè costituisce l'orizzonte stesso della conoscenza;non è insomma un medium strumentale ma un medium reggente.Con questa operazione viene spostato il baricentro della filosofia analitica all'interno di un contesto ermeneutico.E' strano(ma a pensarci bene non lo è) che le recensioni italiane al libro provenienti dall'area analitica non abbiano evidenziato questo aspetto fondamentale.Solo Gianni Vattimo ha colto la portata delle tesi di McDowell nella sua recensione apparsa su "Tuttolibri" del quotidiano "La Stampa".Vattimo rileva lucidamente che il discorso di McDowell si muove nelle vicinanze dell'ermeneutica di Heidegger e Gadamer,anzi è perfettamente compatibile con questa impostazione filosofica.Questo è un fatto di grande rilievo che purtroppo gli analitici italiani(DiFrancesco, Marconi,che pure ha il merito di aver presentato il libro al pubblico italiano co

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recensioni di Penco, C. L'Indice del 1999, n. 10

McDowell applica l’idea wittgensteiniana della filosofia come terapia. Un’immagine fuorviante ci tiene prigionieri: l’immagine di un contrasto insanabile, un paradosso. I filosofi di oggi cercano vie di uscita dal paradosso. L’errore principale sta nell’accettare il paradosso e cercare di rispondervi. La vera risposta è la dissoluzione del problema. E la strada che porta a tale dissoluzione è piena di insegnamenti.

Qual è il paradosso da cui parte McDowell? È il contrasto tra l’esperienza come fonte di giustificazione e l’esperienza come qualcosa che deve essere giustificato. Da una parte solo i dati dell’esperienza possono dare una giustificazione e un controllo alla conoscenza del mondo (impedendo ai nostri concetti di inventarsi un mondo, e facendo sì che essi parlino del mondo). Dall’altra i dati dell’esperienza non possono essere la fonte di giustificazione in quanto dati bruti; essi sono appunto quello che deve essere in qualche modo spiegato.

Ci sono diverse risposte di filosofi contemporanei a questo paradosso; quelle più in voga sono due. (a) Abbandonare l’empirismo per il coerentismo: secondo Donald Davidson – seguito in questo da Richard Rorty – solo una credenza può fungere da giustificazione per un’altra credenza; dobbiamo dunque abbandonare ogni richiamo al contenuto empirico come fonte di giustificazione. (b) Rafforzare l’empirismo fino a trasformarlo in naturalismo: c’è solo il regno della natura e la descrizione naturalistica, lo spazio delle ragioni è solo una parte dello spazio entro cui viene descritta la natura.

Dato che il paradosso è fuorviante, queste risposte al paradosso sono false risposte. Quel che serve per uscire dal paradosso è una ripresa di idee kantiane: "Le esperienze sono recettività in atto (…) ma le capacità concettuali, le capacità che appartengono alla spontaneità, sono già all’opera nelle esperienze stesse". La "riscoperta di Kant" nella filosofia analitica era nata dalle critiche al "mito del dato" sviluppate da Wilfrid Sellars e dagli studi su Kant di Peter Strawson. Cosa viene di nuovo da quest’ultimo libro? La filosofia non è fatta solo di idee generali (l’esperienza è una fusione di spontaneità di concetti e passività di percezioni), ma anche di argomentazioni. Data l’architettura del suo lavoro, McDowell ha almeno tre impegni da realizzare, e lo svolgimento di questi impegni è il succo del suo lavoro: mostrare le debolezze delle posizioni filosofiche che si presentano come soluzioni di un problema che in realtà è solo apparente; mostrare che la vera alternativa è la dissoluzione del problema; mostrare quali insegnamenti si traggono da questa dissoluzione.

Lascerò al lettore verificare se queste promesse implicite sono state mantenute. Qui presento alcune delle tesi che hanno reso il lavoro importante e giustamente degno di essere tradotto in italiano.

In quanto rappresenta una posizione antinaturalista oggi rara nel panorama internazionale, il libro troverà senz’altro eco positiva in ambiente italiano. La tradizione italiana è idealista, e questo libro si presenta come una introduzione alla Fenomenologia dello spirito di Hegel. Ma l’affinità con la tradizione italiana potrebbe rivelarsi superficiale a una lettura più attenta. Occorre ricordare infatti che McDowell è pur sempre un filosofo di formazione analitica e che il suo Hegel è filtrato da essa, e in particolare dal secondo Wittgenstein, che gli fornisce l’atteggiamento di fondo contro le critiche all’idealismo.

È vero che, come dicono i critici dell’idealismo, per avere giudizi empirici abbiamo bisogno di una restrizione dall’esterno della nostra attività di pensare. Si può però distinguere l’attività del pensare dal "pensabile", quello che Frege chiamava "pensiero" (Gedanke). Se deve esserci un controllo dall’esterno del pensare, non è detto che debba esservi un controllo dall’esterno dei contenuti pensabili. Per Hegel, come per il secondo Wittgenstein, "il concettuale non ha limiti: non c’è niente fuori di esso".

Questo punto non è accettato dai filosofi contemporanei, per lo più naturalisti. Per essi abbiamo una struttura percettiva che ci mette in contatto con il mondo, con un contenuto "non-concettuale". Sulla scia delle idee di Gareth Evans (peraltro, uno degli autori cui McDowell è più vicino), molti autori cercano di individuare il non concettuale nelle operazioni del sistema informazionale che abbiamo in comune con gli animali. Ma, obietta McDowell, se è vero che condividiamo la percezione con gli animali, ciò non comporta che sia possibile "isolare ciò che abbiamo in comune con loro eliminando ciò che ci contraddistingue specificamente", per giungere a un residuo comune.

Che alternativa dà McDowell? Egli suggerisce che il concetto di "seconda natura", usato da Aristotele per l’etica, venga applicato anche alla percezione. La nostra percezione condivide la recettività della percezione di altri animali, ma è anche permeata di spontaneità e di ragione. La seconda natura è acquisita attraverso l’apprendimento linguistico: "nell’essere iniziato al linguaggio un umano viene introdotto in qualcosa che incorpora già legami razionali tra concetti (…) gli umani maturano nel sentirsi a casa nello spazio delle regioni o, il che è lo stesso, vivono le loro vite nel mondo".

Il libro, nel suo insieme, rappresenta dunque una strenua difesa di un antinaturalismo radicale, ripropone in veste contemporanea le critiche di Kant a Descartes. McDowell cerca un punto cieco comune a molti autori contemporanei che appaiono lavorare su diverse sponde – dai teorici della teoria causale del riferimento (Saul Kripke, Hilary Putnam) ai teorici dell’anti-realismo (Crispin Wright). Il punto cieco è la difficoltà di cogliere l’aspetto fondazionale della formazione concettuale-linguistica dell’uomo nella comunità umana. È questa formazione che ci permette di vedere oggetti e proprietà nel mondo, che fa sì che il nostro sistema percettivo sia appunto il "nostro" sistema percettivo e non quello di altri animali non addestrati nella comunità umana. Attraverso l’addestramento linguistico ci si apre il mondo concettuale che costituisce il nostro modo di vivere il mondo. Solo con questa prospettiva è possibile superare il dualismo cartesiano, dualismo in cui, nonostante le promesse di empirismo, cadono anche i teorici del riferimento diretto.

Nella prospettiva di McDowell il linguaggio diviene così rilevante in quanto elemento di deposito della tradizione concettuale. Non è forse questo un richiamo implicito al "tesoro comune di pensieri" di cui parlava Gottlob Frege? Al fondatore della logica moderna McDowell ha dedicato alcuni dei suoi articoli più famosi, che ispirano, nemmeno troppo nascostamente, questo libro (basti vedere alla fine della lezione V).

La traduzione, accorta e attenta, ha i pregi e i difetti di una traduzione a volte tanto letterale da fare perdere un po’ di stile. D’altra parte lo stile è sottile, le argomentazioni hanno molti sottintesi, e l’insieme delle critiche ai vari autori richiede una lettura accurata. Troppo analitico per i filosofi continentali, troppo continentale per gli analitici, il lavoro di McDowell rimette in discussione alcuni stereotipi accettati della filosofia contemporanea.