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Lori Andrews, Dorothy Nelkin

Editore: Giuffrè
Collana: Derive
Anno edizione: 2002
Tipo: Libro tecnico professionale
Pagine: XXXIV-298 p.
  • EAN: 9788814095818

Body Bazaar (questo il titolo originale) ci pone di fronte a una serie di dilemmi dalla soluzione complicata: nell'era biotecnologica il corpo umano sembra essere diventato un contenitore di preziose e rare sostanze, e l'interesse di ricercatori, scienziati e medici è diventato inarrestabile.

Come può l'uomo non lasciarsi tentare da un materiale tanto raro e prezioso? L'uomo, che con la tecnica va assoggettando sempre più la natura, non sempre si cura delle conseguenze che possono scaturire dal suo agire.

Secondo le autrici, una giurista del Chicago Kent College e una sociologa della New York University molto note negli Stati Uniti, due fra tanti sono i motori che muovono la ricerca scientifica nell'era biotecnologica. Uno, causato dal sogno del "vivere per sempre": il corpo umano sembra non avere più un valore in sé, una sua proprietà, ma diventa lo strumento per sconfiggere la morte e per tale fine tutti i mezzi appaiono leciti. L'altro è la possibilità di arricchimento che viene dai tessuti del corpo (cacciatori di geni, banche per il Dna). Materiale vivente diventato all'improvviso prezioso; perché è proprio dai tessuti malati che si ottengono le cure per sconfiggere numerose malattie.

I tessuti del corpo umano vengono utilizzati dagli scienziati per le loro ricerche, dai produttori di farmaci che hanno bisogno di materiale terapeutico e dalle istituzioni (istituti militari, compagnie di assicurazioni, organi preposti al rispetto della legge) che cercano informazioni predittive.

Il libro si presenta come una rassegna inesauribile di casi, per lo più clinici, ma spesso anche giudiziari, di uso e abuso di parti del corpo umano per finalità di vario genere, talvolta anche curiose e insospettabili. Per esempio, un pezzo di corpo come opera d'arte, come piece of art. È il lettore che è chiamato a trarre le conseguenze morali o sociali dalla descrizione dei casi. Le autrici apparentemente non prendono posizioni. Ma i casi descritti sono già sufficientemente eloquenti da soli.

Il libro può essere diviso in tre parti. La prima si occupa dei tessuti umani e dei diversi usi che ne fanno medici e ricercatori. La questione della proprietà del corpo, per esempio, è un tema che si insinua a più riprese, a cominciare dal primo capitolo in cui ci troviamo di fronte al caso, ormai celebre anche da noi, del signor John Moore.

John Moore, uomo di affari di Seattle, si ammalò di una rara forma di leucemia, si recò da uno specialista della facoltà di medicina dell'università della California a Los Angeles (Ucla) e seguì le istruzioni che il medico curante gli diede sottoponendosi a tutte le cure necessarie. Rientrato a Seattle, pensò che la malattia fosse stata curata. Ma nei successivi sette anni, il dottore della Ucla lo fece tornare a Los Angeles e lo sottopose ad altre analisi. Moore era convinto che si trattasse di visite necessarie per un controllo della sua salute e vi si sottopose spinto dal timore che la leucemia potesse riapparire. Il medico, però, non era interessato solo alla salute di Moore: stava brevettando certe strutture chimiche scoperte nel suo sangue e aveva firmato un contratto di circa tre milioni di dollari con una società di Boston. In seguito, la società farmaceutica svizzera Sandoz versò quasi 15 milioni di dollari per aggiudicarsi il diritto di sfruttare la linea cellulare di Moore, da allora chiamata linea Mo. Quando Moore cominciò a sospettare che i suoi tessuti venissero utilizzati per scopi diversi dalle cure che gli servivano agì in giudizio contro il medico per frode e furto. Alla fine la Corte suprema della California non riconobbe a Moore alcun diritto di proprietà sul suo corpo ammettendo che i tessuti, una volta separati dal corpo, potessero appartenere ai ricercatori che avevano studiato il suo sangue.

Il caso di Karen Silkwood è invece un esempio della scarsa protezione di cui gode un corpo una volta che il paziente è deceduto. Il corpo di Karen Silkwood, una giovane donna morta in seguito a un incidente automobilistico, venne utilizzato dagli scienziati che raccontarono al padre, per ottenere l'autorizzazione all'autopsia, che la donna era stata assassinata. Dopo l'autopsia gli scienziati conservarono il cervello e altre parti del corpo, questa volta senza chiedere alcuna autorizzazione. I tessuti di Karen Silkwood, che era un'attivista contro l'industria nucleare, furono manipolati da quella stessa industria.

La seconda parte del libro descrive le speculazioni che nascono o sono occasionate dalle ricerche mediche. Tutto ciò che riguarda il corpo umano sta diventando una parte consistente dell'economia dei paesi ricchi, anche le piccole imprese farmaceutiche vengono oggi quotate in borsa.

Le parti del corpo umano hanno un vero valore economico. Ted Slavin vendette il proprio sangue perché conteneva un livello piuttosto alto di anticorpi contro l'epatite e in questo modo poté pagarsi le cure per la sua malattia. Si assiste sia a una mercificazione dei tessuti che dei geni. A questo proposito è interessante notare la differenza che corre fra la brevettazione di un gene e la brevettazione di un metodo di analisi. La brevettazione di un gene impedisce ai medici o ai laboratori di studiare quel gene senza il consenso preventivo del titolare del brevetto. Nel secondo, invece, una società che brevetta un test di gravidanza non può impedire ai medici di verificare la gravidanza di una donna anche con altri metodi. Per ottenere un'analisi per il gene del cancro al seno si deve ottenere la concessione da parte di tutti i titolari del brevetto. Così la mercificazione dei geni umani diventa lo sviluppo logico della crescita del mercato dei tessuti umani.

La terza parte del libro si occupa del potere che ha l'informazione genetica in settori extramedici: dalle organizzazioni governative, agli atelier degli artisti fino ai negozi di vendita al dettaglio. L'analisi del Dna può servire per creare un profilo genetico per la soluzione di un crimine. Un profilo di Dna può essere estratto da un oggetto toccato dalla mano di una persona, dalla saliva usata per leccare un francobollo o da un capello raccolto sul pavimento di un parrucchiere.

Spesso la polizia sottopone persone innocenti, solo perché appartenenti a un determinato gruppo sociale, a un esame per l'identificazione del Dna nella speranza di trovare il profilo genetico che corrisponda al criminale che sta cercando. Le persone che sono costrette a dare campioni dei propri tessuti per indagini militari o giudiziarie temono che i campioni possano poi essere utilizzati per altri fini oltre che per la semplice identificazione, fornendo così informazioni sui rischi di malattie che potrebbero un giorno portare a una vera discriminazione genetica. La raccolta di campioni di Dna, come si preoccupano di far notare Doroty Nelkin e Lory Andrews, si sta estendendo anche al di là delle organizzazioni governative. Un'industria farmaceutica americana, ad esempio, sta mettendo in commercio una siringa per il Dna che ognuno può portare con sé e utilizzare nel caso in cui subisca un'aggressione per prelevare un campione da colui che lo aggredisce e inviarlo direttamente a un laboratorio di polizia per l'identificazione.

Ma il corpo umano non è oggetto di ricerca solo per gli scienziati o per le organizzazioni governative, suscita interesse anche per gli artisti; il libero accesso ai laboratori e ai pazienti sottoposti a cura facilita il reperimento di materiali corporei. Pezzi di corpo umano diventano nelle mani di "artisti" pezzi d'arte, body art , appunto. Insomma, l'accesso al corpo umano permette persino di trattare questo materiale come oggetto da manipolare, esporre, esibire. L'avversità o addirittura il divieto imposto alle mostre e alle collezioni che espongono corpi umani o parte di essi esprime bene la tensione e il disagio che esiste tra una visione strumentale del corpo e una visione secondo cui il corpo ha un valore in sé in quanto parte integrante della persona.

Come ci fanno notare i curatori dell'edizione italiana di Body Bazaar , Michela Marzano e Luca Parisoli, nel denso saggio introduttivo, oggi più che mai la concezione del corpo umano è cambiata: "da appendice poco significativa dell'esistenza" è diventato il centro di interessi molteplici.

E infine la questione cruciale dell'oggettività della scienza. Body Bazaar mostra molto bene gli effetti perversi del sistema dei rapporti tra le leggi di mercato e il cosiddetto sapere oggettivo, e ci porta a riflettere sulla vacuità degli slogan che inneggiano alla libertà scientifica per sostenere la necessità della collaborazione attiva e "democratica" con l'impresa scientifica. Agire come si è fatto fino a oggi senza interrogarsi sui suoi contenuti, tanto la scienza è un sapere oggettivo e non c'è niente da temere, non è più consentito.