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Il mercato delle idee. Giovanni Gentile e la casa editrice Sansoni

Gianfranco Pedullà

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Editore: Il Mulino
Collana: Saggi
Anno edizione: 1986
In commercio dal: 16 ottobre 1986
Pagine: 359 p.
  • EAN: 9788815009821

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PEDULLà, GIANFRANCO, Il mercato delle idee. Giovanni Gentile e la Casa editrice Sansoni, Il Mulino, 1988
(recensione pubblicata per l'edizione del 1988)

CALANDRA, GIUSEPPE, Gentile e il fascismo, Laterza, 1987
recensione di Sbarberi, F., L'Indice 1989, n. 1

Dall'inizio degli anni settanta ad oggi gli studi gentiliani sono stati affrontati prevalentemente con due diversi approcci: il primo - tipico dei filosofi - teso a scandagliare la ripresa neoidealistica in Italia, e quindi incentrato sul ruolo di Gentile come teorico dell'attualismo, il secondo - proprio degli storici - volto ad approfondire la politica culturale del fascismo, e dunque proiettato sulla figura di Gentile come ideologo e organizzatore di cultura del regime. A questo duplice orientamento ha generalmente corrisposto anche una duplicità cronologica. La storiografia sul Gentile filosofo ha infatti privilegiato quell'arco di tempo che va dalla fine del diciannovesimo secolo al primo ventennio del novecento, facendo implicitamente proprio il rilievo crociano del '41 che imputava al Gentile fascista di avere anteposto il "grosso giornalismo" al "campo della scienza propriamente detta". Gli storici del fascismo, salvo rare eccezioni, si sono soffermati, al contrario, sull'attività politico-culturale di Gentile negli anni centrali del regime partendo dal dato di fatto che egli iniziò a dirigere con sistematicità case editrici, collane filosofiche e letterarie, enti di cultura pubblici e di partito dopo la seconda metà degli anni venti.
Uno degli effetti negativi di questa rigida divisione del lavoro tra filosofi e storici è stato quello di aver disgiunto troppo nettamente la produzione gentiliana del primo novecento dalla summa ideologica e politica che ha caratterizzato poi il fascismo. È vero, infatti, che l'elaborazione del sistema filosofico di Gentile precede di quasi un decennio l'avvento del regime e che quest'ultimo ha utilizzato non senza strumentalismi il pensiero attualistico. Ma la domanda preliminare a cui occorreva (e occorre tuttora) rispondere non è se "l'attualismo gentiliano sia la dottrina del fascismo", come si è chiesto recentemente Garin (su "Rinascita" del 14 novembre 1987), bensì quale sia la portata effettiva del pensiero politico di Gentile negli anni che precedono l'avvento del regime e quali delle connotazioni fortemente autoritarie del suo sistema siano state riproposte dopo l'andata al potere di Mussolini. È il Gentile degli anni della guerra, infatti, che matura l'idea di integrare la società in uno stato totalizzante e gerarchico e che si esprime pesantemente contro la democrazia e il socialismo ed è proprio in virtù dell'antica credenza "nello stato forte e nello stato concepito come realtà etica" che nel maggio del '23 Gentile si iscrive al partito fascista, convinto che quei principi ideologici siano rappresentati ormai in termini coerenti soltanto da Mussolini.
Il libro di Calandra ripropone in larga misura il tipo di saggistica filosofica tutta incentrata sul Gentile dell'anteguerra. Infatti, nonostante il titolo dato al volume, l'autore non ricostruisce affatto il complesso rapporto storico tra Gentile e il fascismo; descrive, invece, con indubbia efficacia, ma eccedendo spesso nelle citazioni, il processo di formazione della filosofia attualistica e l'immagine finale che di essa volle dare Gentile nei primi anni della dittatura. L"'innovazione" filosofica di Gentile consiste nel tentativo di rifondere una coscienza speculativa in Italia mediante il recupero della tradizione moderata del Risorgimento (Rosmini e Gioberti) e dell'interpretazione soggettivistica di Hegel (Bertrando Spaventa e Domenico Iaja). Il fascismo gentiliano rappresenta il recupero e la restaurazione dello stato forte, di uno stato etico connotato in chiave religiosa e costruito "per garantire la libertà che la destra aveva circoscritto al cittadino attivo, all'uomo borghese" (p. 13).
Partendo dal presupposto, niente affatto scontato, che tutti saremmo debitori di Gentile, Calandra si propone di svincolare l'attualismo dall'uso ideologico che ne fece il regime, per accertare se, di quella filosofia, "tutto sia morto e sepolto o se qualcosa sia ancora vivo e rivitalizzabile" (pp. VII-VIII). Ora, non c'è dubbio che la filosofia di Gentile, in Italia, ha rappresentato a lungo un vero e proprio modello di riferimento, sia come esercizio reiterato di semplificazioni ideologiche sia come forma di diffusione del credo dell'intellettuale-vate, in particolare di quello che adegua sempre l'ideale tanto ai retaggi culturali del passato quanto ai fatti compiuti del presente. Pur avanzando forti riserve sui risvolti statalistici dell'attualismo, alla fine della propria ricerca anche Calandra opta per la validità permanente di alcuni principi gentiliani, e cioè dell'etica del sapere e dell'etica del lavoro. Nel linguaggio di Gentile riesumato da Calandra la "disciplina dello spirito" esige che il sapere si realizzi come dovere morale, come conoscenza dell'io attraverso un fare giusto. E l'essere volto al bene è sempre un farsi-con, ossia un progetto in cui i soggetti singoli sono pensati nell"'immanenza reciproca del 'noi' e dell' 'io' "' (p. 180). È bene osservare che l'attivismo etico di cui Gentile si fa portavoce con l'identità di conoscere e fare, di cultura e di vita, non va certo nella direzione dell'idea marxiana di praxis, come sembra credere Calandra, bensì di un groviglio di elementi derivati in parte dal fichtismo, in parte dalle moderne filosofie irrazionalistiche della volontà e dell'azione.
La logica che presiede l'etica del sapere regola anche l'etica del lavoro. Come Spirito, anche Calandra è attratto dal capitolo gentiliano sulla società in interiore homine di "Genesi e struttura della società" (1943), dove l'alter e il socius che vi si celebrano non sono, in realtà, una pluralità empirica di individui che solidarizzano e lottano per comuni interessi, bensì "il nostro altro", ossia uno sdoppiamento dell'io che "concorre, in noi, con noi" alla società trascendentale dello Spirito. Calandra richiama il lavoratore "faber fortunae suae", ma dimentica di aggiungere che nel testo gentiliano il lavoratore è quello di una società fortemente gerarchica "quale esso è - scrive Centile - con i suoi interessi differenziati secondo le naturali categorie che a mano a mano si vengono costituendo". Che da Gentile abbia avuto origine un comunismo di matrice spiritualistica che ha battuto sempre l'accento sulla "ricomposizione organica" dei conflitti sociali e che ha ramificato abbondantemente anche nell'Italia contemporanea è un fatto inoppugnabile. Che la sua filosofia però rappresenti, come suggerì Spirito nel secondo dopoguerra, "la migliore rivalutazione critica del materialismo storico" e, dunque, come ritiene Calandra, un punto di riferimento anche per il presente, è tesi alquanto discutibile.
Un ultimo rilievo sull'interpretazione gentiliana del Risorgimento. È certamente vero, come sostiene Calandra, che Gentile operò una riduzione del molo risorgimentale a Mazzini e presentò quest'ultimo come un ideologo che precorre lo stato etico. Ma occorra aggiungere, a onor del vero, che questo Mazzini di maniera fu un Pilato di arrivo e non di partenza per Gentile, che ritenne a lungo il fondatore della Giovane Italia un pessimo filosofo e un repubblicano pericolosamente democratici. Soltanto a partire dalla guerra, quando Gentile incomincia a predicare la religione del piovere e del sacrificio dalle colonne del "Resto del Carlino", Mazzini diventa l'apostolo dell'unità e della missione dell'Italia, il profeta di un misticheggiante popolo che fa da sostrato allo stato etico. Ma il ruolo catalizzatore che il "gran lavacro di sangue" ha avuto nel pensiero gentiliano non è neppure sfiorato nel libro.
Assai diversa, per taglio metodologico e temi prescelti, è la ricerca di Gianfranco Pedullà. Attento al "mercato delle idee" che si determin• durante il fascismo tra intellettuali e potere e seguendo la falsariga dei più recenti lavori sull'editoria italiana di quel periodo, Pedullà ha ricostruito con molta attenzione il sodalizio complesso, per certi aspetti unico, che Gentile strinse negli anni trenta con la casa editrice Sansoni.
Egli ha eluso, tuttavia, un confronto critico decisivo per valutare adeguatamente l'ambiente editoriale fiorentini: quello tra la linea neoidealistica rappresentata da Gentile e i versanti del fascismo intransigente del "Bargello" e del fascismo nazionalclericale del "Frontespizio". Sul piano della storia dell'editoria nazionale, la ricerca di Pedullà contiene invece spianti rilevanti. Mentre Croce e Colignola, nei confronti della Laterza e della Nuova Italia, si limitarono a esercitare una funzione di stimolo e di direzione culturale, Gentile, acquistando nel '32 con il figlio Federico la proprietà della Sansoni, assunse il duplice ruolo di editore e di imprenditore. Avviato da tempo il processo di assorbimento dei migliori intellettuali italiani nell'impresa delI'Enciciopedia, Gentile riuscì a utilizzare molte di queste forze anche nelle nuove collane letterarie e scientifiche promosse dalla Sansoni. Dopo la sconfitta subita con il Concordato il disegno perseguito dal filosofo fu quello di estendere l'influenza dell'attualismo sulle opere di alta cultura e sui libri di testo delle scuole. Tuttavia, poiché al nuovo programma editoriale collaborarono non solo dei fedeli seguaci come Spirito, Volpicelli e Carlini, ma anche autori come Chabod, Praz, Bianchi-Bandinelli, Anioni, Momigliano e Colorni, nella produzione complessiva della Sansoni finire per coesistere sia posizioni attualistico-religiose, sia punti di vista laici e crociani. Peraltro, gli stretti rapporti intrattenuti da Gentile con le istituzioni e le autorità del regime consentirono alla Sansoni di usufruire di lucrose committenze editoriali di matrice politica, provenienti, in particolare, dall'istituto nazionale fascista di cultura.
Incrementata rapidamente la produzione della Sansoni, tra il '34 e il '35 Gentile è presente anche nei consigli di amministrazione della Bemporad e della Le Monnier, e altre case editrici, come la Nuova Italia e la Treves, riesce a influenzare direttamente o indirettamente. In un rapporto segreto su Gentile inviato a Mussolini nel '35 si segnalava con grande preoccupazione che "oggi è molto difficile fare uscire un libro di cultura politica e filosofica in Italia senza il visto di questo Sant'Ufficio di nuovo tipo". Se a questi elementi forniti da Pedullà si aggiunge il controllo capillare che Gentile e Codignola avevano instaurato nei concorsi a cattedra delle discipline umanistiche - com'è ampiamente documentato nel loro epistolario - si colgono meglio le basi reali su cui la scuola attualistica costruì nel ventennio la propria fortuna. Il distacco progressivo da Gentile maturato da alcuni allievi nel corso degli anni trenta non segn•, tuttavia, come sembra credere Pedullà, la "sconfitta dell'attualismo". Come ideologia e come scuola accademica l'idealismo attuale sopravvisse al suo fondatore sia nella cultura della destra che in quella della sinistra. Ma qui tocchiamo un problema che riguarda più la storia culturale e politica del secondo dopoguerra che quella del ventennio fascista.
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