Editore: Einaudi
Collana: I coralli
Anno edizione: 2016
Pagine: 132 p., Brossura
  • EAN: 9788806228736
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    Rose Congou

    22/07/2016 11:26:49

    Una storia struggente, un romanzo intimo e personale che prende spunto da fatti veri risalenti ai tempi della seconda guerra mondiale. Testimonianza in letteratura, non tanto dei danni diretti della bomba atomica, quanto dei danni indiretti, in particolar modo sulle donne. Due piani temporali: gli anni '80 in cui l'autrice - vivendo in Giappone - è venuta a conoscenza della vicenda e della sua protagonista; gli anni della seconda guerra mondiale, in cui si sono svolti i fatti narrati e commentati. A questi si aggiunge l'oggi, in cui Pastore è tornata a visitare i luoghi e ha preso la decisione di raccontare la storia, per "dare voce anche a quelle donne - di Etajima, di Hiroshima o di altrove - che sono state doppiamente vittime, ma di cui si è sempre evitato di parlare". Conoscevo Antonietta Pastore come traduttrice, e ho trovato il suo stile come autrice un po' semplice ma essenziale e pulito. Nel complesso mi è piaciuto e mi ha coinvolto emotivamente.

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Fukushima, primavera 2011; Hiroshima e Nagasaki, agosto 1945: che cosa lega questi eventi oltre alla loro comune natura di fenomeni distruttivi, sconvolgenti, portatori di morte? L’avere generato conseguenze che “continuano a lavorare sui sopravvissuti attraverso gli anni e le generazioni”, e vanno a sommarsi alle vittime fisiche del fungo e dello tzunami. Yuriko è appunto una vittima dell’atomica: non solo o non tanto perché molti anni dopo, come numerosi giapponesi contaminati dalle radiazioni, si ammalò di cancro, ma perché la sua vita privata, dopo il 6 agosto, non poté più dirsi sua, determinata ormai dalla feroce e ineluttabile intrusione nelle scelte più intime degli effetti e dei contraccolpi di quella terribile giornata.

Antonietta Pastore, per il rapporto intenso e duraturo con quel paese (è traduttrice di Murakami Haruki, Natsume So¯seki, Kawakami Hiromi e autrice di libri tra narrazione e antropologia sul Giappone), all’indomani di Fukushima, avverte con forza l’urgenza di scrivere: “Ci sono storie che sonnecchiano dentro di noi, come se attendessero il momento giusto per venir raccontate, l’evento che dopo anni le rende di nuovo attuali e le ripropone in tutta la loro drammaticità”. La storia prende avvio dall’incontro con Yuriko, zia acquisita di Pastore, e ha al centro la suocera (alla quale l’autrice era legata da un rapporto di rispetto e di amorevole complicità), figura luminosa, che ricopre il ruolo di guida nel percorso di avvicinamento all’esistenza e al dramma della sorella Yuriko. Di lei si parla per indizi disseminati nel testo che conducono a poco a poco al disvelamento del mistero della sua vita e del rapporto poi interrotto con il marito, Yoshiaki. Cadetto della marina militare, conosciuto nel 1943, di classe sociale elevata, a differenza di lei: solo in un momento straordinario come quello di un paese in guerra era stata possibile una simile unione, sulla base di un amore appassionato, tenero, esclusivo. Come può un’unione così perfetta, che ha superato prove tremende, finire con la separazione? Si capirà: identiche prevaricazioni, da parte del resto della popolazione, hanno subito gli abitanti di Fukushima.

Recensione di Luisa Ricaldone


Un brano dell'intervista all'autrice

B.S. La reticenza a parlare dei sopravvissuti di Hiroshima e Nagasaki dipende dalla discrezione orientale, oppure da una volontà di rimozione?

A.P. La discrezione ha il suo ruolo, ma riguardo alle esplosioni nucleari si è verificato qualcosa di paradossale: le vittime si sono a lungo vergognate di parlarne e di apparire in pubblico, non tanto nello sforzo di un'impossibile rimozione, quanto per razione all'atteggiamento di rifiuto da parte del resto della popolazione. La reticenza nasce dal desiderio di proteggere se stessi, la propria famiglia. Solo di recente si nota un'inversione di tendenza.

Brunella Schisa, Venerdì di Repubblica