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Renata Pisu

Collana: Saggi
Anno edizione: 2008
Pagine: 253 p., Rilegato
  • EAN: 9788820045203
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Renata Pisu, nota sinologa italiana, ci conduce con questo libro tra le vie di Pechino, una città che ai primi del '900 era definita "l'ultimo rifugio dello sconosciuto e del meraviglioso" (dallo scrittore francese Pierre Loti) e che oggi si presenta al mondo intero completamente ricostruita per le Olimpiadi di Beijing 2008. Pechino fu concepita secondo un tracciato di quadrati giustapposti, quintessenza dell'idea cinese di città, e ancora fino al 1993 l'urbanistica della capitale vietava la costruzione di edifici superiori ai dieci piani, in modo che si potessero apprezzare i tetti dei monumenti antichi: la Città Proibita, il Tempio del Cielo, la Torre del Tamburo. Oggi, invece, niente della nuova fisionomia urbana rimanda a quel progetto; gli edifici storici, che un tempo dominavano la città, sembrano dei bonsai al cospetto dei grattacieli. Pechino, diventata metropoli, ha subito una brutale modernizzazione per presentarsi al mondo intero oltre che come capitale politica, anche come centro tecnologico e culturale del nuovo "impero economico" cinese; e lo vuole dimostare anche alle metropoli cinesi del sud commerciale, Shanghai e Canton, che le hanno sempre conteso il primato geopolitico interno.
L'autrice riapre la cartina della città che aveva con sé nel 1957, quando studiava all'Università di Pechino, ma quella città di cinquant'anni fa non esiste più. è stata distrutta e trasformata, è irriconoscibile. I più anziani tra i pechinesi non hanno punti di riferimento, luoghi di incontro: si danno appuntamento sotto le arcate delle circonvallazioni aereee, tra un massiccio pilone e l'altro, e lì ballano. Volteggiano al suono del "liscio" tra il fragore e le esalazioni mefitiche del traffico, d'estate danzano in coppia nei parchi, un divertimento proibito all'epoca di Mao perché considerato "borghese", se non addirittura "controrivoluzionario". Ma mentre nei primi Anni '80 con le Quattro modernizzazioni e la porta aperta all'Occidente erano tornati i passatempi antichi, dagli aquiloni in cielo agli uccellini a spasso nelle gabbie, ora anche il tessuto connettivo e l'habitat tradizionale sono stati distrutti. Gli antichi piaceri, appena riassaporati, stanno svanendo a colpi di karaoke, videogiochi, shopping center, inquinamento e serial tv.
Con una certa nostalgia Renata Pisu ripercorre la storia di Pechino avanti e indietro nel tempo, da quando la città si chiamava Dadu ed era capitale dell'impero mongolo, allo splendore dell'era Ming (dal 1400) descritto con entusiasmo dai nostri gesuiti che lì arrivarono, fino alla perfezione raggiunta con la dinastia Qing (1644-1912). Poi la Cina socialista di Mao e della Rivoluzione culturale si regalò la più grande piazza del mondo: la Tian An Men, che dal 1919 al 1989 è divenuta il luogo pubblico della protesta, con un susseguirsi di manifestazioni e con le autorità sempre pronte ad aprire il fuoco. Dai suoi spalti, nel 1949, Mao Zedong dichiarò la nascita della Repubblica Popolare Cinese e Pechino nel 1958, in un solo anno, vide sorgere per decreto del partito comunista dieci mastodonti in stile sovietico come segni del nuovo potere. Oggi c'è una nuova Pechino, ma anche questa – spiega la sinologa – è la capitale che il potere ha voluto ricostruire dall'alto della gerarchia politica, per dimostare che il regime ha elevato il paese al rango di superpotenza. E l'appuntamento con le Olimpiadi del 2008 ha accelerato la tabula rasa e la riedificazione del nuovo. L'autrice prova a consolarsi osservando che "la Cina, in effetti, non ha voluto che la sua storia dimorasse negli edifici, ha privilegiato le incarnazioni letterarie": è una civiltà della parola scritta, di cui la scrittura ideografica è la sola garante. Come a dire: un passato di parole, non di pietre.