Traduttore: V. Gattei
Editore: Adelphi
Collana: Fabula
Anno edizione: 2011
In commercio dal: 2 novembre 2011
Pagine: 322 p., Brossura
  • EAN: 9788845926426
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Descrizione
Singh, giovane coloniale di origine indiana, lascia alla fine della seconda guerra mondiale la nativa Isabella, isola incastonata nello smalto turchese dei Caraibi, per andare a studiare a Londra, da cui, al termine dei corsi universitari, ripartirà con una moglie bianca e una valigia piena delle schegge dei suoi sogni. Tornato a casa, e diventato un imprenditore di successo, Singh decide di entrare in politica in un momento cruciale per la sua piccola patria, da poco avviata verso l'indipendenza. Ma, mentre è di nuovo a Londra per chiedere sussidi finanziari e aiuto politico alla ex potenza coloniale, i compagni di partito approfitteranno della sua assenza per escluderlo dal potere. A Singh, condannato a un duplice fallimento, non resta che fuggire i miasmi della sua terra, contaminata fin nell'essenza, per ritirarsi in un piccolo albergo alla periferia della metropoli inglese, dove si dedicherà alla stesura delle sue memorie, riflettendo sull'ominoso destino cui il cittadino coloniale pare votato. E giungerà all'inquietante quanto amara conclusione che il coloniale può soltanto rassegnarsi a essere una copia sfocata del colonizzatore: i mimi del Terzo Mondo sono condannati a perpetuare, in una tragica parodia, gesti non loro e a patire fino in fondo i tormenti di un morbo immedicabile - quello della marginalità.

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Recensioni dei clienti

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    Giordano

    29/01/2013 11:54:55

    Un grande libro di uno, a mio avviso, dei più grandi scrittori viventi, per quanto controverso e notoriamente "antipatico". Una prosa limpidissima e precisa, ottimamente resa dalla traduzione. Di grande spessore e profondità anche i contenuti, ben sintetizzati nella recensione dell'"indice" qui sopra. In breve, un libro assolutamente consigliato per chi ama la grande letteratura.

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    ant

    31/03/2012 21:05:20

    Un libro edito per la prima volta negli anni '60, riproposto da Adelphi ultimamente. Il perno su cui si basa questo romanzo è l'integrazione in luoghi non d'origine. La trama: con l'occho disincantato di chi ha già vissuto e metabolizzato gran parte della sua vita, il protagonista Singh scrive le sue memorie ospite di un modesto albergo della periferia londinese. L'autore attraverso i ricordi di Singh fa spaziare il lettore dai Caraibi(precisamente si parla dell'isola "Isabella") alla Gran Bretagna , passando anche x l'India. Le esperienze raccontate dal protagonista , così come accennato nell'incipit della recensione, riguardano principalmente tutta una gamma di sensazioni diverse che prova chi deve, per motivi vari ,andare a vivere in terre lontane dalla propria nazione d'origine. Senza dilungarmi troppo volevo segnalare le pagine che mi hanno colpito di più: 1)Innanzitutto quando a Londra Singh,che ricordo di origine caraibica con genitori indiani, vede x la prima volta la neve 2)Il ritorno di Singh a Isabella con la laurea e con una moglie inglese, nonostante quest'aura da uomo realizzato sotto tutti i punti di vista (professionale e sentimentale)...non riesce ad essere mai completamente felice. Sarebbero ancora tanti i punti da sviscerare, ma lascio al gusto e alla curiosità di chi vorrà leggere il testo la scoperta di tante pagine toccanti. Concludo questa recensione lasciando la mia ultima impressione: in questo testo ci sono spunti anche filosofico-religiosi, infatti addirittura il protagonista, ricordo con genitori indiani, raggiunge i 4 stadi della vita della religione indù detti anche ashram. Nonostante una vita vissuta intensamente da parte del protagonista, quello che emerge su tutto da queste pagine è sempre una certa marginalità e un senso di incompiuto, quell'essere né carne né pesce "purtroppo" a volte tipico degli emigranti. Bel libro x riflettere e sognare

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  Negli anni sessanta, quando è uscito, I mimi era il libro che nessuno avrebbe voluto leggere. L'allora giovane Naipaul si era già fatto conoscere per Il massaggio mistico e Una casa per il signor Biswas (per entrambi cfr. "L'Indice", 1989, n. 2), due romanzi alla Narayan, leggeri, quasi comici, in cui i protagonisti sono caraibici di origine indiana che, all'indomani dell'indipendenza, cercano più o meno goffamente una nuova identità caraibica. Con I mimi, Naipaul smette la maschera comica e indossa quella tragica per raccontare la storia di due naufragi: quello politico dell'isola fittizia di Isabella (in cui rivediamo Trinidad o la Guyana) e quello personale di Ralph Singh, anche lui indiano caraibico sorpreso e rassegnato per l'inadeguatezza sua e della sua nazione di fronte all'indipendenza politica. Gli anni cinquanta e sessanta hanno visto parecchie colonie britanniche raggiungere l'indipendenza come membri del Commonwealth seguendo una parabola storica che rendeva anacronistico il concetto di colonia e che veniva salutata dai liberali di tutto il pianeta come il trionfo della democrazia in un mondo postfascista e postcoloniale. Nessuno si aspettava che un intellettuale postcoloniale dell'intelligenza di Naipaul criticasse il processo di decolonizzazione e la classe politica dilettantesca e spesso disonesta che aveva sostituito l'apparato inglese. E tuttavia i politici sono un bersaglio abbastanza facile per gli intellettuali, quel che era peggio era che Naipaul dichiarasse naufragato il processo di integrazione dei diversi popoli che abitavano i Caraibi – europei, africani e asiatici – proprio a causa di quell'odio razziale o di quel malriposto senso di superiorità che si sperava estinto con le ultime colonie. Quest'ultimo aspetto venne dunque per lo più ignorato fino a che Naipaul non sarà etichettato come "intellettuale conservatore" o "intellettuale pessimista", cercando di disarmare con il carattere di inevitabilità che la definizione porta in sé la carica provocatoria delle sue analisi politiche del terzo mondo. Di questo romanzo e del suo gemello in forma di reportage che è The Middle Passage (ancora inedito in Italia) si diede dunque in quegli anni una lettura eminentemente politica, che sottolineava come secoli di dominazione europea avessero prodotto danni destinati a durare a lungo, riflettendosi nell'incapacità di esprimere una democrazia matura e nella facilità di cadere nella trappola del neocolonialismo americano. Così si può infatti ancora oggi interpretare quella che pare essere la maledizione dei caraibici, condannati a essere mimi. Come si legge nella limpida traduzione di Valeria Gattei: "Noi qui sulla nostra isola, dove studiavamo sui libri stampati nel mondo vero, di cui consumavamo le merci, eravamo stati abbandonati e dimenticati. Fingevamo di essere veri, fingevamo di imparare e prepararci alla vita, noi mimi del Nuovo Mondo, di un piccolo angolo sconosciuto con tutte le sue tracce di corruzione che subito faceva marcire il nuovo". A più di una generazione di distanza dalla pubblicazione di questo romanzo possiamo permetterci il lusso di cercarci la storia di un individuo, di leggerlo come un Bildungsroman. Possiamo così osservare l'evoluzione del protagonista Ranjit Kripal (alias Ralph) Singh – un naufrago, come lui stesso chiarisce fin dall'inizio – che scrive la propria autobiografia in un alberghetto alla periferia di Londra, dove abita da oltre un anno, da quando, cioè, la fine della sua carriera politica lo ha condannato all'esilio. Ralph è un rampollo della piccola borghesia in ascesa, figlio di un insegnante che ha sposato una donna di rango socialmente superiore (i suoi parenti hanno l'esclusiva per l'imbottigliamento della Coca Cola nell'isola), ha accesso all'istruzione superiore, alle biblioteche, al mondo al di fuori cui inevitabilmente anela. Ralph è così in costante ricerca di un'identità nel nuovo ordine mondiale, ma proprio nel cercare si nasconde la trappola di una forma subdola di mimetismo, che lo induce a emulare non tanto gli altri, i colonizzatori o le élite culturali ed economiche, come sarebbe tipico dell'abitante delle colonie, ma l'uomo nuovo che essi e i suoi pari hanno in mente per lui. Dal primo viaggio a Londra torna, come predetto dalla madre di un suo compagno di scuola, con una moglie bianca; poi una speculazione edilizia, compiuta più per intuizione che per calcolo, lo rende ricco come lo zio, tanto da costruire il simbolo del suo successo sull'isola: la villa romana. Terminata questa fase, di nuovo per caso e senza passione, Singh si dedica alla vita politica, vincendo le elezioni e diventando leader di un partito di sinistra, di nuovo, si direbbe, quasi suo malgrado. La vita di Singh è un susseguirsi di successi e fallimenti, che arrivano inaspettati e apparentemente senza dare né particolari gioie né particolari dolori. Il suo ultimo naufragio si compie quando, esiliato nella ex capitale dell'impero con una modesta rendita, decide di riflettere sulla propria vita e di metterla per iscritto. La scrittura, ci assicura Singh, è un processo lungo e penoso, che si dipana per associazioni mentali sovvertendo la cronologia degli episodi narrati. Alla fine di questa narrazione-riflessione Singh si rende conto che il suo ultimo naufragio coincide con l'ultima mimesi, quella del padre e degli antenati induisti. Pur con la sua laica appartenenza al nuovo mondo, Singh comprende come la sua vita sia stata scandita secondo la tradizione induista la quale prevede per l'uomo la condizione di studente, padre di famiglia, uomo d'affari e infine recluso, sannyasin. La storia del naufragio di Singh allora si capovolge, quella che il mondo e lui stesso fino a poco prima avevano letto come una sconfitta è la catartica liberazione dal ciclo dell'attaccamento alle cose e Naipaul ci ricorda così quello che un altro poeta recluso aveva scritto molti anni prima, che c'è della dolcezza anche nel naufragare. Alessandro Vescovi