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Dino Grandi

Editore: Il Mulino
Collana: Storia/Memoria
Anno edizione: 1985
Pagine: 686 p.
  • EAN: 9788815008886
GRANDI, DINO, Il mio paese. Ricordi autobiografici, Il Mulino, 1985
recensione di Migone, G.G., L'Indice 1986, n. 2

L'autobiografia di Dino Grandi pone in primo piano più l'interprete che il testimone degli avvenimenti di cui egli è stato un partecipante non secondario. Non mi stupirei se il modello a cui Grandi si è ispirato fosse la storia della seconda guerra mondiale del suo vecchio amico Winston Churchill. Grandi non ha commesso l'errore di scrivere una storia del fascismo perché egli è convinto che la storia, almeno per una generazione, la scrivono i vincitori ed il suo realismo, che non gli offre tregua, non gli ha mai consentito di considerarsi tale. Invece, non ha mai rinunciato, nel corso della sua lunga vita successiva agli avvenimenti storici a cui ha partecipato (nel 1945, alla fine della guerra, egli compie soltanto cinquant'anni), a condizionare, a nutrire di informazioni, anche ad indirizzare coloro che per professione scrivono la storia; secondo quanto ha detto Grandi (che non rinuncia mai alla seduzione) a Renzo De Felice, i veri artefici della storia.
Questo impegno di Grandi potrebbe essere liquidato come un pretenzioso tentativo di autodifesa, come hanno fatto alcuni recensori, ma significherebbe sottovalutare la sua statura di autentico homo politicus che non ha mai rinunciato ad un suo progetto, anche quando si è imposto il silenzio. È impossibile stabilire se Grandi, al di là delle sue parole, abbia nutrito la speranza di assumere le redini dell'Italia dopo il 25 luglio 1943 (come temette Gaetano Salvemini, dal suo osservatorio americano). Sta di fatto che egli lasciò l'Italia poco dopo, per non farvi ritorno per un ventennio, malgrado l'alta corte di giustizia repubblicana l'avesse assolto da ogni addebito. Ancora una volta il suo iperrealismo gli sconsigliava ogni tentativo di reinserimento nella politica attiva. Invece, con grande cura ed accorta scelta dei tempi, egli si è dedicato ad influenzare la ricostruzione storica del periodo che lo aveva visto come uno dei protagonisti.
Alcuni hanno notato come l'interpretazione che Churchill offre del fascismo in sede storiografica, corrisponda in tutto e per tutto a quella di Dino Grandi, che egli ebbe modo di frequentare non solo durante la sua ambasciata a Londra, ma anche dopo la guerra (p. 658). Ma, per uscire dalle ipotesi sia pure suggestive, è fuori discussione il ventennale rapporto intellettuale che Grandi ha stabilito con il primo e, per mole di lavoro, più importante storico del fascismo, Renzo De Felice. Significherebbe fare torto all'intelligenza di entrambi affermare che Grandi abbia contribuito all'opus magnum di De Felice soltanto mettendogli a disposizione il suo ricchissimo archivio e la sua altrettanto meticolosa memoria. Chi ha avuto occasione di discutere con Grandi, per ragioni legate alla ricerca storica, ha dovuto esporsi alla sua capacità non solo di testimoniare, ma di interpretare gli eventi a cui ha partecipato. Ora che l'ex ministro di Mussolini si è deciso a pubblicare un lavoro di sintesi che copre l'intero arco della sua vita politica attiva, non è difficile rintracciare una sorta di filo rosso, di cui sono presenti importanti e significativi segmenti nell'opera di De Felice, ma di fronte a cui nessuno storico di quel periodo può restare indifferente.
È significativa la scelta dei tempi osservati da Grandi per rendere di pubblico dominio i suoi scritti. Nel corso degli anni sessanta egli aveva preso la parola attraverso qualche intervista e intervento sui rotocalchi, ma preferisce attendere il 1983 per consentire a De Felice di pubblicare il suo lungo memoriale dedicato alla vicenda della caduta del fascismo. Nel frattempo, non solo De Felice era giunto al capitolo finale della sua gigantesca ricostruzione biografica dell'epopea mussoliniana, ma la sua opera aveva prodotto un nuovo atteggiamento nei confronti della storia del fascismo. La curiosità documentaria di De Felice non solo ha rimosso le rigide pregiudiziali antifasciste della prima ora, ma ha aperto il campo ad ogni sorta di volgarizzazioni e rivalutazioni: che si tratti di interviste televisive dei famigliari di Mussolini, lungometraggi dedicati ai vari protagonisti del ventennio nero, o biografie "obbiettive" di Giordano Bruno Guerri (non a caso approdato alla direzione della mondadoriana "Storia Illustrata"). Nello stesso tempo, sotto la guida di quella sorta di sommo sacerdote della cultura ufficiale italiana che è Giovanni Spadolini, è stata avviata un'operazione di rivalutazione di personaggi variegati come Mario Missiroli, Giuseppe Prezzolini e Alberto Pirelli, accomunati nella categoria di "afascisti", tutti dediti a servire o inorgoglire una patria comune che ormai si rifiuterebbe di distinguere tra i propri figli, presenti e passati, i fascisti e gli anti-fascisti. Inoltre, altri gerarchi fascisti, pubblicando le loro memorie, avevano contribuito a "umanizzare la storia" (R. De Felice, Prefazione, p. 7).
Esistevano ormai tutte le condizioni perché l'intervento diretto di Dino Grandi, novantenne ma lucido al punto da riuscire a redigere e completare il vecchio manoscritto della sua autobiografia, si decidesse a salire di persona su un palcoscenico che - è la mia ipotesi - egli ha contribuito non poco a disegnare.e costruire nel corso di questo lungo dopofascismo. Ancora una volta, è l'homo politicus che mette mano alla storia.
II metodo di Grandi è quello che potremmo definire delle interpretazioni forti. Ad ogni periodo della sua vita corrisponde non solo una ricostruzione talora inedita (ma priva di rivelazioni sensazionali) degli eventi, ma soprattutto una precisa visione e un messaggio ai lettori. Non a caso egli viola ripetutamente la regola cronologica per rafforzare o sottolineare la sua interpretazione. La prima parte del libro, dedicata all'avvento del fascismo, è ad un tempo la più debole e quella più aderente all'interpretazione di De Felice (successivamente ripresa da Ernst Nolte e da altri studiosi). II fascismo è il frutto dell'impazienza riformatrice dei reduci della prima guerra mondiale, ansiosi di coningare la trasformazione sociale del paese con un amor di patria ed un rispetto per lo stato che avevano sub¡to la prova del fuoco. Restano nell'ombra, quando non vengono esplicitamente negati, i legami con gli agrari della pianura padana, gli industriali arricchiti dai profitti di guerra, i latifondisti del sud.
Eventuali interrogativi riguardo alle fonti di finanziamento del movimento e alle complicità che esso registra a suo favore restano senza risposta. L'antibolscevismo dei fascisti avrebbe avuto soltanto motivazioni patriottiche. Non solo è assente ogni intento di restaurazione sociale, ma il movimento si ispirerebbe ad una sorta di socialismo antimarxista, rispettoso dei valori nazionali. Tutto ciò si incarna nella vicenda personale del protagonista che, per avvalorare i suoi intendimenti sostanzialmente democratici e di sinistra, sottolinea i suoi legami con Renato Serra e Romolo Murri, senza sottacere quelli ben più significativi con Prezzolini e Missiroli (ma non afferma egli stesso che ha sempre ricercato l'amicizia di chi la pensava diversamente da lui?). Egualmente l'autore non si chiede chi finanziasse quel "Resto del Carlino" che accoglieva gli scritti del poco più che ventenne esponente dl punta del fascismo bolognese. Del resto, i bollori rivoluzionari - che nel 1921 avevano spinto Grandi a criticare per eccesso di legalitarismo la direzione di Mussolini - non tardano a evaporare. L'anno della marcia su Roma vede Grandi impegnato allo spasimo nel favorire contatti e mediazioni con l'ala conservatrice dei liberali - Salandra, ma soprattutto Orlando - per garantire al fascismo un avvento al potere rispettoso dello statuto, e della legalità parlamentare, nel solco tracciato dai blocchi nazionali formati in occasione delle elezioni del 1921. Nel corso di queste vicende Grandi dimostra la sua capacità di dissentire da Mussolini, pagando il prezzo di una temporanea emarginazione, ma anche la ferma volontà di assumere una posizione che non abbandonerà più: a fianco della monarchia e in piena sintonia con quelle forze fiancheggiatrici di marca conservatrice che consentirono al fascismo di affermarsi e di consolidarsi. Tutto ciò, ex ore suo. Egli è rispettoso del papa, del re, dei grandi capitalisti (anche se non li nomina quasi mai) e anche della vecchia classe dirigente liberale. Tuttavia, dedica pagine efficaci e convincenti (su cui faremmo bene a meditare, non solo in sede storiografica) alla viltà della classe politica che consente il proprio avallo parlamentare al colpo di mano fascista, ma non si chiede se almeno una parte di costoro non avessero forse un interesse materiale a comportarsi da vili. Non a caso Grandi non dedica una sola parola, nel corso di 685 pagine, alla politica economica del fascismo e di Mussolini.
Dopo una breve permanenza al ministero dell'interno, Grandi diventa sottosegretario agli esteri. Inizia così la fase centrale e culminante della sua carriera politica, tutta dedicata ai rapporti internazionali. Dal 1929 al 1932 egli sarà ministro degli esteri, per poi diventare ambasciatore a Londra fino al 1939. È comprensibile che Grandi ami parlare della "grande avventura della vita" (p. 16) ed esprima gratitudine per ciò che essa gli ha offerto. II giovane avvocato della provincia romagnola ha viaggiato lontano, è diventato conte e anche cugino del re (in quanto collare della SS.Annunziata), ma soprattutto ha abbracciato con entusiasmo ed intelligenza la grande politica, quella che esprime i rapporti di forza tra le nazioni, in un'epoca in cui essi non erano sottoposti a leggi dettate da due superpotenze.
Nella sua autobiografia, come in altre occasioni, Dino Grandi ha soprattutto voluto descrivere la propria politica di pace, a cui ha contrapposto quella di guerra, condotta da Mussolini. Secondo Grandi, il sostegno alla Società delle nazioni, il patto di Locarno, i rapporti privilegiati con Gran Bretagna e con l'alta finanza americana, le iniziative di disarmo costituivano un modo diverso e più efficace per porre al resto del mondo quella che egli cavourianamente ama chiamare la questione italiana e che doveva concretizzarsi nella conquista, già allora un poco anacronistica, di una Lebensraum in Africa. Giustamente egli se la prende con chi, come lo storico Ennio Di Nolfo, ha liquidato la sua politica estera ginevrina (Ginevra era la sede della Società delle nazioni) come un cinico gioco delle parti, in cui a Grandi spettava quella dell'incantatore di serpenti, mentre il dittatore preparava guerre di conquista. In realtà, fino al 1932 lo stesso Mussolini aveva un obiettivo che Grandi non anticipa (come egli talora è tentato a far credere), ma asseconda ed estende: quello di assicurare all'Italia una collocazione internazionale che avrebbe consolidato il regime fascista. Le memorie di Grandi contengono uno sforzo rilevante per mettere in evidenza una verità scomoda, sepolta dagli schieramenti della seconda guerra mondiale: che le classi dirigenti delle democrazie occidentali, fino alla guerra d'Abissinia e oltre, riserbarono per il fascismo italiano e per il suo duce ammirazione e disponibilità alla collaborazione. Ciò che si può cercare invano, in quell'autobiografia, come in tutta la storiografia defeliciana, è la spiegazione del fenomeno. Una spiegazione che non si riscontra nei pur pittoreschi entusiasmi di questo o quel personaggio, ma nella ferma e diffusa convinzione che un'Italia antibolscevica, serenamente capitalista e disciplinata giovasse alla pacificazione sociale e politica dell'intero continente. Nella comprensione di questa semplice realtà si individuano le radici di una politica estera che Mussolini abbozzerà nei suoi primi anni di governo e che Grandi, durante il suo periodo di ministro degli esteri, porterà alle estreme conseguenze.II giovane ministro si passerà il lusso di sfidare il nazionalismo becero ed arruffone dei suoi camerati di partito, teorizzando, alla camera dei deputati e soprattutto in gran consiglio, il suo pacifismo filoanglosassone e ginevrino; in realtà, una politica di consolidamento del regime fascista che si iscrive in un ordine internazionale più ampio che è stato impostato a Londra, a Washington e a New York, nuova capitale finanziaria del mondo. Talvolta Mussolini appare animato soprattutto da "sentimenti e risentimenti" (per dirla con Carlo Sforza); non di rado deve concedere alla sua piazza qualche sfuriata antitedesca o antifrancese, ma egli non abbandona mai la sua vera stella d'oriente, all'interno come all'estero: che è l'individuazione dei più potenti, onde potervisi adattare. Avrà ragione Grandi a negare che si trattasse di una politica estera, ma era certo un criterio di comportamento.
Potrebbe suscitare qualche ironia che Grandi individui nel 1932 - l'anno in cui viene allontanato da Palazzo Chigi - la svolta e l'inizio del declino del regime fascista. In realtà è in quell'anno che, sotto la spinta della grande crisi economica, inizia il crollo di quell'ordine internazionale che aveva consentito al fascismo italiano di affermarsi e di consolidarsi in un ruolo pacifico nel resto del mondo. Abbandono da parte degli Stati Uniti del gold exchange standard, crisi del sistema monetario internazionale, avvento del nazismo in Germania (architrave della politica anglo-sassone di pacificazione europea), ritorno ad una politica protezionistica e, inevitabilmente, di riarmo, delle principali potenze industriali.
Grandi è stato accusato, per esempio da Nicola Tranfaglia, di sopravalutare il proprio ruolo diplomatico. Ritengo che, per il periodo in cui egli dirigeva la nostra diplomazia da Palazzo Chigi, quest'accusa sia infondata. Grandi aveva una sua concezione della politica estera che, con l'ausilio di esecutori di lusso come Vittorio Scialoja (che definisce suo maestro) ed Augusto Rosso, portava avanti di persona, soprattutto a Ginevra che era ancora il palcoscenico principale della politica mondiale. Le forzature e le disobbedienze che Grandi rivendica con evidente orgoglio nei confronti di Mussolini erano possibili perché si inserivano in un quadro internazionale favorevole e comunque tale da consentire al ministro di offrire al dittatore l'essenziale: la sua popolarità interna, non poco fondata sul prestigio internazionale, e quindi il consolidamento del regime.
È con l'ambasciata di Londra che iniziano le illusioni di Grandi, così forti da resistere nel tempo. Nella sua autobiografia egli riferisce come, ancora dopo l'attacco di Hitler alla Polonia, ormai ministro guardasigilli da circa un anno, egli chiedesse a Mussolini di poter riprendere il suo posto di combattimento all'ambasciata di Londra, con la speranza non tanto segreta di riuscire a favorire un'alternativa all'asse Roma-Berlino. Grandi pensava di potersi comportare, se non come i mitici ambasciatori rinascimentali che da soli dichiaravano le guerre, almeno come il conte Ignatiev che, nel secolo scorso, nella sua ambasciata a Costantinopoli, riusciva a tradurre in dip!omazia il panslavismo russo e a dirigerlo verso i mari caldi. Nel suo caso si trattava di impedire che l'Italia entrasse in guerra a fianco della Germania, per poi ripetere il classico rovesciamento delle alleanze con cui, nella prima fase della prima guerra mondiale, dopo un periodo di neutralità, I'Italia era passata dalla Triplice alleanza all'Intesa. Per giustificare le sue aspettative, Grandi sostiene in maniera, tutto sommato, plausibile, che Mussolini tentennò fino all'ultimo momento, decidendo la dichiarazione di guerra solo allorquando la rotta delle truppe francesi era diventata irreversibile e quelle inglesi erano state costrette a reimbarcarsi a Dunquerque. Si pn• discutere sui tempi delle sue decisioni, ma esistono pochi dubbi in merito al fatto che le motivazioni di Mussolini per schierarsi con Hitler, più che ideologiche, fossero opportunistiche: speranza di partecipare alla spartizione del bottino; paura della vendetta di una Germania vittoriosa che si sarebbe ritenuta tradita.
Cosa difetta in questa ricostruzione che De Felice, se non erro, ha inghiottito per intero? (Comprensibilmente, perché il confronto tra il diplomatico e lo studioso, poco abituato a praticare il terreno della grande politica internazionale, non poteva che essere impari). A Grandi non mancava certo n‚ capacità, n‚, soprattutto, credito a Londra ove, ancora dopo la fine della guerra, i rappresentanti dell'Italia liberata si sentivano fare complimenti a lui diretti. In un certo senso era proprio il successo che riscuoteva la missione di Grandi a renderla controproducente rispetto ai fini pacifici che egli sottolinea nelle sue memorie. La domanda decisiva (a cui Grandi risponde solo in parte e che De Felice non formula) è la seguente: in quale politica, francese, e soprattutto inglese, si iscrivono gli sforzi di Grandi e dei non pochi diplomatici e politici italiani (tra cui, tardivamente, lo stesso Ciano) "di buona volontà"? La politica di appeasement - ovvero lo sforzo di pacificare Hitler, consentendogli di riarmare, rioccupare la Renania, annettere l'Austria e i Sudeti, occupare la Cecoslovacchia, senza colpo ferire - non fu il frutto di improvvisazioni o di semplici errori, come vuole farci credere buona parte della storiografia. Essa fu la conseguenza degli orientamenti profondi delle classi dirigenti che in quegli anni governarono anche la Francia e la Gran Bretagna; una politica che mirava a costituire un'Europa conservatrice e reazionaria in funzione anti-sovietica e, come dimostrano recenti studi, con una notevole carica antiamericana, tipica dell'imperialismo manchesteriano di un Chamberlain. Anche se oggi Grandi critica la tendenza delle democrazie occidentali ad accordarsi direttamente con Hitler, questa politica inevitabilmente lo coinvolgeva.
Non era certo l'ambasciatore dell'Italia fascista, sempre più vicina ai dittatore tedesco, a potersi contrapporre all'appeasement che esprimeva i sentimenti, i valori e gli interessi di un'internazionale conservatrice di cui Grandi era una tipica espressione, malgrado le sue giovanili simpatie per Andrea Costa. Al contrario, egli si trova in prima persona ad arginare l'irritazione inglese suscitata dalla guerra d'Etiopia - primo grande appuntamento mancato dai paesi democratici, in un'ipotetica prospettiva di difesa della pace europea dall'aggressività delle dittature fasciste - favorendo soluzioni che comunque avrebbero sanzionato la distruzione del sistema ginevrino di sicurezza collettiva che Grandi aveva tanto sostenuto negli anni precedenti. Analogamente egli dovrà comportarsi per la guerra di Spagna. E non a caso la difesa della conferenza di Monaco - momento culminante della politica di appeasement- costituisce forse il punto più debole della sua autobiografia.
Così, i funzionari che si limitavano a "servire lo stato" ed anche i pochi uomini politici che si rifiutavano di pensare con la testa di Mussolini, restano prigionieri di una rete inestricabile di contraddizioni: paradossalmente, tutto ciò che facevano in alternativa alla politica dell'asse, comunque andava a maggior gloria di un dittatore che avrebbe deciso da solo la partecipazione alla guerra. Grandi rivendica la sua autonomia da Mussolini e possiamo credergli. L'autonomia che è mancata a Grandi e a tutti costoro è quella, ben più ardua, dagli orientamenti e dagli interessi di una classe sociale e dirigente, non solo italiana, che per decenni delle dittature si è servita e di cui essi stessi facevano parte. Per lo stesso Grandi è assai più facile resistere al fascino del mago (così lo chiama) di Palazzo Venezia che non a quello dei salotti di Cliveden (dove nacque e crebbe la politica di appeasement) e della principessa Colonna. In questo senso il lungo viaggio di Dino Grandi dalla provincia romagnola alla corte di San Giacomo costituisce la più efficace delle smentite allo storico che ha così largamente influenzato. Che cosa resta dell'autonomia ideologica della piccola borghesia ribelle, su cui si fonderebbe il potere del regime fascista, alla fine di questo viaggio? La dittatura, come la guerra, scaturisce dall'incontro del fascismo come movimento di massa con antichi poteri: capitalisti, monarchia, burocrazia, esercito, Chiesa. Tutti questi potenti restano sullo sfondo dell'interpretazione di Grandi, perché il protagonista tende ad identificarvisi. Sono questi poteri a incarnare lo stato come elemento di continuità tra fascismo e postfascismo di cui scrisse per primo Federico Chabod. È questa continuità trascurata che fa degli scritti di Grandi, e della storiografia che in parte cospicua ha ispirato, un momento essenziale della restaurazione politica e culturale che oggi si sviluppa nel nostro paese.


GRANDI, DINO, Il mio paese. Ricordi autobiografici, Il Mulino, 1985

GRANDI, DINO, 25 luglio. Quarant'anni dopo, Il Mulino, 1983
recensione di Carocci, G., L'Indice 1986, n. 2

Quale è il significato da attribuire al tentativo che Grandi, con l'autorevole avallo di Renzo De Felice, va conducendo e di cui questi due volumi (il primo dedicato al 25 luglio, il secondo all'intera vita di Grandi fino al 1943) costituiscono la manifestazione più grossa? Il tentativo, si sa, è inteso ad accreditare la sua figura di personalità del fascismo come quella di un corretto conservatore fautore della pace, che aveva verso Mussolini un atteggiamento bivalente di fedeltà ma anche di dissidio. Appartengo alla schiera di coloro che negli anni scorsi non hanno preso sul serio questo tentativo, al quale contrapponevo le lettere di Grandi a Mussolini, dove ogni atto del duce veniva esaltato. Senonché, riflettendo meglio sulla questione, sono giunto, prima ancora di leggere questi due volumi, a una conclusione diversa, alla constatazione che Grandi non diceva quasi mai tutta la verità nelle lettere che scriveva a Mussolini. Quelle lettere sono soprattutto un monumento di adulazione la quale conviveva con una ammirazione sincera e profonda per il duce. Il quadro morale che ne viene fuori non è certo esaltante. Ma probabilmente Grandi ha ragione quando oggi si giustifica dicendo che l'adulazione gli sembrava opportuna per fare accettare a Mussolini alcuni aspetti di una politica estera pacifica e ragionevole.
Il fatto è che quest'uomo, che nei suoi rapporti con Mussolini sembrava considerare prova di massima intelligenza la bugia elevata a sistema, si teneva in petto un suo progetto che riguardava non solo la politica estera ma anche gli aspetti generali del fascismo. Nessuna delle poche teste pensanti del fascismo è stata in grado come Grandi di elaborare una compiuta linea politica alternativa a quella di Mussolini. Tanto che non è azzardato affermare che se, per ipotesi astratta, quella linea politica fosse stata accettata e fatta propria dal duce, avrebbe con ogni probabilità modificato profondamente le sorti del fascismo, lo avrebbe salvato dalla caduta nel 1943 e gli avrebbe dato uno sbocco analogo a quello del franchismo spagnolo. Ma lasciamo stare queste ipotesi di fantapolitica tutto sommato sgradevoli.
Naturalmente il fatto che Grandi appaia veridico, più che nelle lettere a Mussolini, in questi libri di memorie non deve farci prendere tutto per oro colato. Basti un esempio: Grandi non fa mai parola della revisione dei trattati di pace del 1919-20 e fa apparire la sua posizione di fautore della Società delle Nazioni in tutto simile a quella della Francia. In realtà la posizione di Grandi nei confronti della società delle Nazioni, almeno nel 1929-32 quando fu ministro degli esteri, era vicina ma non uguale a quella della Francia. Infatti la Francia vedeva nella Società delle Nazioni la garante dello Statua quo europeo e della sicurezza, Grandi invece vedeva nella Società delle Nazioni lo strumento di una moderata revisione dei trattati di pace, che non mettesse in pericolo la sicurezza.
Queste considerazioni devono indurre il lettore ad acuire il suo senso critico di fronte a questi due libri scritti col senno del poi (quello sul 25 luglio scritto nel 1944-45,1'altro in un lungo lasso di tempo compreso fra il 1943 e il 1985); ma devono anche indurre il nostro lettore a non respingere il quadro generale che ne emerge. Certamente Grandi mira a costruire la sua figura da consegnare alla storia. Nulla però ci vieta di pensare che, costruendo la sua figura, dica anche la verità; una verità peraltro che, priva com'è di ogni garanzia di certezza, va cercata a tentoni, confrontandola quando è possibile con i documenti dell'epoca. E quanto ci sforzeremo di fare.
Poiché giustamente Grandi ritiene di aver svolto il suo ruolo più importante nel campo della politica estera, particolarmente quando fu ministro degli esteri nel 1929-32, e poiché il fascismo è naufragato proprio sulla politica estera dobbiamo dedicare a questa uno spazio più ampio, tenendo presente che, anche se le decisioni fatali vennero prese da Mussolini dopo il 1935-36, il confronto con Grandi va fatto soprattutto con gli anni nei quali questi fu ministro degli esteri.
In che cosa la politica estera attuata da Grandi nel 1929-32 e accettata allora da Mussolini differiva da quella attuata da Mussolini negli anni immediatamente successivi? E prima di tutto: c'era differenza fra le due politiche? De Felice, al quale va riconosciuto il merito di aver compreso per primo l'importanza di Grandi e che giustamente sottolinea come il Leitmotiv di queste memorie sia il rapporto di Grandi con Mussolini, ha ritenuto che fra le due politiche non c'era differenza alcuna (non so se poi abbia cambiato parere). Egli ha definito quella di Grandi la politica "del peso determinante" per indicare che, nel giudizio e nelle parole di Grandi, l'Italia doveva riservarsi libertà di azione ed essere in grado di intervenire in un futuro conflitto franco-tedesco dalla parte che più le fosse stata opportuna. Mussolini - così ha affermato De Felice- dopo aver dimesso Grandi nel luglio del 1932 non ha fatto altro che proseguire la stessa politica estera, almeno fino al 1936.
Non so se Grandi possa essere d'accordo con questa interpretazione che a me francamente sembra sbagliata. Non è improbabile che Grandi, scrivendo Mussolini, abbia usato l'espressione "politica del peso determinante" (ripetuta ancora in una lettera del 1940, ma in un contesto storico completamente mutato) proprio perché sapeva che sarebbe piaciuta al suo capo; e forse in un primo tempo, ma solo in un primo tempo, ci ha creduto davvero. A me sembra però che la politica del peso determinante, cioè l'attesa del conflitto europeo per intervenirvi da una parte o dall'altra, sia sempre stata, prima e dopo il 1932, la politica di Mussolini; una politica che diventava tanto più possibile quanto più cresceva sullo scenario europeo la fama della Germania.
La politica di Grandi, apparentemente simile, era in realtà diversa, come ha ben visto di recente uno storico diplomatico, Francesco Lefebvre d'Ovidio, che l'ha definita "la politica dell'equidistanza" (e non del peso determinante). L'espressione "politica dell'equidistanza" si trova nel libro di Grandi sul 25 luglio. A prima vista questo dovrebbe indurci alla diffidenza. Ma anche qui valgono le stesse osservazioni fatte sopra: Grandi è più attendibile quando scrive col senno del poi che quando scriveva a Mussolini. Grandi insomma era più cauto di Mussolini e, aggiungerei, riteneva opportuno giuocare fra i due grandi avversari (Francia e Germania) solo finché la forza della Germania non avesse raggiunto un certo livello, superato il quale il giuoco avrebbe messo in pericolo i vitali interessi nazionali italiani. Nel giudizio di Grandi questo livello fu raggiunto assai presto, nel marzo del 1931, quando la Germania tentò di fare un accordo doganale con l'Austria, che sarebbe stato l'inevitabile preludio dell'Anschluss.
La diversa valutazione della Germania è infatti, secondo me, il punto decisivo che distingue già in questi anni la politica estera di Grandi da quella di Mussolini. Certamente anche su questo punto i due uomini furono spesso d'accordo. Prima del 1931 non solo Mussolini ma anche Grandi giudicarono più di una volta che, per esercitare una certa pressione sul governo di Parigi, fosse opportuno fargli balenare l'impressione che, a determinate condizioni l'Italia avrebbe anche potuto accettare l'ipotesi dell'Anschluss e accordarsi con la Germania. D'altra parte, dopo l'assassinio di Dollfuss nel luglio del 1934, Mussolini dimostrò inequivocabilmente la sua intransigente ostilità contro l'Anschluss. Ma il punto decisivo non è questo. Il punto decisivo è che, nel giudizio di Grandi, dopo il marzo del 1931 giuocare con l'ipotesi di Anschluss non era più consentito all'Italia, che di necessità doveva prendere le distanze dalla Germania e quindi stringersi non solo all'Inghilterra ma anche alla Francia; invece nel giudizio di Mussolini l'ostilità contro l'Anschluss, pur reale, non doveva diventare una gabbia che precludesse eventuali intese con la Germania e rendesse impossibile la politica del peso determinante. Considerata in quest'ottica, la politica estera di Mussolini, che nel giro di poco più di un anno, fra il gennaio 1935 e gli inizi dell'anno seguente, passò dall'accordo con la Francia al riavvicinamento alla Germania, appare coerente con le sue premesse
Le memorie di Grandi confermano solo in parte questa opinione perché scaricano la responsabilità maggiore dell'atteggiamento di Mussolini sull'Inghilterra e sulla Francia, che lasciarono sola l'Italia a fronteggiare la spinta tedesca verso sud e, così facendo, indussero Mussolini ad accettare l'Anschluss. Grandi non dice però come si sarebbe comportato lui se fosse rimasto ministro degli esteri dopo il 1932. Credo che si sarebbe comportato in modo diverso da Mussolini. A giudizio di Grandi, comunque, il disinteresse anglofrancese per l'Anschluss fu particolarmente grave alla conferenza di Stresa della primavera 1935 perché fu uno degli elementi (insieme al silenzio inglese sull'Etiopia) che indusse Mussolini a distogliere la sua attenzione dall'Europa e a decidersi per l'impresa etiopica (peraltro caldamente approvata da Grandi).
Alcuni sondaggi condotti nell'archivio del Foreign Office fanno intravedere che Grandi (allora ambasciatore a Londra) era talmente ostile all'Anschluss da muovere in privato critiche a quel patto a quattro che invece, scrivendo a Mussolini, copriva di elogi. Il patto (che peraltro non fu mai operante) era stato proposto da Mussolini nella primavera del
1933 per creare fra Italia, Germania, Inghilterra e Francia un direttorio europeo all'interno del quale le richieste tedesche di parità degli armamenti trovassero graduale soddisfazione. Forse entrambi i giudizi di Grandi - di ostilità e di consenso al piano - sono veri e denunciano una sua reale incertezza circa il patto, in alcuni momenti visto come un modo per tenere sotto controllo l'aggressività tedesca e assicurare la pace europea, in altri momenti invece visto come un atto diplomatico che, accordando alla Germania certe agevolazioni in materia di armamenti, era pericoloso per l'Italia e per la pace. Tale oscillazione è presente ancor oggi fra gli storici che danno del patto valutazioni diverse. Quanto a Grandi, il suo giudizio definitivo sul patto, espresso nelle memorie, è negativo: il patto, afferma, metteva in pericolo la sicurezza europea perché indeboliva la Società delle Nazioni ed escludeva la Russia dal direttorio europeo.
Si tratta certo di un argomento sul quale sappiamo ancora troppo poco. Forse per comprendere il reale pensiero di Grandi su questo e su altri problemi, soprattutto nel periodo che fu ambasciatore a Londra (1932-39), sarebbe opportuna una indagine sistematica nell'archivio del Foreign Office (e anche in archivi privati inglesi) perché probabilmente Grandi diceva ai suoi amici inglesi certe verità che invece nascondeva a Mussolini.
Grandi non fu soltanto un conservatore e un anglofilo egli fu anche un fascista. La cosa non desta stupore: I'anglofilia e il fascismo erano allora due atteggiamenti assai diffusi nelle classi alte italiane. L'aspetto sul quale occorre richiamare l'attenzione è piuttosto la particolare intelligenza politica con cui Grandi considerò il fascismo e che fa di lui un esempio paradigmatico dell'atteggiamento di certi ambienti italiani conservatori.
Oggi Grandi, quando tratta dei primi anni del fascismo, non parla di rivoluzione ma, con maggior aderenza alla realtà, di rivolta fascista. Tuttavia dai documenti dell'epoca risulta che Grandi, almeno fino al 1932, giudicava il fascismo una rivoluzione : una rivoluzione dei ceti medi che aveva assicurato al regime una base di massa. Ancor oggi Grandi ritiene che la violenza esercitata dalle squadre d'azione fra la fine del 1920 e la fine del 1921 fu necessaria in quanto intesa a contrastare la violenza rossa (nei ricordi di Grandi i morti sono solo fascisti) e a sottrarre le masse socialiste ai partiti "sovversivi" per creare un sindacalismo nazionale guidato dal fascismo. Ma per lui dopo i primi mesi del 1922 gli aspetti "rivoluzionari" erano ormai consegnati al passato (fu contrario alla marcia su Roma) e continuavano a vivere solo in quanto contribuivano ad assicurare al fascismo il consenso. Sotto tutti gli altri punti di vista Grandi considerava il fascismo come un regime conservatore: un regime conservatore che era fascista perché, date le condizioni generali d'Italia, questo era il modo per avere una base di massa. (La cosa può ricordare la democrazia cristiana, altro partito conservatore dotato di una base di massa, ma ogni analogia sarebbe fuorviante).
Grandi afferma di aver sempre considerato il fascismo come una esperienza transitoria e di aver sempre auspicato la fine del regime dittatoriale. Questa convinzione fu manifestata con forza particolare all'indomani della Conciliazione. Effettivamente, come risulta da un documento conservato nell'archivio del Foreign Office, Grandi disse allora all'ambasciatore inglese a Roma di auspicare e di ritenere prossima una evoluzione del fascismo che avrebbe ripristinato la libertà di stampa e tollerato una opposizione imperniata sull'Azione cattolica. Ma sappiamo troppo poco per dire se Grandi, nella sua convinzione intima, sia sempre stato coerente a un atteggiamento del genere ovvero se questo non sia stato solo occasionale (prima del 1930 anche Mussolini ogni tanto diceva di considerare come temporanea la sua dittatura). Si può comunque affermare con certezza che l'ambizione di Grandi (come del resto di molti dei conservatori più avvertiti) è stata di usare gli aspetti irrazionali del fascismo, in particolare le capacità demagogiche o, se si preferisce le doti carismatiche di Mussolini solo in quanto servivano a galvanizzare le folle e a creare il consenso, e di sopprimere invece le altre manifestazioni irrazionali, segnatamente quei sogni mistificatori di grandezza nei quali Mussolini, dopo averli usati spregiudicatamente, è rimasto irretito. Ma era possibile distinguere e separare le capacità demagogiche e carismatiche di Mussolini dalle mistificatrici velleità di grandezza? Direi proprio di no. L'ambizione di Grandi di dar vita a un fascismo che potremmo definire razionale è stata un'ambizione sbagliata.
Tuttavia, se l'ambizione massima era sbagliata, non si può negare a priori ogni possibilità di successo all'ambizione più modesta, quella, caldeggiata da Grandi nel 1939-40 (e la sua prosa quando tratta questi argomenti diventa calda e appassionata), di ottenere da Mussolini di tenere l'Italia fuori dalla guerra o di farvela partecipare a fianco degli anglofrancesi. È chiaro che ciò sarebbe stato più che sufficiente per dare al fascismo un destino diverso da quello che ebbe. Perfino all'ultimo minuto, quando la guerra era ormai perduta e si giunse al 25 luglio 1943, Grandi fece ancora un tentativo estremo, già maturato nei primi mesi del 1941, inteso a buttare decisamente a mare il fascismo per salvarne la sostanza conservatrice, identificata con la salvezza d'Italia. Infatti ci racconta, subito dopo il 25 luglio egli propose la costituzione di un governo di personalità non fasciste che facesse immediatamente guerra alla Germania per vanificare così la richiesta, formulata a Casablanca da Roosevelt e Churchill, di resa incondizionata. Era un tentativo audace e disperato, ma la situazione era disperata e richiedeva tentativi del genere per salvaguardare la monarchie e la continuità istituzionale che questa garantiva. Piuttosto il punto debole del tentativo era che richiedeva uomini di una audacia e di una tempra morale che sarebbe stato ben difficile trovare anche se al posto di Badoglio ci fosse stato Caviglia, come Grandi voleva. È certo comunque che, come narra Grandi con vivacità drammatica, il re e Badoglio non furono all'altezza e tutto fallì.
Concludiamo e riassumiamo osservando che Grandi ha perseguito tre obbiettivi politici che potremmo chiamare rispettivamente massimo, medio e minimo. L'obiettivo massimo è stato dar vita a un fascismo razionale; l'obbiettivo medio è stato salvare il fascismo dalla caduta convincendo Mussolini a non entrare in guerra a fianco della Germania; l'obbiettivo minimo è stato buttare a mare il fascismo per salvarne la sostanza conservatrice. Il Grandi che scrive le sue memorie è quello dell'obbiettivo minimo, del conservatore che ha buttato a mare il fascismo. È un'ottica che si adatta bene al libro sul 25 luglio. Invece una lettura critica dell'altro libro ("Il mio paese") almeno fino al 1940, deve mirare, come ci si è sforzati di fare, a vedere Grandi come fu realmente durante il ventennio, quando accarezzava il progetto di un fascismo razionale.

Recensioni dei clienti

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    ruggero

    08/02/2006 21.58.02

    un libro da leggere, per capire quanto grande possa essere il senso dello stato nella sua concezione pura

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