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Anno edizione: 2026
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Un libro sul peso dell’eredità, le violenze subite dalle donne, la psichiatria nella seconda metà del Novecento e la realtà di una famiglia borghese apparentemente ordinaria, ma piena di segreti.
«I parenti mi verranno a cercare incuriositi, un po’ sospettosi: Allora, pare che tu stia facendo ricerche su Betsy? Non diranno mai: sulla mamma, su mia nonna, su mia sorella. Diranno sempre: su Betsy. Ma per adesso Betsy è un nome che non si pronuncia. So che nell’istante in cui avrò estratto questo nome dal silenzio, con il gesto secco del palombaro che tira il tubo che lo collega alla superficie quando gli viene a mancare l’ossigeno, qualcosa sarà cambiato.»
«Il libro più impressionante e vertiginoso dell’anno». - Le Nouvel Obs
«Per restituire a Betsy un corpo e una storia, Adèle Yon buca il silenzio con la sua voce piena di rabbia, perché la storia di Betsy riguarda la sua stessa sopravvivenza». - Le Monde
«La ferocia del dominio maschile esercitato sul corpo e sulla mente delle donne vi sconvolgerà». - Libération
«All'esordio, la francese Adèle Yon fruga nelle storie di famiglia, sulle tracce della bisnonna. Ne emerge una vicenda straziante dove il disagio mentale e la pratica della lobotomia si combinano con i modi della sopraffazione maschile.» - Alessio Torino, La Lettura
Recensioni pubblicate senza verifica sull'acquisto del prodotto.
«Tua nonna sta benissimo. Sai perché? Perché possiede una capacità straordinaria di dimenticare. Quello che le fa male, lei lo dimentica.» Avvicinarsi a un libro come “Il mio vero nome è Elisabeth” di Adéle Yon significa iniziare un viaggio di legami e di ricerca tra presente e passato, Storia e storia di famiglia. Un gesto inspiegabile dà inizio a questo scritto. È un uomo di successo, un uomo lucido e sano, un uomo che ha premeditato tutto, compresa la sua fine. Tutto è stato calcolato nei minimi dettagli da cinquant’anni, perfino il luogo dove lasciare la sua vettura a noleggio. Nel portabagagli di quest’ultima vi sono soltanto cinque libri e una fototessera che ritrae il volto di una donna non più giovane, dallo sguardo peso e due cicatrici sulle tempie. Quel volto appartiene a Betsy, una bisnonna che la narratrice non ha mai conosciuto ma attorno alla quale ruota un mistero, un enigma che chiede di essere rivelato. Ma chi è Betsy? Perché la sua figura è stata dimenticata? Perché è un fantasma di cui è bene non parlare? Dicevano che era malata, che era triste, che urlava e non aveva controllo. Ma era davvero così? Oppure Betsy era una diversa per il sistema e come tale andava “risolta”? La verità non risparmia nessuno: ella è stata lobotomizzata. Recensione completa su: https://dagrandevolevofarelalettrice.wordpress.com/2026/07/03/il-mio-vero-nome-e-elisabeth-adele-yon/
Carissimi Book Lovers, oggi vi parlo di "Il mio vero nome è Elisabeth", un libro che è insieme un'indagine vera e propria e un grido di rabbia femminista, una lettura immensa che mi ha scosso fin dentro le ossa. Tutto comincia con un gesto inspiegabile: un uomo di successo, lucido e sano, si getta da una finestra. Non è un impulso, ma un piano calcolato nei minimi dettagli da cinquant'anni. Nel portabagagli della sua auto lascia solo cinque libri e una fototessera. L'immagine ritrae una donna anziana con lo sguardo perso e due cicatrici tonde sulle tempie. Quella donna è Betsy, una bisnonna che la narratrice non ha mai conosciuto. Nella sua rispettabile famiglia cattolica, Betsy è sempre stata solo un fantasma di cui non si parla: dicevano che era malata, triste, che urlava. La verità è molto più feroce: è stata lobotomizzata. L'aspetto che più mi ha colpito, e che mi ha fatto amare alla follia la struttura di questo romanzo, è come l'autrice costruisce il mistero. Non ci sono supposizioni, c'è un'ostinazione quasi scientifica. La narratrice si ritrova tra le mani quella vecchia fototessera e capisce che ricostruire la vita di Betsy non è più solo curiosità, ma una questione di sopravvivenza. Diventa l'unico modo per sconfiggere la paura profonda di una follia ereditaria, di un'ombra che sembra legare tutte le donne della stirpe. Ma i parenti non vogliono parlare. Betsy, a più di trent'anni dalla morte, è ancora un buco nero che risucchia le parole e inghiotte i ricordi. Continua sul blog...
Recensioni
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