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Patrick J. Geary

Editore: Carocci
Collana: Saggi
Anno edizione: 2010
Pagine: 224 p. , Brossura
  • EAN: 9788843050598
Che c'entrano gli Zulu con i Longobardi dalle lunghe trecce? E gli Nguni australi con i nobili Franchi? Il Mito delle nazioni, il libro che Patrick J. Geary ha dedicato ai secoli cruciali della fusione fra Romani e Barbari, ci informa che non si tratta dell'ennesima provocazione mediatica, ma di un serissimo problema, al tempo stesso storiografico e politico. Per ricostruirne le tracce, il medievista americano ci invita a risalire al secolo XIX, quando un missionario cristiano, volendo dotare i "negri" sudafricani di quarti di nobiltà – a suo giudizio indispensabili per guardare negli occhi i dominatori bianchi – mise insieme pezzi di storia, leggende, racconti orali e inventò l'eroica genealogia dell'etnia Zulu. Imitava, per quanto su piccola scala e con mezzi artigianali, quel poderoso processo che, incominciato al tempo della riscossa tedesca contro Napoleone, condusse storici, personaggi di cultura e politici europei a inventare le radici delle loro nazioni.
Quelle radici furono rintracciate fra i secoli V e VIII, nel periodo buio per antonomasia della storia europea. Ma – "meno si sa, più si inventa", come spiega Giuseppe Sergi nella sua prefazione – appunto in quel torno di tempo fu collocato il matrimonio fra la civiltà romana e le etnie barbariche, dal quale si fecero nascere le nazioni europee. Queste ottenevano la loro unicità proprio da quella doppia parentela: da una parte la civiltà, dall'altra la fierezza e l'omogeneità etniche. Geary sostiene che oggi – mentre tornano prepotentemente alla ribalta i temi del rapporto con gli altri, delle radici e delle identità – è vitale riconsiderare quel periodo, per consentire a tutti di ragionare su fatti certi, e sulla base di questi prendere le proprie decisioni. A nostra disposizione abbiamo nuovi strumenti di lettura, messi a punto principalmente dalla scuola di Vienna (Herwig, Wolfram, Pohl), e ben praticati anche in Italia (Gasparri, Azzara, Sergi e tanti altri) che, combinando criticamente le risorse della narratologia, dell'archeologia e dell'antropologia, ci permettono di ricavare dalle fonti quello che l'Ottocento non seppe vedere.
A fare le spese della nuova ricostruzione sono i popoli barbarici che tutti conosciamo, uniti dai vincoli etnici, dalle comuni origini e dalla feroce cultura identitaria. Scopriamo che consistevano in aggregazioni fluttuanti, composite, pronte, all'occasione, a cambiare cultura, religione e status, esattamente come moltissimi Romani. Sappiamo dunque che i Longobardi furono, in realtà, un'eterogenea combinazione di genti germaniche, gotiche e turco-mongole; che nella base militare di Attila si parlava unno come latino o greco; che – a partire dal secolo V – ci voleva un occhio molto ben allenato per distinguere, ai Campi Catalaunici o durante la guerra greco-gotica, gli eserciti imperiali da quelli barbarici.
Scopriamo che i meccanismi dell'invenzione della tradizione erano ben conosciuti anche nell'antichità, quando produssero entità immaginarie come i Germani, i Celti, i Reti, i Goti. Lo storico moderno analizza in controluce il loro processo di formazione (in genere presso i confini dell'impero); la loro penetrazione nell'impero organizzata, il più delle volte, in accordo con Roma o Bisanzio; le politiche successive, che le élites barbare sollecitarono per favorire – una volta dentro l'impero – i processi di identitarizzazione e di separazione delle loro genti dalla popolazione romana.
Le fonti che ci raccontano quelle vicende – questo è un portato metodologico fondamentale della scuola di Vienna – non sono la testimonianza di quella storia, quanto piuttosto furono lo strumento attraverso il quale quei popoli vennero forgiati. Proprio come nell'Ottocento, furono mobilitati intellettuali di primo piano, come Cassiodoro, e scrittori di successo, come Iordanes. A loro si deve quel modello narrativo dalla fortuna immensa, la vulgata che ritroviamo ancora nei manuali di tutta Europa: le prime tribù di un certo popolo si muovono dalla Svezia meridionale, inesausta produttrice di popoli; trovano le loro prime battaglie sulle coste baltiche; anno dopo anno si spostano verso il Centro Europa o verso Sud; infine, temute e illustrate per le tante vittorie, sfondano i confini imperiali. Un esodo biblico, riscritto laicamente nella etnogenesi europea, in cui Alarico e Alboino svolgono il ruolo dei Mosè nazionali.
In quel fluido universo tardoantico, messo finalmente in chiaro dagli storici, anche le identità e le appartenenze furono mobili. La storia dei Franchi è esemplare. I seguaci di Clodoveo erano molto diversi dai Franchi, sconfitti due secoli prima dagli eserciti imperiali; così come non erano comparabili con i sudditi di Carlo Magno di tre secoli dopo e, a maggior ragione, con i francesi del Rinascimento, per quanto questi vantassero orgogliosamente i loro quarti di nobiltà barbarica. Il tempo crea delle discontinuità paradossali, che fanno un popolo straniero a se stesso, e ogni volta lo rendono irriconoscibile, rispetto al suo passato. È una realtà storica, ma durissima da accettare. Anche in questo, la Francia conserva la sua esemplarità. Geary, che scrive al principio del nuovo millennio, ricorda il tentativo di Le Pen di chiamare a raccolta i francesi de souche, quelli che, a suo dire, avrebbero conservato inalterati i loro caratteri identitari attraverso quindici secoli. Noi, all'uscita italiana del libro, invitiamo a seguire il vasto dibattito sull'essenza dell'identità francese, che con sprezzo sovrano delle acquisizioni storiche è stato lanciato da Eric Besson, per parte sua testimone personale di profonde mutazioni, essendo nato in Marocco, ex ministro dell'Economia nel governo socialista, attuale ministro dell'Emigrazione, Integrazione e Identità nazionale (www.debatidentitenationale.fr).
Questo libro non mette in gioco l'opposizione fra il buonismo interculturale della sinistra e il realismo severo della destra. Geary non tace dei Romani trucidati dai Visigoti e dei Vandali di Stilicone, massacrati dai Romani; o degli ebrei di Spagna che, convertiti o no, furono indistintamente ridotti in schiavitù da Ervig, romano fuggito da Bisanzio, diventato re visigoto e improvviso difensore della purezza identitaria ispano-cristiana. Né sorvola sui Burgundi, annichiliti dalla doppia pressione di Franchi e Germani, o sulla incredibile vicenda degli Slavi, pacifici contadini, quanto ferrei sterminatori di genti che non si assimilavano. Per altro verso si deve ammettere che questo approccio "antiidentitario" non è affatto riservato alla storiografia liberal: lo dimostra la sua piena accettazione da parte di Edward Luttwak, nella sua recente ricostruzione della strategia militare bizantina. Non ci sono, dunque, buoni o cattivi, ma storie vere e storie false. Il punto è che questa battaglia di verità, oggi, è anche di democrazia. Non può essere confinata nelle aule universitarie, dal momento che queste storie, in questo momento della nostra vita, vengono usate per prendere decisioni politiche, sul destino della nostra nazione e sul patto costituente dei cittadini europei.
Ma un conto è combattere nei convegni scientifici, con le armi degli argomenti, delle prove e, perché no?, dell'ironia che disarma; un conto è la battaglia nella società, dove le invenzioni, i passati immaginari dimostrano, da secoli, una forza e una capacità di diffusione così penetrante che sconsigliano qualsiasi atteggiamento di sufficienza. Occorrono nuove strategie di convincimento, forse quelle "mosse del cavallo", esemplificate dalla storia esotica degli Zulu, richiamata da Geary, per rendere un po' più digeribile l'idea che le nostre radici europee sono invenzioni. Occorre che gli storici riprendano, come sostiene Sergi, a essere testimoni di verità, e che insegnino ai loro concittadini che l'etnogenesi non è un processo puntuale, che avvenne nel passato una volta per tutte, ma è un'opera continuamente in corso. "I popoli sono il prodotto della storia, non gli atomi che la compongono", conclude Geary. Il suo è un punto d'arrivo della ricerca storica che pone l'Europa, e noi, di fronte a un dilemma reale: recidere questa sua etnogenesi millenaria, cristallizzandola intorno alle sue immaginarie radici, oppure lasciarle un futuro, con le nascite, le inclusioni e le trasformazioni, perché sono queste che l'hanno creata così come la conosciamo (e forse amiamo).
Antonio Brusa

Recensioni dei clienti

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    Dario

    05/07/2010 20.49.09

    l'ennesimo professore americano che vuole occuparsi di storia europea con l'obbiettivo, e mi dispiace dirlo, di infangarla. Daltronde sono decenni che creano l'occidente no? Un europa identica agli usa è il loro sogno che va puttroppo realizzandosi. Che fandonie in questo libro.

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