Il mockumentary. La fiction si maschera da documentario - Cristina Formenti - copertina
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Il mockumentary. La fiction si maschera da documentario
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Descrizione

Da quando il britannico Peter Watkins, con The War Game (ld., 1965), ha dato vita al primo vero e proprio mockumentary della storia del cinema, il finto documentario è andato dilagando sia sul grande sia sul piccolo schermo. Queste opere, affascinanti in quanto falsificano le estetiche del cinema del reale per raccontare vicende di finzione, in Italia sono ancora poco indagate. Il volume, che si propone di contribuire a colmare questo vuoto, condurrà il lettore alla scoperta di tali ibridi, delineandone anatomia, storia e funzionamento per mettere in luce come, più che un genere, il mockumentary sia uno stile narrativo trasversale a generi e poetiche autoriali, nonché a diversi media.
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Dettagli

2013
8 gennaio 2014
180 p., Brossura
9788857519180

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Mattia Merlini
Recensioni: 4/5

Libro molto ben scritto e agilmente leggibile, su un tema di grande interesse a cui finalmente viene dedicata una trattazione esaustiva e competente anche in Italia.

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Recensioni

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Voce della critica

 
Il libro potrebbe apparire a prima vista solo per addetti ai lavori, ma presto si rivela particolarmente stimolante per chiunque voglia riflettere sul rapporto tra le immagini e la realtà e approfondire  la questione della veridicità narrativa, oltre una mera questione di oggettivabilità.
Mockumentary è una crasi tra due termini: mock e documentary. Se sul secondo non sussistono dubbi, sul primo è utile ricordare che sostantivato significa “finto”, mentre come voce verbale sta più a indicare qualcosa come “prendersi gioco” o “fare il verso”. L’ambiguità di questa accezione si rivela produttiva se si considera che i mockumentary non sono semplici falsi, ma piuttosto diventano degli snodi chiave per interrogarsi sul livello di omologazione percettiva di chi non riesce a cogliere la differenza tra un documentario “fattuale” e un’operazione di ricostruzione o di invenzione del reale, che però a prima vista appare plausibile, non preparato o sceneggiato.    
L’esempio più antico di questa pratica è il famoso esperimento di Orson Welles che nel 1938 legge alla radio La guerra dei mondi di Herbert George Wells e scatena il panico sulla costa del New Jersey, con due milioni di persone in fuga dalle abitazioni, convinte dell’imminente invasione dei marziani. Il primo caso cinematografico risale invece al 1965 con The War Game di Peter Watkins, che rende plausibile e “realistica” l’ipotesi di un attacco atomico in Inghilterra e le conseguenze del conflitto nucleare sulla popolazione del Kent. La Bbc lo produsse inizialmente per la televisione, ma poi lo distribuì solo al cinema, in relazione alla durezza dell’assunto e all’impatto di alcune sequenze.
Oltre alla definzione delle varie tipologie di mockumentary, Formenti analizza i casi più eclatanti fino ai nostri giorni, da Zelig di Woody Allen a This is Spinal Tap di Rob Reiner, sulle vicende di un gruppo rock mai esistito; da Forgotten Silver di Peter Jackson, che risale alle origini neozelandesi del cinema inventando film mai realizzati, a The Blair Witch Project di Myrick e Sanchez, blockbuster inaspettato che presume la reale scomparsa di un gruppo di amici alla ricerca di antiche tradizioni nei boschi americani, utilizzando i loro presunti video che documentano l’avvicinarsi di presenze oscure. Fino all’italiano Il Mundial dimenticato, di Garzella e Macelloni, che “ricostruisce” il mondiale giocato in Patagonia nel 1942, sulle tracce di un racconto di Osvaldo Soriano.
L’analisi di Formenti non si limita a decostruire e analizzare, ma diventa particolarmente intrigante quando riflette sulla dialettica tra credulità e scarsa competenza dello spettatore, potenzialità manipolativa del canale comunicativo, soggettivazione del concetto di realismo in senso non solo personale, ma anche socio-culturale, in una contesto di stereotipia e conformismo culturale particolarmente diffusi. In questo senso, il mockumentary, nella sua dichiarata “vera finzione” diventa non tanto un genere narrativo, ma uno strumento di ricerca utile per interrogarsi sullo statuto di ciò che chiamiamo realtà.
 
Luigi Bonelli
 
 
 
 

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