Una moglie per Dino Rossi

John Fante

Traduttore: M. Martone
Collana: La memoria
Edizione: 4
Anno edizione: 1988
In commercio dal: 20 settembre 1988
Pagine: 116 p.
  • EAN: 9788838904943
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FANTE, JOHN, Wait until Spring, Bandini

FANTE, JOHN, Una moglie per Dino Rossi

FANTE, JOHN, Sogni di Bunker Hill

FANTE, JOHN, La strada per Los Angeles

FANTE, JOHN, Ask the Dust
recensione di Amoruso, V., L'Indice 1990, n. 1

Fante sta conoscendo da noi un ritorno di fortuna, meritato nella sostanza, anche se nei lontani anni quaranta i suoi romanzi maggiori erano ben conosciuti in Italia: piacque molto, infatti - in seguito con qualche riserva e una punta di disillusione - a Vittorini, che in "Americana" (1941) lo inserì fra le sicure promesse di quella "nuova leggenda" su cui tanto contava in prospettiva, per una rinnovata "universalità" della letteratura americana.
Vittorini poteva sopravalutare, nel merito, il valore di uno scrittore come Fante, ma certo a tanti anni di distanza occorre dargli atto almeno di aver previsto l'importanza via via crescente di "etnie" culturali diversificate per la continuità e il rinnovamento dell'identità americana. È sempre più vero, infatti, che tutto ciò che chiamiamo ancora America - una tradizione, un'immagine, un mito, anche - non è più stabilito dalla centralità e dall'egemonia della cultura bianca-anglosassone-protestante, ma da un universo madreporico, strutturato in isole e 'radici' che permangono distinte anche nell'integrazione inevitabile del 'melting pot'. Si tratta di un processo oggi più che mai in corso, un dato di fatto che imporrà una riformulazione del profilo di quella tradizione e del suo 'canone'.
Negli Stati Uniti è in corso da anni un complesso e vivacissimo dibattito e i primi esiti ci sono: penso alla lettura storica 'post-Movement' molto innovativa fatta da Carroll e Noble con il loro "The Free and the Unfree" (tradotto in italiano come "Storia sociale degli Stati Uniti", dagli Editori Riuniti) e soprattutto a quel primo ragguardevole manifesto di una nuova generazione di intellettuali che è la "Columbia Literary History of the United States" (1988). Qui la novità è per l'appunto costituita da una visione policentrica di quella civiltà letteraria, una visione che investe il metodo, gli strumenti critici, l'idea stessa di tradizione e di passato, ma meno, molto meno, a mio giudizio, la sostanza dei valori e quindi il carattere alternativo della 'geografia' culturale ridisegnata. Resta infatti irrisolta la questione, rilevantissima, dell'integrazione finale, in ultima analisi di tanto policentrismo e di così distinti 'soggetti' culturali (indiani, neri, ebrei, italoamericani, donne, identità regionali, ecc.) dentro la cultura dei 'vincitori', dentro l'egemonico alveo di ciò che pur sempre chiamiamo identità americana. Questa fatale confluenza è essa stessa un dato di fatto a sua volta innegabile: le molte radici e etnie corroborano un unico albero, ne variano e rafforzano la rigogliosità, ma ramificano una spinta che è tutt'altro che dirompente. L'aveva capito benissimo Emerson quando profeticamente aveva immaginato un "continente" - America sempre ben visibile nella sua unità culturale e ideologica, pur attraverso il disegno distinto delle sue molte maglie e madrepore.
La disgressione può sembrare lunga, ma calza bene, io credo, ed è verificata dal caso 'microcosmico' della narrativa di John Fante: in questo scrittore italoamericano degli anni trenta-quaranta il valore e la rappresentatività sono stabiliti esattamente dal suo essere iscrivibile, nonostante la distinta evidenza e quasi il colore locale delle radici culturali, nel contesto ideologico della storia progressista del Novecento americano, dentro la sua complessa dialettica di critica e integrazione nell'ideologia ufficiale. La parabola narrativa di Fante è davvero molto semplice e lineare, si accentra intorno ad un nucleo tematico ben preciso e, per la verità, ripetuto con poche varianti. Questo nucleo è il "romanzo di formazione", potremmo dire, di Arturo Bandini, alter ego dello scrittore e protagonista assoluto di quella che è, ora, una tetralogia: essa comincia - in ordine di storia interna, ma non di pubblicazione - col primo romanzo del 1938, "Wait until Spring, Bandini" (trad. it. del 1948, "Aspettiamo primavera, Bandini"), si afferma col suo seguito "Ask the Dust" (1939) (tradotto da Vittorini, nel 1941, come "I1 cammino nella polvere") e si conclude con "Dreams from Bunker Hill" del 1982, ultima prova di Fante, prima della morte nel 1983.
Nei quattro romanzi, l'educazione di Bandini è quella possibile per una figura di anti-eroe alla quale sia stata sottratta ogni connotazione nolente o negativa: questa controfigura autobiografica di Fante è in realtà un picaro, ironico e irriverente, vitalissimo anche se eternamente frustrato nel proprio sogno-principe, quello di diventare uno scrittore celebre come una star. E la sua è la vitalità del tempo storico a cui appartiene e dal quale è profondamente segnato: è la società americana fra la Depressione e il New Deal, terra della rinascita democratica e del progresso sempre possibile; la sua vicenda ha il passo frenetico di quella ideologia individualistica rinnovata, ne condivide la spinta mitopoietica, pur nel controcanto ilare, beffardo, disincantato. L'ottica che sorregge questo esuberante vitalismo è in sostanza aperta, positiva, ma il rapporto scisso e incompiuto con la realtà, lo scarto e l'attrito che Fante descrive non si discosta - quanto a temperie storica - da quello raffigurato, su scala tragica, dal "Bottom Dogs" di Edward Dahlberg del 1929.
La parabola narrativa di Bandini, racchiusa fra la Denver della sua infanzia e prima adolescenza e la Los Angeles e poi la Hollywood della giovinezza e della prima maturità, si svolge sui piani distinti ma complementari della realtà amara e prosaica in cui è di fatto iscritto e insieme del sogno e dell'attesa che reinventano continuamente se stessi. La realtà è innanzitutto quella della povera famiglia italo-americana, ossessivamente incombente nella sua sgangherata unità - padre muratore assente o ubriaco, autoritario, madre bigotta tenera e umiliata come una santa - e poi quella di Arturo Bandini stesso, dei mestieri che tenta ma in verità fugge, e infine le periferie cittadine di Denver o di Los Angeles che si assomigliano tutte, sono tutte desolate e mitiche, colte da uno sguardo che è felice, paradossalmente, nella sua nostalgica tenerezza.
Al contrario di quanto ci si attenderebbe, il piano del sogno e dell'attesa non sono contrapposti né sfalsati rispetto alla prosa del mondo, ma coesistono con esso nelle forme di una coabitazione comica, straziata e ilare insieme. Bandini sogna di essere, ma insieme è il grande scrittore misconosciuto, sempre certo della fama che verrà; è l'amante sensuale e romantico tramortito da bellezze irraggiungibili e eternamente in fuga da donne peccaminose o modeste, che sempre s'arresta al momento del dunque, in preda ai propri sensi di colpa, ai richiami di una innocenza cattolica di ragazzo che non vuole crescere o tradire, nel peccato, la 'norma' materna.
In questo tipo di trama narrativa le variazioni sono pochissime, e anzi, essendo evidente la tendenza all'invenzione di un archetipo, è semmai l'iterazione ciò che conta. Per questo la vera novità della narrativa di Fante è tutta nell'impasto linguistico, nell'irridente 'mistura' o contaminazione degli stili: "Camminavo lungo la strada insieme con altri. Chiedevano passaggi agitando il pollice. Accattoni dai pollici come arti di marionette e dai sorrisi pietosi, tutti lì a implorare le briciole dai motorizzati. Senza dignità. Ma non io, non Arturo Bandini con le sue gambe possenti [...] Ma verrà il mio momento, e allora vedrete il mio nome nel cielo [..] Non me lo avrebbero dato, un passaggio. Quel tipo, quello là, è lui che ha ucciso i granchi. Perché dargli un passaggio? Fa l'amore con le signorine di carta nello stanzino dei vestiti [...] Non me lo davano un passaggio? Bene, e allora? Sapessi che me ne frega! Andate tutti all'inferno! Mi sta bene così. Amo camminare su queste gambe divine e perdio camminerò. Come Nietzsche. Come Kant, Immannel Kant. Che ne sapete voi di Immanuel Kant? Scemi voi e le vostre V-8 e Chevrolet!" ("La strada per Los Angeles", pp. 44-45).
È un esempio fra i tanti, ma davvero esemplifica il tutto: di romanzo in romanzo, non muta né il tono, né la misura, né la sostanza di una narrazione trasgressiva entro i limiti del comico e dell'avventura picaresca, dunque entro i limiti di una visione della realtà complementare ai miti di un tempo storico che l'irriverenza deforma ma non disintegra.
La voce vera dell'io narrante è impregnata di 'self-reliance', di una fiducia e di una fede mai arrese. Al fondo ma come remota e compressa, s'avverte una malinconia creaturale, per così dire, il senso di un incompiuto che è nella realtà, ma non nel linguaggio e quindi nella cultura, nella spinta ideologica propulsiva che lo sorregge. È un'ombra appena, questa malinconia, che orla l'orizzonte narrativo e ovviamente si afferma meglio indirettamente, in certi racconti lunghi come "Una moglie per Dino Rossi", una prova davvero felice. Ma ancor più, come una testimonianza postuma e un congedo, essa è presente nella nota di Fante che accompagna la riedizione di "Wait until Spring, Bandini", là dove è dichiarata la difficoltà di guardar indietro alla propria opera dall'oggi, quando i ricordi si affacciano come un "quasi-sogno" e tuttavia sono più veri, più consolanti di tutto quanto si è scritto, dei tanti romanzi di cui solo una frase, un paragrafo, o un personaggio a volte riescono ancora a mesmerizzare lo scrittore, avvolgendolo in una sorta di "melodiosa memoria".

Fante rappresenta la parte italiana, della seconda generazione di immigrati; e di questa letteratura, da massimo esponete, il versante forse più ironico e sognante, ma sempre «dalla strada». Presentiamo tre superbi racconti tratti da Dago Red (1940).