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Francesco Cassata

Collana: Nuova cultura
Anno edizione: 2006
Pagine: 396 p. , Brossura
  • EAN: 9788833916446
La campagna che ha preceduto il referendum italiano del 2005 l'ha confermato: nei nostri dibattiti pubblici, appena si discute dell'opportunità di "intervenire sul vivente", si moltiplicano i riferimenti alle politiche eugenetiche del passato. A un punto tale, come suggerisce Cassata nell'introduzione di questo libro, che i giudizi sulla "scienza del miglioramento del materiale umano" – la definizione è dell'inglese Francis Galton – costituiscono uno degli "esempi più ricorrenti di quell'uso pubblico della storia che avvelena il dibattito politico e culturale del paese". L'autore arriva sino a confessare un certo scetticismo sulle possibilità di successo di quanti, come lui, continuano a credere che "una maggior consapevolezza della prospettiva storica potrebbe costituire un efficace antidoto a questo veleno", di quanti cercano cioè di far prevalere il partito preso della distanza. In effetti, le reazioni di alcuni giornali italiani alla pubblicazione del libro tendono a dar ragione a questa visione pessimista. Eppure l'opera merita una lettura attenta, libera da ogni intento polemico.
Se in precedenza, a parte pochi pionieri, come Claudio Pogliano, gli studiosi si erano interessati pochissimo all'eugenismo italiano, a partire dalla fine degli anni novanta parecchie opere permettono di cogliere meglio le specificità di questo movimento, in particolare i motivi dell'opposizione, largamente condivisa, alle pratiche eugenetiche "negative" (come la sterilizzazione dei "tarati") attuate in Germania e, in forma attenuata, in Scandinavia e negli Stati Uniti, opposizione accompagnata da un approccio risolutamente "quantitativo" alle politiche popolazioniste, il che implica che la cosa più importante è non mettere in pericolo la "vitalità" demografica del paese. Rendere conto di questa peculiarità "latina" non equivale affatto a giustificare gli eugenisti italiani, né a minimizzare il loro ruolo: non vi è dubbio, infatti, che esercitarono una notevole influenza sui loro omologhi argentini, brasiliani, rumeni e francesi. In questo settore di ricerca, le novità introdotte da Cassata sono, da un lato, i numerosissimi estratti da diversi testi eugenisti che ci offre in lettura, dall'altro la scelta di estendere la sua inchiesta storica ben al di là della seconda guerra mondiale. Sarebbe infatti un tragico equivoco credere che la scoperta dell'estensione dei crimini nazisti abbia imposto una battuta d'arresto ai progetti eugenisti. Anche su altri punti, la cronologia stabilita da Cassata differisce da quella adottata in precedenza dagli studiosi. Si pensi al ruolo catalizzatore del I° Congresso internazionale di eugenetica tenutosi a Londra nel 1912 ; all'impatto, anche culturale, della prima guerra mondiale; all'orientamento natalista della politica fascista annunciata dal discorso mussoliniano dell'Ascensione; alla pubblicazione del "Manifesto della razza" e all'adozione delle leggi razziali; allo sviluppo, nel dopoguerra, di una genetica medica; alla sfida al razzismo scientifico che costituirono gli "Statements on race" dell'Unesco: tutti momenti chiave analizzati, a vario titolo, nel corso dei diversi capitoli.
Dopo aver ricordato il ruolo di primo piano svolto dai promotori della medicina sociale agli albori dell'eugenismo italiano (ruolo che ritroviamo negli altri paesi "latini": Francia, Romania, Argentina…), Cassata mette bene in luce che il dibattito, negli anni venti e trenta, si polarizza attorno a due approcci dominanti: l'analisi demografica della decadenza delle nazioni, elaborata dal vulcanico Corrado Gini, e il progetto di gestione "biotipologica" della popolazione, sostenuto dall'endocrinologo di matrice costituzionalistica Nicola Pende. Due progetti che entrano in concorrenza a causa delle ambizioni dei loro promotori, ma che non sono tuttavia incompatibili, come attesta la sintesi operata da Marcello Boltrini agli inizi degli anni trenta. D'altronde, li accomuna tutti l'accanita difesa della grandezza della "stirpe italica" contro i sostenitori della superiorità ariana. L'introduzione dell'antisemitismo di stato trasformerà profondamente i termini del dibattito, conferendo una portata inedita alle tesi che pretendono di legittimare l'eugenismo in nome dell'ineguaglianza, debitamente attestata (sia pure a partire da criteri in continuo mutamento), tra le "razze" umane. L'aspetto più nuovo della ricerca, però, come ho già detto, sta nell'analisi che ci viene proposta del dopoguerra. Emerge, in particolare, il ruolo dei medici cattolici, come Luisa Gianferrari e Luigi Gedda, nella trasformazione dell'eugenismo negli anni quaranta e cinquanta. Vediamo così comparire una genetica che si può definire cattolica e legata alle istituzioni, una genetica che inquieta i grandi nomi della biologia italiana – Levi, Montalenti, Buzzati-Traverso, Barigozzi – preoccupati della salvaguardia dell'indipendenza scientifica di fronte al potere religioso e a quello politico. Si getta così non poca luce sui dibattiti ricorrenti degli ultimi decenni riguardo alla procreazione assistita e, più in generale, alle ricerche "sul vivente". Il profilo e il ruolo storico di questa genetica cristiana meriterebbero d'altronde di essere studiati in una prospettiva comparata, perché si trovano situazioni omologhe in altri paesi: basti pensare, in Francia, al caso di Jérôme Lejeune (genetista celebre per i suoi lavori sulla Trisomia 21 e presidente della Pontificia Academia Pro Vita), oppure, in Germania, a quello più controverso di Otmar von Verschuer (di confessione protestante).
È caratteristica delle ricerche interessanti far avvertire l'esigenza di ricerche ulteriori, spostando l'attenzione verso problemi nuovi o verso temi la cui importanza è stata rivalutata in corso d'opera. Il libro di Cassata ci invita allora a interrogarci sull'uso che ha potuto esser fatto, nel campo della sanità pubblica, delle tecnologie medico-politiche sviluppate dagli eugenisti, e sul legame tra eugenismo e lotta contro le malattie sociali (alcoolismo, tubercolosi, sifilide), non soltanto nel momento iniziale del movimento, all'indomani della prima guerra mondiale, ma sull'arco dell'intero secolo. Un altro interrogativo riguarda l'impatto degli scritti eugenisti sulla vita culturale italiana: ad esempio, come furono ripresi su giornali e riviste, o la traccia che se ne trova nelle opere di finzione (il romanzo di Mantegazza Un giorno a Madera è soltanto un'esperienza letteraria isolata ?). Il problema della ricezione delle tesi eugeniste concerne d'altronde anche gli sforzi, a volte in concorrenza tra loro, di vari personaggi politici, e in particolare dei gerarchi fascisti, per farle proprie. Il libro ci invita infine a condurre nuove ricerche in almeno due direzioni. Da un lato, la politica internazionale dell'eugenismo italiano, in particolare in direzione dell'America Latina e dell'Europa centrale, merita uno studio specifico. Dall'altro lato, è necessario integrare lo studio dell'eugenismo italiano con la dimensione imperialistica, e in particolare con l'amministrazione delle popolazioni colonizzate dall'Italia, questione ancora largamente assente dalla storiografia, a eccezione di qualche riferimento al problema dei concubinaggi tra colonizzatori e colonizzate. È anche dagli interrogativi che fa nascere che si può del resto valutare l'importanza di un'opera. (Traduzione dal francese di Mariolina Bertini)   Luc Berlivet