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Leonardo Sciascia

Editore: Adelphi
Edizione: 10
Anno edizione: 1992
Pagine: 118 p. , Brossura
  • EAN: 9788845908774

Morte dell'inquisitore (1964) occupa un luogo del tutto a parte nell'opera di Leonardo Sciascia. La ragione ne fu data dall'autore stesso: «è un libro non finito, che non finirò mai, che sono sempre tentato di riscrivere e che non riscrivo aspettando di scoprire ancora qualcosa». Un libro, dunque, fondato su un mistero non del tutto svelato, forse non del tutto svelabile. E inoltre il libro dove Sciascia ha disegnato la figura di un suo antenato ideale, l'eretico Diego La Matina («personaggio che non doveva più lasciarmi»). Il tema dell'Inquisizione, infine, rimane (e rimarrà sempre) quanto mai delicato, perché – come scrisse Sciascia stesso con memorabile efficacia – «appena si dà di tocco all'Inquisizione, molti galantuomini si sentono chiamare per nome, cognome e numero di tessera del partito cui sono iscritti». Parole che ci fanno intendere, come meglio non si potrebbe, l'attualità immediata che questo libro ha per noi e confermano un'altra annotazione di Sciascia: «Mi sono interessato all'Inquisizione poiché questa è lungi dal non esistere più nel mondo».

Recensioni dei clienti

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    gianni

    25/08/2014 15.03.32

    C'è poco da dire, l solita finezza e il solito disincanto sciasciani. Piccola perla.

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    Emanuel

    28/03/2012 09.46.05

    a mio parere, Sciascia è stato il più grande scrittore italiano del '900! si dovrebbe leggere tutto ciò che ha scritto! e questo piccolo capolavoro è il libro che più gli stava a cuore!

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    Valentina

    15/02/2012 14.03.53

    La storia di un uomo irriducibile, un uomo di fede incrollabile: quella nella verità. Diego La Matina è il religioso originario dello stesso paese di Sciascia, Racalmuto e che lo stesso Sciascia sente come suo virtuale antenato, è lui il protagonista di questa storia ambientata nel periodo del più alto picco della furia dell'Inquisizione

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    Gennaro

    31/07/2009 14.15.34

    Assegnare un voto basso a Sciascia, che in questo libro si conferma letterariamente a livelli elevati, solo perchè ha espresso attraverso questa storia un giudizio negativo sull'Inquisizione, mi fa pensare a quanto sia vera quello che l'autore scrive nella prefazione di questa edizione. Poi... mi viene da pensare che l'Inquisizione (lo fa anche in questa storia) i libri li bruciava... Ah, a quante idee, a quanto libero pensiero (e a quanti bei libri) avremmo dovuto rinunciare... e...chissà, consentitemi lo scherzo, forse oggi avremmo dovuto rinunciare anche a ibs, che in qualche modo favorisce la libera circolazione dei libri (come quelli di Sciascia, l'Illuminista del nostro novecento)!

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    Mauro B

    20/11/2008 23.29.25

    Bello e semplice, uno dei "libretti" migliori tramite cui avvicinare Sciascia. Come una parte degli scritti dell'Autore è, però, caratterizzato da un certo (e giusto, per chi conosce la Sicilia e la sua storia) anticlericalismo: motivo per cui è libro sconsigliato a chi, anche senza essere bigotto, è comunque pregiudicato da indottrinamento religioso.

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    Luciano

    12/10/2006 19.13.02

    Leggere due recensioni su tre negative mi sbalordisce. Libro assolutamente straordinario: non rammento qui i contenuti, poiché altri lo hanno già fatto con perizia; tuttavia è evidente che i non laici lo troveranno insopportabile, negando anche a sé stessi che la verità che, se fosse stato per la Chiesa, noi saremmo ancora al bel medioevo. Ma a quanto pare non se ne rendono conto.

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    Federico

    15/06/2005 11.56.23

    Romanzo, o meglio cronistoria, di Fra Diego La Matina, meritevole di attenta lettura. Se da un lato Sciascia appare rischiarato dalla ragione, dall'altro sembra abbacinato (ossia acciecato) da un Illuminismo mal digerito, per quanto concerne le ipotesi sull'eresia del protagonista. La lettura del tragico e non eccezionale, purtroppo, caso risente di una ideologia anticlericale tout-court. Attendibili le fonti e veritiera la storia, esempio di quella feroce degenarazione dell'Inquisizione spagnola operante in Sicilia, ma fuorviante l'applicazione di una lettura evangelica improntata esclusivemente al sociale, senza tener minimanete conto della dimensione "verticale" del messaggio cristiano. Un libro scritto con piglio di storico, ma irretito da una formazione culturale unilaterale, quella dell'Illumismo appreso senza minima capacità critica. L'autore conferma le sue non comuni doti di letterato, il suo stile asciutto ed essenziale, la sua totale libertà d'espressione. Solo risente di una forma mentis, per quanto riguarda la riflessione, incapace di analizzare la storia della Chisa sotto un profilo che non sia di derivazione marxista.

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    Vito Piraino

    28/09/2004 10.34.56

    Quello che in un primo momento può sembrare un romanzo, è in realtà un'inchiesta che Sciascia conduce sul presunto eretico Diego La Matina (Racalmuto 1622, Palermo 1658) per capire i motivi, tutt'oggi sconosciuti (forse un giorno gli archivi di Madrid riusciranno a fare luce), che lo fecero ripetutamente scontrare col Sant'Uffizio ed in fine gli procurarono una condanna al rogo. Sciascia, che ammette di amare questo libro più di ogni altro da lui scritto, conduce una fedele ricostruzione degli avvenimenti che portarono l'eretico sul rogo, nella quale si avvale delle poche fonti rimaste, senza tralasciare delucidazioni di carattere generale sull'inquisizione. Lì dove le fonti non ci sono o sono imprecise Sciascia adotta il solito metodo già usato in altri libri simili (vedi la scomoparsa di Majorana) per arrivare ad una logica conclusione. Sciascia definisce Diego La Matina un eroe di cui dovremmo essere fieri, per avere saputo sfidare l'inquisizione, istituzione che mortificava la dignità umana e capace di terribili atrocità. Gli eretici venivano torturati affinchè ammettessero le loro colpe e ritornassero sulla retta via e non c'è da meravigliarsi se in una di queste "sedute" l'eretico (non ci sono prove sul fatto che fosse accusato di omicidio) Diego La Matina esasperato si sia difeso ed abbia ucciso l'inquisitore. Sciascia inoltre divagando sul rapporto dei siciliani colla religione, giustifica l'avversione dei siciliani verso la confessione, osservando che gli uomini non si cofessavano poichè non si svelano ad altri uomini le proprie debolezze e la confessione era vietata alle donne perchè il prete, i siciliani sempre diffidando, per via del suo celibato poteva approfittare delle donne, sulle quali poggia l'onore dell'uomo siciliano.

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    Lorenzo

    04/08/2003 11.58.46

    Rievocazione di grande effetto e di smaccata parzialità del periodo dell'inquisizione siciliana (ove era più il laico vicerè a volere il rogo che la Chiesa, alla quale però si accolla ovviamente ogni colpa) da parte del radicale doc Sciascia. L'eretico fra Diego La Matina, viene incarcerato probabilmente più per l'accusa di omicidio che di eresia, tant'è che il potere temporale stenta a volerlo affidare a quello inquisitoriale. Per quattro volte abiura e per quattro volte viene rilasciato (somma severità della Chiesa!), infine, ribeccato a predicare eresie per la quinta volta, viene arrestato. In prigione uccide il proprio giudice inquisitore. Impenitente, muore sul rogo e viene santificato da Sciascia - che evidentemente si è già scordato che è un pluriomicida - come paladino del libero pensiero. Interessante la parte ove l'autore, nell'intento di scagionare i siciliani dalle false accuse di luteranesimo, sostiene che essi sono in realtà devoti solo nominali, non si confessano perchè è per loro un onore andare con le "bagaxie" (sic) oltre che un dovere vietare alle proprie donne di confessare peccati di natura sessuale. Rigorosa ricostruzione storica e notevole servigio offerto al popolo siculo. Complimenti.

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