Il museo della lingua italiana

Giuseppe Antonelli

Editore: Mondadori
Anno edizione: 2018
Pagine: 366 p., ill. , Rilegato
  • EAN: 9788804702887

nella classifica Bestseller di IBS Libri - Lingue, dizionari, enciclopedie - Linguistica, lingue straniere e dizionari - Dizionari, grammatiche, opere generali - Lingua: opere storiche e generali

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Descrizione
La lingua italiana non ha mai avuto un suo museo. Un museo grande, articolato, tecnologico come quelli dedicati ad altre lingue. A dispetto di progetti e tentativi, quel museo è rimasto un sogno: questo libro è un modo per realizzarlo.

Aprire questo libro significa entrare in un ideale museo della lingua italiana e attraversare, pagina dopo pagina, una storia fatta di parole ma anche di oggetti da cui sprigionano suoni, colori, profumi, rumori, emozioni, ricordi, sapori. A ricostruire questa storia secolare, sessanta pezzi distribuiti in quindici sale disposte su tre piani corrispondenti ad altrettante epoche: l'italiano antico, moderno e contemporaneo. Quando l'Italia ancora non esisteva, Dante definì gli italiani come «le genti del bel paese là dove 'l sì suona». La lingua come essenziale punto di riferimento e il suono di quella parola – che serve a esprimere accordo e consenso – come base di una comune identità. L'italiano è stato per secoli una lingua fondata sul prestigio letterario: una lingua soprattutto scritta, perché il parlato era dei dialetti. Ma attraverso la lingua non passa solo la cultura intellettuale, passa l'intera vita di una comunità. Passano i cambiamenti sociali, i rivolgimenti politici, l'immaginario collettivo, le abitudini individuali. Ecco perché un viaggio nella storia della lingua italiana non può fermarsi alla lingua letteraria, ma deve prevedere molte tappe nei territori della lingua comune. E un museo della lingua italiana non può accontentarsi di esporre solo testi e documenti, ma deve lasciare spazio alla cultura materiale: agli oggetti che nel tempo hanno segnato la vita di tutti i giorni. Sala dopo sala, una teca dopo l'altra, i sessanta pezzi di questo museo virtuale ci accompagnano lungo un percorso che dalle più antiche testimonianze scritte arriva alla lingua dei predicatori e dei mercanti medievali, all'italiano stentato degli emigranti di fine Ottocento e dei soldati della Grande guerra, a quello pop della pubblicità, della televisione e della musica leggera fino al disinvolto e-taliano usato oggi nei social network. E ci aiutano a cogliere i profondi cambiamenti intervenuti, la ricchezza dei contributi apportati dalle tradizioni locali e dai continui scambi con le altre lingue. Ci permettono di ritrovare, sparse un po' ovunque nell'odierno villaggio globale, le storiche tracce della nostra lingua. Un ulteriore segno della sua vitalità, della sua bellezza, del fascino che ancora oggi l'italiano continua a esercitare in tutto il mondo.

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Al pari del dibattito sulla morte del romanzo (per chi fosse curioso: sta benissimo) è ciclico quello sulla morte della critica letteraria. Ora, se nemmeno la critica pare agonizzante, è pur vero che, trovando meno spazio sui giornali, si è spostata per lo più in rete, ed è incontestabile la sua progressiva scomparsa dai cataloghi dei grandi editori. Per questo, quando ho pubblicato bel bello su Instagram la foto – sfocata e senza colazione apparecchiata intorno, dato che prendo solo il caffè e ho un vecchio Samsung dai pochissimi megapixel – della mia fresca copia delle Lezioni di letteratura di Vladimir Nabokov, mi ha colpito vedere come l’hashtag #LezioniDiLetteratura rimandasse a oltre duecento post, e tutti sul volume in questione. Si dirà che Nabokov è pur sempre Nabokov, o che è frutto dell’“effetto Adelphi” – l’unico marchio ancora in grado di trasformare qualunque cosa in ambìto oggetto del desiderio. Pure, resta il dato: un libro di critica letteraria – senza arrivare agli altri due di cui vengo a parlare, a essa imparentati – ha fatto correre un sacco di gente in libreria.
Nabokov stesso mette le mani avanti: Ad alcuni di voi, scrive, potrà sembrare che, nel mondo in cui viviamo oggi, studiare la letteratura, la sua struttura e il suo stile, sia uno spreco di energia; […] non imparerete nulla che possiate applicare alle difficoltà della vita; non vi servirà in ufficio, né sul campo di battaglia, né in cucina, né in camera dei bambini. Ma le mie indicazioni potranno aiutarvi a provare il senso di appagamento puro e assoluto che dà l’opera d’arte ispirata e ben costruita, e ciò, a sua volta, contribuirà a creare una sensazione di benessere mentale più genuino. Così leggiamo, provando in effetti appagamento, le sue lezioni su Dickens, Flaubert, Stevenson, Proust, Austen, Joyce e Kafka – Austen, Joyce e Kafka che ritroviamo (quest’ultimo fin dal titolo) in un’opera solo all’apparenza distante dalle Lezioni.
Accostar loro In cucina con Kafka di Tom Gauld, da poco uscito per Mondadori, può sembrare ardito, ma non lo è: sia il tasso di acume, sia quello di letterarietà reggono il confronto, e le sue strip, uscite tra Guardian, New Yorker e New Scientist, dimostrano che non solo si può parlare di libri in modo interessante e divertente, ma che, ancora, il commento letterario – e addirittura quello editoriale! – ha tutta la forza per stare al centro della scena (o diventare virale), a patto di avere la delicatezza di sguardo, la sapienza metaletteraria e lo humour di Gauld, uniti alla cura con cui ha reso riconoscibile il proprio apparato iconografico.
Apparato iconografico di qualità che può essere il modo per somministrare a un pubblico più ampio finanche la filologia: è il caso del Museo della lingua italiana, dove Giuseppe Antonelli, tra i nostri maggiori linguisti, apre le “stanze” dell’italiano – dal graffito di Commodilla ai neologismi giunti da Internet, passando dalle Pale dell’Accademia della Crusca e dal gergo dei paninari – al più ampio dei pubblici, grazie a una progettazione grafica integrata che rende l’esperienza di lettura simile a quella di un gioco di ruolo o di un librogame, ma illuminante quanto quella del miglior saggio – e senza sentirsi a lezione (con Nabokov no: Nabokov a fine libro ti assegna pure gli esercizi).

Vanni Santoni