Napoli dei molti tradimenti

Adolfo Scotto di Luzio

Editore: Il Mulino
Collana: Intersezioni
Anno edizione: 2008
Pagine: 123 p., Brossura
  • EAN: 9788815127273
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    antonio d'agostino

    26/09/2008 21:05:09

    Alla prima lettura si rivela un libro interessante e stimolante . Apre riflessioni corrosive che mettono in crisi la patina di retorica che copre Napoli e che il fenomeno del savianismo stà contribuendo ad accrescere.

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Scotto di Luzio è uno storico contemporaneo, in particolare della scuola e dell'educazione tra Otto e Novecento in Italia. Sa perciò che la parola tradimento ha un peso storiografico forte. Tra i primi a utilizzarla fu Polibio, che sostenne, anche per motivi autobiografici, che non è traditore chi decida "liberamente di accordarsi con i re e di cooperare con loro". È invece traditore chi al nemico consegni la città "per garantire la propria sicurezza e per procurarsi vantaggi personali". Polibio metteva in evidenza la presenza necessaria di una duplice opposizione, tra politica/privato e amico/nemico, perché ci sia un tradimento.
I molti tradimenti che qui costruiscono la recente storia di Napoli non escludono né l'interesse privato, né, forse, la buona fede politica della prima coppia; ma invece escludono la seconda coppia, anche intesa come contrapposizione di schieramenti politici. Non si tratta cioè di cedere la polis all'avversario ideologico o politico. Che cosa è un tradimento in questa situazione? Quei tradimenti non sono che variazioni di un unico atteggiamento: non voler comprendere la realtà effettiva della città; aderire e alimentare invece il suo mito, per poi, comunque, a propria volta, nutrirsi di questo mito stesso. Il tradimento non è dunque il passaggio al nemico, all'altro. Quel nemico non c'è. Il nemico cui si cede è interno. Di fronte all'asprezza dei conflitti, il mito fa aggirare la durezza della realtà effettuale per produrne una falsa, ma utile.
Questo è perciò un libro sì sui tradimenti e miti di Napoli, ma pure sul tradimento, ideologico e sociale, oggi in Italia. Nonostante il suo andamento letterario, l'autore incrocia storia e sociologia. La critica al mito che viene svolta non è di ispirazione illuminista; anzi, la tradizione illuminista qui non è mai evocata, e coloro che vi si richiamano sono apparentati, con qualche ingiustizia, a tutti gli altri mitopoieti. La secca considerazione che l'eredità illuminista non sia proponibile lascia invece spazio alla lezione della Dialettica dell'illuminismo di Adorno e Horkheimer: una lettura che certamente anche a Napoli circolò larghissimamente e a lungo dopo il '68. Come mostrò Adorno in quel celebre libro, bisogna smascherare gli impostori del mito, ma anche coloro che per combatterlo ricorsero alle armi della ragione, magari ormai sapendo quanto sia rischioso pure il mito della ragione.
Nell'opera di denuncia del mito e delle sue continue metamorfosi Scotto è preciso, innanzitutto, nella periodizzazione. All'interno dell'orizzonte della seconda metà del Novecento, il termine a quo è dato dal terremoto del 1980. In questa doppia arcata si vede come si siano incrociate le due diverse dinamiche della modernizzazione e della permanenza della tradizione e perché abbia prevalso la seconda. A Napoli non si è affrontata e risolta in nessun modo moderno nessuna delle grandi questioni che in questo cinquantennio si sono poste nella vita delle città europee: "Sempre è la stessa città di rapina, dove il funzionamento della macchina amministrativa resta scadente, la qualità dei servizi offerta alla comunità bassa, la presenza della criminalità cruenta e soffocante", dove si è imposta una prassi di edilizia devastante, di incontrollati insediamenti industriali, di abbandono di risorse naturali e civili a pro di speculazioni d'ogni tipo. A copertura e a condizione di queste condotte prive di senso, sia politico sia civile, è servita la costruzione dei miti, che qui vengono chiaramente presentati e la cui successione cronologica sta anche a indicare le stagioni dell'illusione e dell'inganno, ma mai quella del disinganno: "Napoli si rifiuta di guardarsi nello specchio della propria marginalità". Compaiono allora i miti della socialità dei vicoli; della capitale del Mediterraneo, luogo di incrocio di culture, della grande tradizione intellettuale e culturale: frammenti di realtà che insieme non costruiscono una verità, ma costituiscono le forme di una gigantesca rimozione collettiva, che ha permesso e permette di pensare come esistente una città che invece è immaginaria, fantasmatica; che ha permesso di non rendersi conto del declino inarrestabile, della progressiva irrilevanza e della crescente invivibilità di Napoli.
Rimozione, come succede, che, se è falsificazione, è però utile. Potenti sono le forze del mito e dell'impostura; potenti le forze sociali che smuovono e che si impongono alle coscienze, e grande è il potere che danno. Ne è venuto il fatto che la prevalenza del mito e delle sue forze sociali abbia vanificato le occasioni in cui si sarebbe potuto avviare un processo di modernizzazione, magari fuori dagli schemi consolidati. Ad esempio, dice l'autore, non ogni progettazione di rinnovamento urbanistico avrebbe dovuto essere istantaneamente bloccata come nociva, anche perché, dietro questa imposizione della paralisi, si è spesso data la possibilità per occulte speculazioni. In questa oscillazione tra corposi interessi pratici e credule suggestioni mitiche, non è soltanto difficile e forse irrilevante distinguere la buona fede dalla malafede. In entrambi i casi si è rinunciato comunque alla dimensione pubblica in nome della felicità individuale. Ma la prevalenza del proprio angusto o straripante interesse privato ha fatto venire meno la possibilità di una discussione e condivisione di una realistica istanza di cambiamenti. In questa commistione di interessata volontà di ingannare e di essere ingannati si consuma il declino di una città. Gruppi dirigenti, pur inizialmente interessati a ben agire, hanno finito con l'ignorare cosa sia la logica del bene comune; il mondo della camorra procede a sostituirsi allo stato, espropriando ricchezza, lavoro, la "dignità delle persone".
In una città in cui non c'è più dimensione pubblica, non c'è più nemmeno il conflitto amico/nemico; resta il mondo condiviso dell'inganno, del tradimento e della generale corruzione trasversale a ogni schieramento. Ma in gioco non è soltanto il destino di Napoli. L'oblio della questione meridionale, in cui ha prosperato la crisi napoletana, coinvolge la nazione, non soltanto una o più città. Se il Sud ha smesso di pensarsi come tale in termini unitari, al tempo stesso la nazione ha smesso di affrontare il problema della propria identità e diversità in termini nazionali. La questione meridionale è divenuta meridionalismo e il Sud rischia di venire staccato dall'Europa per relegarsi al Mediterraneo.
Il tradimento di cui si parla in questo libro era probabilmente ignoto a Polibio, ed è legato alla nostra contemporaneità. Scotto mi ha tuttavia ricordato Flavio Giuseppe, lo storico della Guerra giudaica. In un bellissimo libro di quasi trent'anni fa, Il buon uso del tradimento, Pierre Vidal Naquet parlò di Flavio Giuseppe,l'ebreo che tradì Gerusalemme nel 70 d.C. per schierarsi con il nemico, con i Romani. Come racconta lui stesso, andava intorno alle mura e, scansando i proiettili degli assediati, parlava loro del vantaggio di un accordo con Roma. Anche Scotto è un traditore. Ma, scansando le lusinghe, le amare parole che dice mirano a incitare al disincanto, a vedere le cose così come sono andate e così come stanno. Forse bisogna essere traditori di pezzi del proprio mondo per ricordare che la storia è una cosa seria e che a ignorarla e a credere ai miti si costruisce un mondo di rovine. Come Napoli.
Girolamo Imbruglia