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recensione di Onofri, M., L'Indice 1993, n. 1

Nella "Nota d'avvio" di questo libro, Gianni Celati così ne spiega la genesi: "Ho cominciato a raccogliere i testi di questo libro alcuni anni fa, mentre mi occupavo d'una rubrica di racconti su un quotidiano. In seguito ho cominciato la raccolta per conto mio, leggendo un po' di tutto: racconti di narratori occasionali, manoscritti di gente che non aveva lettori a cui rivolgersi, libri stampati da case editrici sconosciute, testi di autori isolati poco noti, e altri di autori più noti. Cercavo forme di scrittura non forzate da obblighi esterni: non lo scrivere perché c'è l'obbligo di pubblicare un libro, ma quei momenti in cui si riesce a scrivere per sé, per la cosa in sé, senza dover dimostrare niente a nessuno". Il quotidiano in questione era "il manifesto"; la rubrica domenicale, s'intitolava, appunto, "Narratori delle riserve". Risultato: un'antologia di ben trentadue scrittori, dai più noti Ginevra Bompiani, Nico Orengo ed Elvio Fachinelli (ma nell'indice si legge Facchinelli: i refusi, purtroppo, non mancano), fino ad alcuni degli autori più interessanti della nuova narrativa come Ermanno Cavazzoni, Sandra Petrignani e Claudio Piersanti, incrociando due poeti d'eccezione come Patrizia Cavalli e Valerio Magrelli (qui, ovviamente, in qualità di prosatori), per arrivare ad una vasta folla di meno noti o ignoti, non di rado sorprendenti. In più, la scoperta di un Celati attento e generoso lettore, ispirato editore.
Ma, a lettura ultimata, non possiamo non denunciare una certa insoddisfazione. Si badi: tale disagio non attiene alla qualità dei testi selezionati, talvolta pregevoli. Un sentimento che nasce forse da una falsa aspettativa, da un pregiudizio. Celati, infatti, è uno dei pochi scrittori che, partito da posizioni sperimentali, se non addirittura d'antiromanzo, in un tempo di confusi e velleitari avanguardismi, ha saputo guadagnare una nuova dimensione narrativa con esiti assai felici (pensiamo a "Narratori delle pianure" e a "Quattro novelle sulle apparenze"): insieme soltanto, forse, ai pur distanti Malerba, La Capria, Consolo e Vassalli. D'altra parte, non lo ha mai abbandonato un vivo interesse teorico e critico, come testimoniano i suoi saggi. Per tale ragione, ci aspettavamo che un'idea forte governasse la scelta dei testi, la quale potesse orientarci nel caos della narrativa italiana contemporanea. Speravamo, insomma, di incontrare un Celati insuperbito e di parte, che osasse caricare l'aggettivo "celatiano", previa campionatura puntuale, di una valenza critica e, magari, gnoseologica. Tanto più che Angelo Guglielmi aveva scritto sul numero 810 di "Tuttolibri": ""Narratori delle riserve" è un omaggio che l'autore fa a se stesso e con il quale si ringrazia per la sua perspicacia e si firma un attestato di serietà". Quanto fosse lontano dal vero, il lettore lo constaterà da sé. Il rilievo da muovere è semmai di segno opposto: l'avere Celati minimizzato (e dissimulato) le ragioni della sua scelta, come se a guidarlo fosse stato un mero impressionismo della sensibilità e del gusto; l'aver in qualche modo auspicato per il presente, accanto ad un pensiero, una letteratura "debole" e "deregolata", quasi al limite ideologico dell'afasia e del silenzio.
L'antologia, insomma, si presenta come "un album di casi particolari", accomunati da due elementi ricorrenti: l'autonomia della scrittura quanto a sollecitazioni sociali o d'attualità, una scrittura scevra di sicurtà e sicumera; "uno sguardo che ripercorre le cose come leggendo un testo già dato", e cioè un modo "per ritrovare riserve di cose da leggere attraverso la scrittura, ma sempre col sentimento d'un mondo già dato e già osservato". Una poetica, questa, che è innanzi tutto un'etica, una rigorosa deontologia dello scrivere: "La scrittura ci riavvicina alle riserve di cose che erano già là nel nostro orizzonte, prima di noi. E d'ora in poi noi possiamo anche vivere senza nuove visioni del mondo". Una poetica dalle maglie molto larghe, aggiungiamo, che Celati pratica, specie nelle ultime opere, ancor più strenuamente degli autori selezionati. C'è un altro modo di leggere, infatti, le brevi schede che Celati ha premesso ai testi dei narratori prescelti (microindagini spesso di fulminea esattezza, notevole fantasia critica e limpidezza di dettato): scorgervi in sequenza l'autoritratto letterario dell'antologista, quasi che solo nel segno della distanza, in forma vicaria, e come fingendo altre stratigrafie, Celati riesca ad approdare a se stesso. Non è difficile darne dimostrazione.
Così su Daniele Benati: "Leggere una storia come quella che segue, mi sembra corrispondere ad un'esperienza poco letteraria e un po' teatrale. È come ascoltare uno che parla da solo per tutta la sera, in località Masone, sulla via Emilia, dove Benati è nato e vissuto". E siamo alla folla di matti e ipermonologanti, candidi e ribaldi figli di Guizzardi, che brancicano e sguazzano nell'opera di Celati, almeno fino a "Lunario del paradiso". Ecco un'idea di racconto come cedimento alla musica monotona e impercettibile della quotidianità: "il suo senso ritmico [è ] così scaltrito da sembrare una cosa da nulla" (su Rossana Campo); "In quello che scrive c'è un affidamento alle parole che è sommesso, costante, ritmico e senz'ansia" (su Cavazzoni). Ma anche un concetto di letteratura come lotta con l'angelo del silenzio e azzardo in direzione di un'indicibilità prosaica e feriale, nel segno di un dissacrante laicismo, per così dire, semiologico: "la sua sapienza sta nel descrivere fatti di vita normalissima, ma con un tratto così limpido da lasciar emergere il bianco che c'è sotto. Nei suoi libri il bianco della pagina si sente come un silenzio compatto da cui sorgono le parole... Leggere Alice Cerasa vuol dire adattarsi a questa completa esteriorità dei segni, non riscattata da nessun supposto contenuto interiore". Come non ravvisare in queste notazioni il modello di "Narratori delle pianure"?
Non manca l'apologia di una "scrittura applicativa" capace di anestetizzare la mistificazione e la menzogna: "La sua è il contrario d'una scrittura estrosa e immaginativa, ed ogni sua parola sembra uscire da un grande disorientamento, in cerca di una estrema limpidezza. È una, scrittura applicativa, forse proprio per lasciarsi alle spalle i sogni ad occhi aperti, dove spesso comincia il nostro esilio" (su Giorgio Messori). Né è assente l'aspirazione ad una scrittura che sia scrittura del niente che è la vita: "Sentire questo possibile mancamento di tutto ad ogni passo, mi dico, è come essere in cammino verso una estrema lontananza che è qui dove metti i piedi" (su Lino Gabellone). Si profila, infine una promessa di ricchezza, di felicità, proprio nel cuore opaco del vivere: "non esercizi per chiudersi, bensì per aprirsi a quella esteriorità opaca che ancora vediamo solo come il regno del banale" (su Mara Cini). E siamo nel contesto di "Quattro novelle sull'apparenza". Si potrebbe continuare. Ma il lettore non dovrà dimenticare che questi scrittori sono innanzitutto gli abitanti di una provincia "intemporale e sospesa", metafisica. Quella che, per Celati, ha fatto e fa la letteratura italiana: "il racconto e l'arte del raccontare sono cose provinciali, che nascono e hanno senso solo in provincia".