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Dopo quasi tre lustri di vita, le fondazioni di origine bancaria, nate per gemmazione dalla privatizzazione degli enti pubblici creditizi, continuano a suscitare l'interesse dell'interprete il quale, ancor oggi, non può non interrogarsi circa l'annosa questione della loro qualificazione: persone giuridiche private senza fine di lucro, dotate di piena autonomia statutaria e gestionale (così come le definisce l'articolo 2 del d.lgs. 153/99) o, ancora, secondo tradizione, enti di diritto pubblico? L'argomento è ditale attualità che di esso si è dovuta recentemente occupare perfino la Corte Costituzionale, prendendo, al riguardo, una netta posizione: per la Consulta deve inevitabilmente propendersi per la qualificazione privatistica. L'occasione è stimolante per riflettere non soltanto sulla specifica questione ma anche - e soprattutto - sul tema più generale dei criteri che consentono di distinguere l'ente pubblico da quello di diritto privato e, ancor più, sulle tecniche d'interpretazione e sui limiti che il legislatore incontra nell'esercizio del potere normativo: valutare non tanto la correttezza e l'ammissibilità della cosiddetta tecnica definitoria (la quale sembra oramai definitivamente acquisita anche nel nostro ordinamento) quanto verificare la compatibilità con il sistema, l'intima coerenza e la ragionevolezza della definizione data dal legislatore.