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Editore: Dedalo
Collana: La scienza nuova
Anno edizione: 1996
Pagine: 240 p.
  • EAN: 9788822002013
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recensione di Lovisolo, D., L'Indice 1996, n. 6

In un suo recente intervento, John Maddox, per decenni autorevole editore dell'altrettanto autorevole rivista scientifica "Nature", si interrogava sul perché siano così diffusi atteggiamenti di sfiducia e ostilità verso la scienza, proprio in una fase in cui sembrerebbe aver raggiunto successi senza precedenti e promettere sviluppi ancor più clamorosi ("Nature", 30 novembre 1995). Una delle ragioni sta nella scarsa capacità di scienza e senso comune di stabilire rapporti, di capirsi, di comunicare: da una parte i messaggi che gli addetti ai lavori lanciano al grande pubblico sono spesso trionfalistici, dall'altra il pubblico a cui sono diretti, non avendo un'adeguata formazione, non è in grado di valutare correttamente, e criticamente, le implicazioni dei rapidi sviluppi della scienza e della tecnologia e le conseguenze che differenti scelte sul loro utilizzo possono avere sul nostro futuro.
È da questa drammatica carenza di comunicazione che prende lo spunto l'ultimo libro di Lewis Wolpert, noto embriologo inglese.Il problema sta nella maniera sbagliata in cui la scienza, i suoi risultati, le sue potenzialità e i suoi limiti, vengono recepiti dalla gente comune, che, dice Wolpert, guarda a essa con un misto di ammirazione e paura, speranza e disperazione; la vede come fonte di tutti i mali e, altrettanto irrealisticamente, come fonte della cura per essi.Questo atteggiamento fuorviante e pericoloso si fonda su un'idea errata della scienza, si basa su un presupposto che è il bersaglio del libro: che la pratica scientifica, il suo operare, i suoi risultati, possano essere descritti e giudicati in base al pensiero comune, alle aspettative naturali, a una visione "realistica" del mondo.Qui sta l'errore, per l'autore: la scienza è un prodotto "innaturale" della nostra cultura, la natura delle idee scientifiche è semmai controintuitiva, il mondo non è costruito su una base di senso comune, e la prima cosa che deve fare uno scienziato è prendere coscienza delle trappole del "pensiero naturale".Legato a questo equivoco ce n'è un altro, quello di confondere scienza e tecnologia: la tecnologia è molto vecchia, è patrimonio di ogni civiltà, e risponde a esigenze concrete; la scienza è comparsa una volta sola, nella Grecia classica, e, dopo un periodo di stasi, si è sviluppata esclusivamente nell'Occidente moderno.Solo diffondendo la comprensione di quello che la scienza è e non è, si potrà arrivare a un atteggiamento più maturo nei suoi confronti.
Si tratta di un approccio interessante; vale la pena comunque ricordare che Wolpert ha avuto dei predecessori in questo tentativo. Esemplare è la raccolta di saggi scritti negli anni cinquanta da Robert Oppenheimer, e significativamente intitolata "Scienza e pensiero comune"; per risalire ancora più indietro, in un libro del1938, recentemente tradotto in italiano, "La formazione dello spirito scientifico" (Cortina, 1995; cfr."L'Indice", 1996, n.1) Gaston Bachelard aveva già affrontato la questione, sostenendo che la prassi scientifica diventa effettivamente tale quando prende le distanze dall'esperienza comune, sviluppando questa tesi attraverso un'approfondita disamina di come la battaglia contro il realismo ingenuo abbia caratterizzato la fase costitutiva della scienza moderna.
Nel tentativo di spaziare in tutti i campi della scienza, Wolpert incappa purtroppo in qualche sorprendente confusione; alle pp. 15-16, dove si tratta delle leggi del moto e della rivoluzione galileiana, si legge che "la spinta iniziale di una palla su un piano in pendenza, sul quale non incontra resistenza, la manterrà in moto per sempre, anche se non c'è nessuna forza". Altre volte sembra affrontare alcune questioni in maniera un po' superficiale (si veda la discussione sul pensiero primitivo, o sulla concezione del mondo dei cinesi), o liquidare in maniera eccessivamente etnocentrica tutto quello che non è scienza e tecnologia occidentale, come alle pp. 42-43: "Non c'è alcun motivo per ritenere che (attorno al 7000 a.C.) gli agricoltori comprendessero la scienza della coltivazione più di quanto faccia oggi la maggior parte dei coltivatori del terzo mondo...Non ci sono motivi validi per non ritenerla un'estensione della capacità degli scimpanzé di manipolare l'ambiente per raggiungere un determinato scopo".A parte ogni altra considerazione, mi pare un bell'esempio di come il profeta possa tradire la sua missione e confondere scienza con tecnologia.Ancora, nello sforzo di separare nettamente la scienza dalla tecnologia, rischia di cancellare l'esistenza di scienze applicate, e di affidarsi nuovamente a luoghi comuni un po' buffi: "Neppure oggi l'ingegneria dovrebbe essere ritenuta puramente una scienza applicata... i giapponesi hanno dimostrato che non è necessaria una solida base scientifica per il successo dell'industria di produzione " (p. 51).
La sua ricostruzione delle tappe cruciali dell'evoluzione del pensiero scientifico è d'altra parte ricca di osservazioni acute e stimolanti, come quando fa notare che Galileo arrivò alla confutazione della teoria aristotelica della caduta dei gravi non tanto sulla base di dati sperimentali, quanto dall'analisi delle sue contraddizioni logiche. Lungo lo stesso filone di ragionamento si trova l'interessante critica all'imperante fiducia nei criteri falsificazionisti di Popper per decidere della bontà di una teoria scientifica.Spesso la gente non scarta idee che sono state "falsificate" da un esperimento, va avanti e a volte ha fortuna, e alla fine la storia della scienza le dà ragione. Altri, come dimostra il caso degli esperimenti di Millikan per la determinazione della carica dell'elettrone, scartano tutti i dati sperimentali che non concordano con la teoria che hanno in testa (questa acuta ricostruzione di un passaggio cruciale della fisica del Novecento ha riempito di soddisfazione il recensore, che si ricorda bene di come questa esperienza facesse parte - e forse lo fa ancora - di quelle da realizzare nel corso di laboratorio per studenti del secondo anno di fisica, e di come non venisse mai il valore che c'era scritto sui libri...).
Wolpert nutre comunque una notevole sfiducia nell'approccio della filosofia e di quella che chiama la "sociobiologia della scienza", che considera sterili e pericolosamente inclini al relativismo; ma in questa polemica rischia di nuovo di apparire un po' scontato e superficiale, se non ingenuo: ad esempio, è troppo semplicistico citare (p.113) come uno dei criteri fondanti della comunità scientifica la condivisione dei materiali (criterio che i recenti sviluppi della biologia molecolare hanno messo in crisi) o sostenere (p.114) che la frode viene scoperta quando altri non riusciranno a replicare il risultato: oggi, almeno in biologia, il problema della discordanza tra i risultati ottenuti da diversi gruppi di ricerca non è quasi mai un problema di frodi, ma di difficoltà a stabilire standard precisi per gli approcci e le condizioni sperimentali, o, forse, di assenza di un impianto teorico che faccia da discrimine fra dati contrastanti.
Su alcune questioni spinose, come appunto il rapporto fra teoria ed esperimento, Wolpert utilizza esempi e citazioni brillanti senza poi approfondirne le implicazioni: si veda la citazione delle affermazioni di Einstein riguardo al fatto che una buona teoria è tale perché è bella e coerente e che la conferma sperimentale è un particolare quasi trascurabile (p.125).E non si può non definire ingenua la sua posizione quando, in polemica con i filosofi, si definisce "realista di buon senso": affermazione un po' strana per uno che ce l'ha col senso comune...
Volendo trattare di tutto, l'autore si imbarca nell'ingrato compito di definire cosa è e cosa non è scienza, mettendo insieme sociologia, psicoanalisi, creazionismo, astrologia e via fantasticando, rischiando da una parte di dire cose sacrosante ma inutili, dall'altra, ancora una volta, di perdersi (cosa significa dire - come a p.166 - che il cervello funziona in maniera innaturale?).
Più convincenti, e condivisibili, gli ultimi due capitoli, in cui affronta il problema della responsabilità morale dello scienziato e la necessità di trasmettere un'informazione corretta al pubblico, ai non addetti ai lavori.Può lasciare perplessi lo sforzo di distinguere sempre tra lo scienziato, che non è responsabile delle ricadute delle proprie ricerche, e il tecnologo; ma è senz'altro interessante e sincera la sua attenzione ai limiti che la scienza deve trovare nel confronto con le altre sfere dell'attività sociale: le decisioni non devono essere lasciate (solo) agli esperti, un pubblico correttamente informato è in grado di decidere.
In conclusione: un libro di buone intenzioni, arguto e piacevole, ma che forse non soddisfa tutte le aspettative.La natura innaturale della scienza e la sua non congruenza col pensiero comune restano uno spunto interessante, ma non sufficientemente sviluppato, così come maggiore attenzione meriterebbe il problema dell'influenza che aspettative, tendenze culturali e sensibilità diffuse hanno avuto sull'affermarsi di nuove idee e nuovi paradigmi scientifici.Un ultimo esempio, che riprende una questione già accennata: nel momento in cui sulle pagine di "Nature" (7 dicembre 1995) il portavoce di una delle più importanti multinazionali farmaceutiche attacca frontalmente un altro colosso concorrente sulla brevettabilità o meno dell'informazione ottenuta da ricerche di genetica molecolare, è utile stare a discutere se la gente abbia una percezione sbagliata della scienza perché la confonde con la psicoanalisi, o sostenere che gli obiettivi pratici non favoriscono la scienza pura, o ancora che non si possono brevettare le scoperte scientifiche, senza entrare nel merito delle drammatiche trasformazioni che i concetti di scienza, tecnologia, disinteresse, universalità della conoscenza stanno subendo in questa fine d'epoca?