Traduttore: F. Galuzzi, A. Nadotti
Editore: Einaudi
Collana: Supercoralli
Anno edizione: 2003
Pagine: 402 p., Rilegato
  • EAN: 9788806164362
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Abbiamo lasciato una Frederica Potter adolescente che, nella Vergine nel giardino, anticipava i passi della donna che sarebbe diventata, e la ritroviamo - in questa seconda parte del «quartetto» di A. S. Byatt - mentre muove con decisione i suoi primi passi adulti, all'università di Cambridge, a metà degli anni Cinquanta. Ha rinunciato al teatro, di cui accetta di essere solo spettatrice; coltiva la sua antica passione letteraria e i suoi nascenti interessi artistici; scopre che le storie possono nascere dai traumi della Storia recente, che irrompe anche nella sua vita, ora con il volto di chi è scampato al lager, in parte perdendo se stesso, ora con le facce dei primi profughi ungheresi; scopre che a volte gli individui indossano una maschera per sottrarsi allo stigma sociale, e che anche da ciò possono nascere delle storie. E scopre che i percorsi del desiderio non si intrecciano necessariamente con la vita della mente, possono anzi contraddirla, e che un robusto corpo maschile può rivelarsi più carezzevole delle parole. E fornire l'incipit a una storia.
Scopre se stessa, Frederica, come era accaduto a sua sorella Stephanie, che ora prova, letteralmente, a fare vita della poesia, quando scandisce con i versi di Wordsworth i tempi del respiro mentre dà alla luce il suo piccolo William, di cui accompagnerà le ecolalie scandendo nomi di fiori. Luce e respiro sono in qualche misura il Leitmotiv di questo romanzo sorprendente, in cui la Byatt mette in gioco tutta se stessa per far valere il doppio primato dell'intelligenza e di un artigianato letterario che riesce a fare spazio a tutti i sentimenti. Ci mette di fronte, in parallelo, ai progetti, ai fallimenti, ai successi di molti dei personaggi che già abbiamo conosciuto nel primo volume, e sceglie, come contraltare, i progetti pittorici, i fallimenti, i successi di Vincent Van Gogh, il pittore che è al centro della nuova pièce teatrale di Alexander Wedderburn, e le cui lettere sono architrave e sottotesto del romanzo. Un pittore alle prese con la propria arte, la propria rabbia, le proprie delusioni, la luce e il respiro delle sue tele, la luce del paesaggio, e il buio improvviso. Quando il gruppo di giovani inglesi si ritrova ad assaporare una delle prime felicità del dopoguerra, un viaggio in Provenza, le barche di Van Gogh ci sono ancora, con gli occhi dipinti sulla prua, e anche il cielo stellato, gli ulivi, la sua casa ad Arles, i girasoli, i campi di grano. E aleggia il ricordo della sua irrequietezza, del suo folle bisogno di dare alle cose luce e colore esatti, la stessa esattezza che Alexander e Frederica esigono dalle parole, Bill Potter dalla società, Daniel dalla fede e Stephanie da se stessa... Mentre il più delle volte ci si ritrova ad affrontare la confusione e il dolore di qualcosa di totalmente imprevisto.
Anna Nadotti