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Navigatori del sapere. Dieci proposte per il 2000

Riccardo Chiaberge

Collana: Minima
Anno edizione: 1999
Formato: Tascabile
Pagine: 136 p.
  • EAN: 9788870785579
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Chiaberge, Riccardo, Navigatori del sapere, Cortina, 1999
Wezel, Forese Carlo, Il respiro della Terra, Piemme, 1999
recensioni di Tozzi, M. L'Indice del 1999, n. 10

Sono molte le domande che l'uomo Wezel si pone in questo libro denso di informazioni e sostenuto da afflati filosofici apparentemente estranei a una disciplina come la geologia, così imperniata - ça va sans dire - su pietre e fossili. Come l'uomo pensa il mondo? Cosa c'era prima? Cos'è l'uomo? Domande antiche come il tempo, ma che, comunque, non ci si aspetta trovino spazio fra gli strati e la tettonica (pur se ovviamente sottese a ogni testo approfondito sul nostro pianeta). Anche lo scienziato Wezel si pone molte domande: gli eventi geologici sono ciclici? Cos'è veramente il campo magnetico? Com'è nata la vita? Possono essere legati i fenomeni geologici con quelli della vita dell'uomo? Questioni più schiettamente geologiche, comunque non lontane dalle solite domande a cui gli scienziati cercano da secoli di dare soddisfazione.

Anche le dieci interviste raccolte da Chiaberge - giornalista al "Corriere della Sera" - sono state concesse da uomini di cultura e scienziati che continuano, perlopiù in età avanzata, a porsi domande, accomunati peraltro da un ottimismo della volontà sospettosamente unanime. Da chi crede che il flusso delle conoscenze ci sorprenderà piacevolmente - come John Maddox, super-ortodosso editor-in-chief di "Nature" per alcuni decenni - ad Arno Penzias, mitico auscultatore del primitivo respiro dell'universo (premio Nobel per la prova del Big-Bang), che paragona gli attuali ideatori del Web ai monaci benedettini del Medioevo, capaci di tramandare passate culture copiando e cesellando. Un antidoto contro i possibili "ladri di futuro", una specie di esorcismo cosciente e scientificamente fondato della paura della catastrofe finale sempre in agguato.

Al confronto Il respiro della Terra non è tanto un libro di interrogativi, quanto, piuttosto, uno di risposte, che, spesso, servono solo a porsi altre domande, ma che in altri casi - ci si può scommettere - lasceranno spiazzati anche i geologi più smaliziati. I fondali oceanici, per esempio, si sa che sono costituiti da rocce particolari dette basalti, mentre i graniti sono le tipiche rocce dei continenti. Wezel ci rivela che ci sono antichissimi continenti resistenti alla oceanizzazione, paleoterre sprofondate oltre 60 milioni di anni fa e poi ricoperte dai basalti tipici delle profondità abissali. Che i basalti oceanici debbano essere spiegati invocando nuove teorie? E che dire del cratere che nel Golfo del Messico testimonierebbe della caduta di una meteorite responsabile dell'estinzione in massa di tutti i dinosauri: secondo l'autore non ci sono tracce geologiche dell'impatto che rendano valida la teoria degli Alvarez; dovremmo - e qui di ragioni il geologo ne ha da vendere - piuttosto pensare a continue eruzioni vulcaniche che potrebbero aver prodotto nubi simili a quelle alzate dall'ipotetica meteora e causato così l'estinzione.

Il geologo cerca di capire l'esperienza della Terra nello spazio e nel tempo, prova ad avvicinarne i ritmi, a coglierne le strutture particolari, i vortici (già "inventati" nel precedente Dal nero al rosso, Sperling & Kupfer, 1996) che - in una visione più che sciamanica - potrebbero aver influenzato addirittura gli eventi della storia dell'uomo. Questo tipo di geologo si avvicina al misticismo di Rupert Shelldrake e ai sospiri di William Blake, e arriva a presupporre che la nascita della scrittura possa esser posta in relazione con la massima altezza raggiunta dal livello del mare, circa 3500 anni fa (anche se, per la verità, non sembrano siano segnalate esplosioni di analfabetismo quando il livello si abbassava). La Terra in questo quadro potrebbe anche non avere avuto un raggio costante, ma essersi espansa in un ritmo pulsante che tutto avvolge e tutto spiega. Qui Wezel si avvicina al Graham Hancock delle Impronte degli dei (Il Corbaccio, 1996), e nel volume si ritrovano simili suggestioni (qui la sezione aurea, lì il pigreco), fatte salve le ipotesi astronomiche sui retaggi di una civiltà remota ormai scomparsa. Anzi questo può essere un problema: che qualche sprovveduto possa impossessarsi malamente di quelle che sono riflessioni ben più profonde per supportare suggestioni mitologiche impossibili da dimostrare. Una considerazione peraltro sommersa dai molti meriti, che vanno ricercati soprattutto nel tentativo di uscire fuori dalla scienza ristretta e di lavorare alla costruzione di un umanesimo scientifico in cui scienze dell'uomo e della natura si riconnettano in modo definitivo.

Effettivamente in tutti e due i libri si combatte l'anatema crociano di fondo, la vera tara del mancato sviluppo di una cultura unitaria (almeno in Italia): la scienza al massimo delle sue ispirazioni è comunque soggetta alla filosofia e non sono tacciati di ignoranza coloro che hanno mandato a memoria l'incipit della Commedia ma pensano che la doppia elica di Crick e Watson si riferisca a congegni volanti, magari da guerra. La ricomposizione delle due culture tenute artificiosamente distinte ha sempre allignato nella mente dei migliori fra gli uomini di scienza: Einstein aveva sempre con sé Goethe, e certo Renzo Piano e Umberto Eco (pure intervistati) hanno chiara la necessità di quella riunificazione. La sociobiologia di Edward O. Wilson - anzi la sua versione moderna come Consilience - si pone come ponte ideale delle due culture per una futura unificazione delle conoscenze, senza cadere, si auspica, in un imperialismo scientista di cui, dopo quello umanista tutto italiano, non si sente davvero bisogno.

In questa scia vediamo bene anche Wezel, con un libro non facile da leggere per chi non sia già in qualche modo iniziato alle scienze, in una forma di dialogo che però è - in sostanza - un monologo, con aperture improvvise ai misteri dell'arte e del Rinascimento delle città ideali, di Urbino e di Piero della Francesca. Infine, in tempi di revanchismo integralista da parte di sette e religioni, un editore dichiaratamente cattolico che pubblica i dubbi di un calvinista (per educazione) potrebbe essere accolto come un tentativo di redenzione in ultimis: non era questa - mi si assicura - l'intenzione dell'autore. L'assegnazione del premio Minturno testimonia poi del valore letterario dell'opera.

(M.T.)

L'inarrestabile avanzata delle tecnologie biologiche e informatiche, di Internet, della fisica e delle neuroscienze sovverte le nostre categorie ideali e morali, rende obsoleta la tradizionale dicotomia tra cultura umanistica e scientifica e impone un radicale ripensamento dei metodi educativi, delle professioni, dell'economia e della stessa cultura urbana. Lo annunciano i dieci "navigatori" che, in questo libro, provano a tracciare le rotte per il terzo millennio. Nelle conversazioni con loro si riesce a individuare un carattere comune: qualcuno forse con eccesso di enfasi, altri con maggiore realismo, invitano a guardare avanti, a non rassegnarsi al peggio. La raccomandazione per i giovani che si affacciano al XXI secolo è quindi quella di non perdersi d'animo e... imparare a navigare.