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Ian McEwan

Traduttore: S. Basso
Editore: Einaudi
Collana: Supercoralli
Anno edizione: 2017
Pagine: 173 p. , Rilegato
  • EAN: 9788806232740

nella classifica Bestseller di IBS Libri - Narrativa straniera - Moderna e contemporanea (dopo il 1945)

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Mia madre è coinvolta in un complotto e di conseguenza lo sono anch’io, anche se il mio ruolo potrebbe essere quello di sventarlo. Oppure, se dovessi giungere al dunque in ritardo, da quell’allocco che sono, almeno di fare vendetta.

Il narratore di questa storia non è ancora nato. È un feto, a testa in giù nella pancia della madre. Un piccolo Amleto in bilico tra l’essere e il non essere, senza un regno da ereditare se non quella villa in stile georgiano su Hamilton Terrace, una sorta di Elsinore corrotta dove si respira aria di complotto.
Perché c’è del marcio nel matrimonio dei suoi genitori. Trudy, la madre, è bella e sensuale, ha capelli biondi e occhi di un verde brillante. Il feto non l’ha mai vista, ma sa tutto questo perché ha sentito le poesie che le dedicava John, suo marito, poeta non riuscito, per nulla ambizioso e poco apprezzato dalla critica. E se John è ancora innamoratissimo di Trudy, la stessa cosa non si può dire per la moglie, che da tempo porta avanti una relazione con Claude, il fratello ottuso e insignificante di John. Insieme, i due complottano con l’intento di far sparire il poetastro dalle loro vite, una volta per tutte.
Il feto sente tutte le loro trame, tutte le loro allusioni, immagina tutte le loro illusioni divenire presto qualcosa di reale. Non ha mai conosciuto suo padre, e si rende conto che per lui rischia di rimanere solo uno spettro che non avrà mai un volto. Vorrebbe avvertirlo della minaccia sempre più vicina, ma nonostante la sua posizione privilegiata non può far nulla. Niente parole, nessun contatto, nessuno sguardo di avvertimento, è prigioniero in una bolla dalla quale può uscire soltanto silenzio. E vendetta.
Ian McEwan costruisce un monologo potente, dando voce a chi ancora non può parlare, e donando al suo narratore un linguaggio erudito e raffinato, ricco di citazioni e termini ricercati. Un linguaggio appreso dai programmi radiofonici amati dalla madre, che gli hanno permesso di farsi un’idea delle tragedie che accadono nel mondo e che lo accoglieranno se mai verrà alla luce, perfettamente contrapposte al tempo sospeso vissuto nel grembo materno.
E mentre il complotto prende forma e la morte del padre si fa sempre più concreta, il piccolo narratore si rende conto che per placare il suo spirito non basterà la consolazione di nascere nella gloriosa e magnifica Europa, il continente dalla storia antica e valorosa. Non basteranno i numerosi sorsi di vini pregiati che la madre gli consente ogni tanto di assaggiare. Non basterà la sua intelligenza acuta e generatrice di pensieri venati di humour nero. C’è solo una cosa che può fare: aspettare. E cogliere il momento giusto per venire al mondo. In silenzio. O nel caos.

Recensione di Mauro Ciusani

Le prime pagine del romanzo

Dunque eccomi qui, a testa in giù in una donna. Braccia pazientemente conserte ad aspettare, aspettare e chiedermi dentro chi sono, dentro che guaio mi sto per cacciare. Mi si chiudono gli occhi di nostalgia al ricordo di quando fluttuavo libero nel mio sacco opalescente, a spasso dentro la bolla sognante dei miei pensieri, tra capriole al ralenti in un oceano privato, e delicate carambole contro i confini trasparenti della mia prigione, quella membrana sicura che, pur attutendole, vibrava insieme alle voci di cospiratori intenti a una macchinazione odiosa.
Succedeva nella spensierata stagione della mia giovinezza. A questo punto, ormai completamente capovolto, con le ginocchia schiacciate al petto e senza alcun margine di movimento, non ho soltanto la testa impegnata ma anche tutti i pensieri. Non ho più scelta, un orecchio è premuto giorno e notte contro le pareti irrorate di sangue. Ascolto, prendo appunti mentali, e mi preoccupo. Tra le lenzuola sento discorsi efferati e mi agghiaccia il terrore di quel che mi aspetta, di quel che potrebbe compromettermi.
Immerso nelle astrazioni, posso contare solo sui loro proliferanti legami a catena per crearmi l'illusione di un mondo noto. Sento dire «azzurro», che non ho mai visto, e immagino un evento mentale non molto lontano da «verde», che a sua volta non ho mai visto. Mi reputo un innocente, dispensato da obblighi di lealtà e doveri, uno spirito libero, a dispetto dell'esiguità del mio spazio vitale. Nessuno che mi contraddica o rimproveri, nessun nome, nessun precedente indirizzo, niente fede religiosa, niente debiti, nessun nemico.
Sulla mia agenda, se ne avessi una, sarebbe segnata unicamente la data della mia incipiente nascita. Sono, o ero, checché ne dica la genetica contemporanea, una tabula rasa, una lavagna intatta. Ma di pietra troppo liscia, o troppo porosa, inadatta a qualunque aula scolastica, a qualsiasi tetto di campagna, una tabula che, crescendo, si scrive da sé, facendosi, giorno dopo giorno, un po' meno rasa. Mi reputo un innocente, ma a quanto apre sono parte di un complotto. Mia madre, che il cielo benedica il suo rumoroso cuore instancabile e pompante, sembra sia sconvolta.

Recensioni dei clienti

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    Alberta

    16/03/2017 13.22.05

    Sono frastornata e ancora irretita dalla bellezza di queste pagine. Con il passare del tempo la scrittura di McEwan si fa sempre più profonda e a tratti difficile, quasi dolorosa. Ma anche trascinante e appagante. Non voglio raccontare nulla della trama, che del resto può essere quasi un pretesto per una riflesisone sull'esistenza umana. Un romanzo da Premio Nobel, a mio giudizio.

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