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Philip Roth

Traduttore: N. Gobetti
Editore: Einaudi
Collana: Supercoralli
Anno edizione: 2011
Pagine: 183 p. , Rilegato
  • EAN: 9788806200947
Nessuno legge un romanzo di Philip Roth per sapere come va a finire. Eppure, a metà di questo libro, il lettore sa che la nemesi non tarderà ad arrivare, anche se non sa ancora quando né come. E non soltanto, com'è ovvio, perché così vuole il titolo. Perché ne sente il peso, il fiato sul collo, anche quando le cose sembrano mettersi per il meglio; e perché la dea, simbolo di una giustizia superiore che distribuisce a ciascuno il suo pezzo di buona e cattiva sorte, non può non vendicarsi contro chi è stato troppo fortunato. È l'antica regola dell'invidia degli dei. In realtà, però, il protagonista di questo romanzo, Bucky Cantor (il cui nome di battesimo è Eugene, in greco "ben nato", "di nobili origini"), non è stato molto favorito dalla sorte: la madre è morta di parto, il padre condannato per furto e scomparso, dalla nascita è stato allevato (seppure molto amato) dai nonni in una delle zone più povere di Newark. Quello che ha lo deve tutto al suo impegno, alla forza e al desiderio di lottare con tenacia per ciò in cui crede. Ma, evidentemente, per la dea Nemesi questo non fa molta differenza.
Il romanzo si apre nel luglio del 1944, l'anno in cui Newark è colpita da una terribile epidemia di poliomielite, quando Bucky, ventitré anni, riformato per la guerra a causa di una forte miopia, lavora come animatore nel campo giochi di Weequahic dove allena un gruppo di ragazzi, ebrei come lui, al gioco del baseball. Il nonno, scomparso da qualche anno, gli ha insegnato a fare bene il suo dovere, e così Bucky è diventato un precoce campione sportivo, abile nel lancio del peso e del giavellotto, dotato di "un'incrollabile buona salute". Forse è per questo che, nella rovente Newark di quell'estate, afflitta dall'afa e infestata dal fetore dei vicini allevamenti di maiale, decide di lottare e di resistere contro la malattia, senza farsi prendere dalla paranoia del contagio e lasciando il suo compito soltanto per raggiungere l'amata Marcia sulle Pocono Mountains, dove l'aria sembra pulita e il contagio impossibile. Una scelta, quella di lasciare Newark, estremamente sofferta, che comporta un esito contrario a qualunque aspettativa.
Il primo atto di coraggio è, per Bucky Cantor, quello di pulire il campo giochi invaso dagli sputi di un gruppo di italiani del quartiere dell'East Side High, arrivati lì con il deliberato progetto di contagiare i bambini ebrei. "Prima vi attacchiamo la polio", dice uno di loro con i pollici infilati nei pantaloni e lo sguardo pieno di disprezzo. "Noi ce l'abbiamo e voi no, perciò abbiamo pensato che potevamo venire qui e attaccarvela". La minaccia sembra banalmente paradossale, ma si compie in tutta la sua crudeltà, come un "piccolo" correlativo simbolico dell'analogo progetto di morte che, nello stesso periodo, si stava compiendo nel mondo su vasta scala. E se Bucky non può combattere nell'esercito americano, può però lottare contro quel bacillo di cui – a una decina d'anni dall'inizio delle campagne di vaccinazione – non si conoscevano neanche bene le modalità di trasmissione. Incurante del contagio, il giovane lava il selciato con acqua calda e ammoniaca e corre a rincuorare i genitori dei bambini che in quei giorni muoiono l'uno dopo l'altro. Ma della polio, appunto, come del male, non si sa niente: "Avete lavato via gli sputi ma non avete lavato via la polio", dice il proprietario di un bar abbandonato per la paura del contagio. "Non si vede. È nell'aria, e tu apri la bocca, la respiri ed ecco che te la sei beccata. Non c'entra niente con gli hot dog".
Nella Peste (a cui Roth si riferisce in un'intervista del 2008), Camus scriveva: "Il bacillo della peste non muore né scompare mai". E, come la peste, la polio si manifesta e sopravvive in tutta la sua agghiacciante insensatezza. "Bisogna tutto credere o tutto negare", affermava padre Paneloux nel romanzo di Camus, dopo che la morte del piccolo figlio del giudice aveva spazzato via ogni ragionevole spiegazione religiosa. Nemesis sembra cominciare proprio di qui, dall'episodio di maggiore crudeltà ed estremo sconcerto della Peste: la morte dei bambini, che diventa sostanza tragica del romanzo. Bucky è molto simile al dottor Rieux, il medico che nella Peste combatte strenuamente contro la malattia. Come lui, non crede all'eroismo ma all'onestà ("La sola maniera di lottare contro la peste è l'onestà"), alla necessità di "fare il proprio mestiere". E, come Rieux ("Mi rifiuterò sino alla morte di amare questa creazione dove i bambini sono torturati"), ma con più violenza, Bucky rivolge la sua indignazione contro Dio, "che aveva creato il virus": "Dio non ce l'ha una coscienza? Dov'è la Sua responsabilità? Oppure Lui non conosce limiti?".
L'indignazione, del resto, corrisponde a un altro significato della parola nemesis, e al tempo stesso ci riporta al precedente romanzo di Roth (Indignazione, Einaudi, 2009; cfr. "L'Indice", 2009, n. 11), dove si scatenava un'analoga ribellione contro l'ingiustizia della Storia e della vita, e dove si esprimeva lo stesso feroce contrasto tra un incoercibile desiderio di amore e bellezza, e la necessità di subire una disumana sofferenza. Ma qui l'indignazione, per quanto spesso diretta a Dio, chiama in causa gli antichi motivi tragici del Caso, della Sorte. L'eroe Bucky si ribella, ma non riesce a rimanere indenne. La sua fortuna, a dispetto delle difficoltà, è legata alla sua forza e alla capacità di amare e di farsi amare: dai bambini del campo, dalla fidanzata Marcia che rappresenta la promessa di quanto di più bello e di felice ci possa essere. Il loro incontro nel campeggio sulle Pocono Mountains, i tuffi con gli amici, il rosbif e il pasticcio di pasta, la festa degli indiani, l'amore su una piccola isola in mezzo al lago restano tracce luminose di una felicità insidiata dalla vendetta degli dei. La nemesi arriva, e trascina Bucky e Marcia via dall'isola, come nella Cacciata dal Paradiso terrestre di Masaccio. E colpisce due volte: con la malattia e con la colpa. Perché Bucky, a differenza di Rieux, si ammala e contagia. In questo modo, tradisce anche la propria onestà: "L'uomo onesto", leggiamo ancora nella Peste, è "colui che non infetta quasi nessuno, è colui che ha distrazioni il meno possibile".
Il destino tragico di Bucky, che pure sopravvive alla malattia, si rivolge quindi contro se stesso, in una vita di disamore e di solitudine, nella speranza di riscattare la propria distrazione. Quello che gli è restituito, e quello che leggiamo, si trova ormai soltanto nella narrazione, nel "romanzo", che si compone nelle conversazioni di Bucky con Arnie, l'amico di Weequahic, quando tutto è già finito, tutto è già compiuto. In questo modo Roth riafferma la tendenza della sua ultima narrativa (Everyman, Il fantasma esce di scena, Indignazione e L'umiliazione) a guardare la vita dal punto di vista esterno ed estremo della morte, della malattia, quella prospettiva a cui Michail Bachtin, in L'autore e l'eroe, attribuiva una grande forza estetica (ed etica): "Il rapporto esteticamente creativo con l'eroe e il suo mondo è un rapporto come con qualcuno che deve morire". Ma qui l'aspetto più interessante è che questo punto di vista permette anche di superare lo schema tragico apparentemente convenzionale, quello della caduta dell'eroe. Pur svuotandosi di sostanza e di centralità, il racconto restituisce a Bucky ciò che il destino gli ha tolto; si conclude, infatti, con un nuovo inizio, con la sua immagine di campione nel lancio di giavellotto, un'immagine di forza, felicità e bellezza che nessuna invidia divina e nessuna nemesi potranno mai distruggere.
Chiara Lombardi

Philip Roth deve aver scoperto la fonte dell’eterna giovinezza letteraria in una stradina di Newark o nello stato del Connecticut, dove attualmente vive. Ogni suo nuovo romanzo sembra incorporare il fuoco sacro dello scrittore agli esordi. L’energia dirompente, l’ingenuità, una brezza di entusiasmo capace di spazzare via anche il più piccolo acaro di affaticamento. Allo stesso tempo, ne è prova anche l’ultimo romanzo, appare evidente l'unicità di Roth nel panorama internazionale, scrittore padrone della materia, demiurgo che toglie e restituisce, personificazione della “giustizia distributiva”, come appunto la dea Nemesi.
Nell'estate del 1944 gli Stati Uniti si trovano a combattere due guerre. Quella al fronte contro tedeschi e giapponesi e quella a casa contro il flagello della polio. Nell'estate del 1944 e nei successivi anni fino alla messa in commercio del vaccino la polio sarebbe stata un avversario temibile quanto i kamikaze giapponesi. Ne verrà colpito anche il presidente Roosevelt. Nella prima parte di Nemesi, Roth mette in campo un narratore onnisciente o almeno così crediamo. Ma siamo abituati a non fidarci troppo di Roth e anche per questo lo amiamo. Ecco la vita di Eugene Cantor, per i suoi amici Bucky, un ragazzo ebreo di Newark, vent'anni, atleta eccellente, un futuro come insegnante di educazione fisica. Sua madre è morta durante il parto. Suo padre è un truffatore mai presente. Eppure Mr. Cantor è cresciuto nell'amore, ha imparato il senso del dovere, a essere determinato, coraggioso nelle difficoltà. Valori assorbiti dai suoi nonni materni, gli unici veri genitori che abbia mai avuto. Sarebbe stato un soldato perfetto, Mr. Cantor, ma un difetto alla vista gli ha negato la possibilità di arruolarsi.
Quella che per molti sarebbe stata una fortuna per lui diventa una vergogna difficile da sopportare. Si vergogna a farsi vedere in abiti civili, piange quando i suoi migliori amici partono per l'addestramento. Il pensiero del "come sarebbe stato se" accompagnerà l'intera esistenza del protagonista. Se sua madre fosse sopravvissuta al parto, se suo padre non fosse stato un ladro, se il difetto alla vista non gli avesse impedito di arruolarsi, se lui fosse stato più attento... Pagina su pagina, Roth mina le fondamenta del suo piccolo eroe, punisce la sua vita, stringe all'angolo la sua lucidità.
Bucky Cantor, quando aveva dieci anni, ha ucciso da solo un topo nel negozio di suo nonno, grazie a quella determinazione e forza di volontà che ora vuole trasmettere ai ragazzi del campo giochi di cui è responsabile, vittime preferite della polio. Diventa ben presto un modello per loro. Difendere quei ragazzi dal contagio diventa la sua missione di soldato in patria. Roth costruisce un personaggio imbevuto fino al midollo di rettitudine morale, un guerriero che ha bisogno di un nemico da combattere. E se non possono essere i giapponesi sarà la polio, e poi Dio e infine se stesso, quando non troverà più nessun altra forza verso cui dirigere la propria superbia.
La costruzione del personaggio sembra rispondere alla legge meccanica e simbolica, maggiore sarà il suo peso e più forte sarà il rumore che farà quando crollerà a terra. Per questo in alcuni momenti il protagonista appare ai nostri occhi come un eroe invincibile, puro di cuore, che tutti amano, generoso fino all’annullamento personale. Qualcuno ha scritto che le vere storie d'amore di Philip Roth, non sono tanto quelle vissute dai personaggi, ma forse quelle che il grande scrittore americano vive con i protagonisti dei suoi romanzi. E nelle ultime pagine Roth restituisce a Mr. Cantor un attimo di bellezza perduta, come un dio buono che torna sui propri passi.

A cura di Wuz.it

Recensioni dei clienti

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    Alessandro

    12/10/2015 09.54.55

    non so che tipo di ateo sia Carlo (forse un ateo che non sa che esistono i non atei?), ma i discorsi sulla religione sono una delle cose che io, ateo, ho più apprezzato di questo libro, altro che illogici e puerili! sono quei discorsi che ogni ateo dovrebbe fare con i credenti di sua conoscenza per capire come è possibile che degli esseri dotati di raziocinio possano credere che il dio che ha creato la sofferenza sia un Dio di Amore! (anche) per il resto, bellissimo libro!

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    Giuseppe Russo

    06/10/2015 14.30.43

    Trovo strepitoso e perfino commovente, l'atto con cui Roth ha concluso la sua carriera di narratore. Un romanzo nel quale si intrecciano due componenti classiche della grande letteratura di ogni tempo: la maledizione che colpisce gli innocenti e l'interrogativo alla base della teodicea. Lo scenario su cui si scatena la maledizione comincia con le forme della piaga biblica e un po' per volta si contrae in tormento interiore; i monologhi e i dialoghi che ospitano l'eterno interrogativo della teodicea («Si Deus est, unde malum?») esaltano la drammaticità del suo oggetto perché, come spesso accade, il giusto non è sicuro di essere giusto ma è convinto che gli innocenti (i bambini) siano davvero innocenti. Ma è il narratore a fornire l'unica risposta ragionevole e sensata, nonostante la sua ovvia insufficienza: «A volte si è fortunati e a volte non lo si è. Ogni biografia è guidata dal caso e, a partire dal concepimento, la tirannia della contingenza è tutto» (cap. III). Tuttavia, che pagine sublimi sono quelle conclusive, nelle quali Arnie svela al lettore le ragioni più intime in virtù delle quali il protagonista, Bucky, era diventato un dio semitico agli occhi di un'intera generazione di ragazzini di Newark! Pagine meravigliose, intensissime, commoventi; che, partendo da uno spunto biografico riguardante l'infanzia dell'amica di sempre Mia Farrow, solo un gigante come Philip Roth era in grado di realizzare con tale perfezione.

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    carlafed

    05/05/2015 12.37.42

    Parteggio per questo libro innanzitutto per una ragione sociale. In un periodo in cui con troppa leggerezza si demonizzano le vaccinazioni, consiglio caldamente di farsi un viaggetto nell'America della polio 1944 e poi ripensare ai cosidetti 'danni delle vaccinazioni'. Detto ciò, non consiglio questo libro a cuor leggero perchè è un libro durissimo, forse mi sono immedesimata fin troppo nel protagonista, mi ha lasciato un magone fra stomaco e gola. E' ben scritto, ma troppo amaro e non vado oltre 3 stelle. Però leggetelo e diffondete una corretta cultura.

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    LAURA ALBINO

    04/12/2014 17.02.35

    Il profilo che si trae attraverso la lettura dell'intera storia è quello di un ragazzo il cui destino risulta essere del tutto estraneo al significato del suo nome Eugenio:Nato bene. Dai suoi compagni viene chiamato Asso non solo per la sua destrezza nelle attività sportive, ma anche perchè affidabile,protettivo,eroico.Rimasto orfano di madre fin dalla nascita, viene educato e formato dai nonni materni;il nonno gli attribuisce per le sue competenze e le sue energie fisiche il nickname Bucky avente come significato ostinatezza, grande forza di volontà .Bucky, divenuto insegnante di educazione fisica, intende trasmettere ai ragazzi del campo, di cui è animatore, tutti quei valori in cui egli crede tra cui la capacità di lottare difronte alle avversità della vita.Ad un certo punto, però, egli stesso si trova a gestire una delicata e difficile pestilenza che incombe sui suoi ragazzi e, l'impotenza del suo agire nel voler arginare il male, lo inducono ad imputare Dio la causa della malattia e della morte.Vive un lungo periodo di grande conflitto interiore nel momento in cui decide di lasciare il campo e i suoi ragazzi per raggiungere il luogo felice"Indian Ill"dove vive il suo amore e dove regnano la pace, la salute,il lavoro, la bellezza, ma una volta raggiunto l'Eden viene colpito anch'egli dalla polio diventando così un rifiuto indifferenziato, irrecuperabile. Tutto ciò accade indipendentemente dalla propria volontà.Caduto nella trappola della malattia rientra nella sua terra natia, teatro della sua rovina per occupare un posto di lavoro adeguato alla sua condizione.Consapevole della sua invalidità allontana da sè anche il suo grande amore.Grandi i sensi di colpa per il grave disastro abbattutosi sui luoghi da lui frequentati.Entra in astio con Dio attribuendogli la colpa di aver fatto morire la mamma,di avergli dato un padre ladro,e di essere diventato portatore di morte.Punizione vendetta e giustizia sono caduti su di lui, un eroico,esplosivo, invincibile ragazzo.

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    Michele Lener

    31/10/2014 18.27.09

    Ho rilevato un piccolo errore di P.R., di solito (credo) molto preciso,a pag.139 dell'edizione NumeriPrimi. Mr Blomback nel riassumere ai ragazzi del Campo Indiano le ultime novità sulla guerra, dice: "...In Italia, l'esercito britannico ha valicato la linea del fiume Arno e ha occupato Firenze". Ma la scena nel Campo si svolge nel luglio e Firenze è stata liberata attorno al 10 agosto! Corretto sarebbe stato citare lo sbarco degli alleati in Sicilia, avvenuto giusto un mese prima.

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    Carlo

    02/02/2014 08.18.06

    Visto nel suo insieme il libro è piacevole, ma certi discorsi banali e senza senso sulla religione, specialmente nel finale, rovinano il libro, perlomeno a chi è ateo e trova quindi illogiche e puerili questi discorsi.

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    Valentina

    01/10/2013 10.24.57

    Un libro perfetto. Non una parola di troppo, non una mancante. Musica per il lettore, ritmo che cambia con l'evolversi della storia e dei sentimenti. Un pittore non avrebbe potuto fare meglio per farci vedere Bucky Cantor ed il suo mondo.

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    serlucci

    05/08/2013 11.00.20

    una piacevole certezza: quando Roth scrive qualcosa, è oro... Il libro affronta un tema che è tanto irrimediabilmente presente nella nostra vita da non essere quasi mai considerato dal punto di vista della riflessione intellettuale: la sfortuna, il destino avverso, l'accadere di un fatto che segna tragicamente tutta la nostra esistenza. un libro che rende persone più consapevoli della propria vita.

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    Valeria

    02/05/2013 16.01.04

    Leggere i romanzi di Roth, per me, è sempre una esperienza coinvolgente. In alcuni passaggi, aspettavo con il mal di stomaco di sapere, vedere, capire cosa sarebbe successo. Nulla lasciato al caso, tutto orchestrato alla perfezione. Un grande romanzo.

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    Elena

    22/03/2013 16.16.40

    Romanzo straordinario. Il contrasto tra lo stile asciutto sostanzialmente semplice e la pulsione quasi violenta delle emozioni descritte è avvincente e irresistibile. Il protagonista si affianca al lettore in ogni pagina e si arriva a soffrire e riflettere secondo le sue reazioni, senza giudicarlo, soltanto pienamente comprendendolo. Il contesto yiddish e l'atmosfera anni Quaranta fanno il resto: la potenza narrativa è tale che, come spesso accade quando si ha la fortuna di imbattersi in capolavori letterari fortemente imaginifici, si ha la sensazione di gustarsi un capolavoro cinematografico. Eccellente, imperdibile, profondamente toccante.

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    Ingrid

    06/03/2013 09.04.07

    ...un romanzo magistrale e terrificante, ti si insinua irrimediabilmente nell'anima senza darti scampo, come il virus protagonista del romanzo... Un romanzo che è un'esperienza.

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    angelo

    22/01/2013 14.28.25

    Ingredienti: un animatore sportivo idolo dei suoi ragazzi, una partita da giocare non più contro gli allegri compagni-avversari del campo giochi ma contro un nemico più drammatico e crudele (poliomielite), un futuro radioso e vitale che farà scivolare indietro nel passato, come il masso di Sisifo, tutta la sua vitalità e splendore. Consigliato: a chi pensa che Dio sia la causa del bene del mondo (e del male?), a chi vive chiedendosi il perché del proprio destino.

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    Zenone

    24/11/2012 13.27.18

    Un libro notevole e non poteva essere diversamente per Roth. La forza di questo autore è la semplicità della scrittura che rende tutto chiaro, comprensibile e chiaro. La sofferenza che trasuda da queste pagine contagia il lettore. Ho amato Roth di "Pastorale Americana" e "Patrimonio", da oggi lo amerò anche per Nemesi. La sofferenza dell'uomo solo con se stesso e con la malattia è simile a quella di "Patrimonio". Anche in quest'ultimo Roth descrivendo il tumore del padre patisce lui stesso vedendo spegnersi il suo caro; in Nemesi il protagonista soffre per la malattia di chi gli sta vicino e poi, forse meno, per se stesso. Una grande prova!

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    missfarfalla

    01/08/2012 11.15.42

    Finalmente ho iniziato a leggere Roth. Forse sarebbe stato più corretto tuffarsi subito nel meglio del meglio, per esempio "Pastorale americana"; ma anche questa lettura è stata una grande esperienza. La scrittura all'inizio mi ha un po' disorientata: sapendo di trovarmi davanti ad un mostro sacro, mi aspettavo virtuosismi stilistici ed effetti speciali ad ogni piè sospinto. Invece lo stile è sobrio, asciutto. Ma poi, procedendo, ho capito che questo è funzionale al racconto, che il rigore è una forma di bellezza estrema, probabilmente tra le più difficili da raggiungere. Del resto, se hai una storia terribile da raccontare, e sai come raccontarla, non hai bisogno di gridare per farti sentire. Dalla prima pagina all'ultima la struttura di ogni scena,di ogni dialogo è millimetricamente perfetta, ogni frase è netta, pulita, limpida; risplende e taglia come una lama di ghiaccio. E' un genere di bellezza che cogli adagio, ma poi cresce sempre più, lento e implacabile. Ed è una bellezza che fa male, tanto; come la storia di una sconfitta definitiva, di un uomo ridotto in briciole dalla vita. Un uomo che ha creduto che disciplina, rigore, dedizione, ricerca di perfezione servissero a qualcosa, ma si rende conto a sue spese che niente è sotto controllo e la forza umana -del corpo e del cuore- anche esercitata e coltivata per una vita è un nulla risibile, povero e patetico. Riflessione in margine: coloro che si oppongono alle vaccinazioni infantili obbligatorie,in particolare a quella contro la polio, dovrebbero assolutamente leggere questo romanzo. Perchè ci siamo dimenticati (io per prima) l'atrocità insostenibile di una malattia che in due giorni trasformava una vita in un incubo ad occhi aperti, un bambino curioso e felice o un giovane appassionato di sport e promessa dell'atletica in una larva umana, paralizzata dal collo in giù, neanche più in grado di respirare, condannata per la vita a guardare un soffitto, imprigionata immobile dentro un cilindro d'acciaio.

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    monica

    24/07/2012 15.26.36

    L'ho trovato ripetitivo all'inverosimile. Non mi ha trasmesso alcuna emozione.È riuscito a rendere noiosa una fetta di storia nella storia. Non mi ha coinvolto minimamente e lo dico io che sono una pesciolina che ha sempre le lacrime in tasca.

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    Patroclo

    22/06/2012 19.37.19

    Philip scrive da dio, Philip fa ridere (leggere a ca. 10 pagine dalla fine il rovente - indiretto - giudizio su Dio). Philip fa piangere (Horace), Philip avvince, Philip è sensuale, ma in maniera assolutamente diversa rispetto al se stesso del Teatro o di altri romanzi. Philipp ogni tanto rallenta il ritmo, ma è probabilmente il più grande scrittore vivente, e non ha bisogno di spendere pagine con il pilota automatico per risultare, sì insomma...superiore

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    Maduri

    23/04/2012 19.13.12

    Come al solito Roth mi da ai nervi oltre ogni modo e come sempre alla fine dei suoi libri mi porto dentro qualcosa che prima non avevo. Roth ripete gli stessi concetti all'inverosimile, per metà del libro scrive continuamente lo stesso pensiero, di come cioè il protagonista soffra del suo senso di colpa per non essere migliore di ciò che è. Rothe se la prende con Dio e non si da ragione del perchè Lui possa permettere tanta sofferenza.Due, forse tre pensieri ripetuti in modo ossessivo e ipnotico. Questo è Roth, che lo si voglia o no, un grande scrittore capace di tenerti inchiodato su una poltrona con lo stomaco contratto per ore, mentre gira e rigira parole come un coltello in una ferita. Avanti il prossimo, non posso perdermi un'altro straordinario supplizio.

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    Isa

    02/03/2012 11.26.27

    Libro decisamente toccante, pieno di spunti di riflessione!

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    Dave

    14/02/2012 14.08.12

    Era il primo libro di Roth che leggevo e devo dire di non averlo trovato memorabile. Roth narra i tormenti ed i sensi di colpa di un ragazzo ebreo del New Jersey durante una grave epidemia di polio nel 1944. E' bello lo squarcio storico dell'epoca, in cui apre una breve finestra sullo stile di vita degli immigrati di terza generazione lungo la costa est americana. E' meno convincente il tema del libro che appare un po' troppo di nicchia rispetto al contesto più ampio ne quale venne a trovarsi. Si punta, in particolare, troppa attenzione ai tormenti dello sfortunato protagonista lasciando alla fine della lettura un senso di incompletezza e di amaro in bocca di cui ci si vuole libarare quanto prima.

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    Aléxandros

    25/07/2011 12.03.51

    Un gran libro, per un Roth senza dubbio in forma. Si legge velocemente e molto volentieri. Proprio a voler essere pignoli, un po' noiose e certamente troppo lunghe alcune divagazioni della seconda parte, che nulla aggiungono alla storia se non carta. Finale amaro, ma vero. Commovente.

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