Nessuno lo saprà. Viaggio a piedi dall'Argentario al Conero

Enrico Brizzi

Editore: Mondadori
Anno edizione: 2006
Formato: Tascabile
Pagine: 423 p.
  • EAN: 9788804555872
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Recensioni dei clienti

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    fabrizio

    05/09/2014 09:14:05

    Ultima pagina, letta rallentando,con un filo di magone, come a non voler finire il viaggio. Brizzi mi ha portato con la sua consueta sapienza narrativa, la sua potenza espressiva e la sua capacità evocativa lungo questo viaggio carico di valenze simboliche che proprio in quanto tali hanno saputo toccare le corde più recondite del mio essere. E che dire della costante attenzione alla descrizione paesaggistica ricca e mai banale. Un nostro orgoglio il Brizzi, punta di diamante della letteratura dei nostri tempi, in costante crescita. Chapeau, come sempre.

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    GZ

    10/12/2013 13:06:11

    bellissimo. Pregio del libro è il grande equilibrio tra le descrizioni paesaggistiche e le avventure pazze tipiche del suo stile

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    Emil Kurjak

    27/11/2008 14:54:50

    Dopo "Bastogne", avevo abbandonato la lettura delle opere di Enrico Brizzi. Il tema del viaggio mi ha spinto a leggere "Nessuno lo saprà" e la sua lettura mi ha fatto riscoprire Brizzi e la sua enorme bravura.

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    alessandro

    28/07/2008 15:11:03

    Ho deciso di leggere questo libro innanzitutto perchè i protagonisti sono passati a due passi da casa mia nella zona del Conero e poi perchè anch'io sono un appassionato del cammino!! Devo dire che l'ho trovato davvero bello, un'avventura che ai giorni d'oggi, abituati alle auto e alle comodità nessuno farebbe, ma che invece serve a riscoprire il valore dell'amicizia, della storia dei luoghi e soprattutto il fascino della natura.

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    giancarlo

    15/07/2008 21:44:29

    L'avevo abbandonato dopo Oscar Firmian, l'ho ritrovato ancora migliore. Parla di persone e luoghi che mi piacerebbe conoscere.

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    Barbara

    21/11/2006 12:31:27

    Un bellissimo viaggio attraverso i luoghi descritti e attraverso la propria interiorità, con le difficoltà che la strada ci pone davanti, la precarietà del cammino e delle proprie scelte... Ho finito con le lacrime agli occhi..

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    Monica

    28/10/2006 15:41:25

    E' difficile trovare chi parla dell'Appennino e delle sue meraviglie; per chi come me è nata e cresciuta ai suoi piedi,(anche se dalla parte opposta a quella di Brizzi... )e se volevi andare sull'Adriatico dovevi fare per forza il passo del Muraglione, queste montagne sono un luogo dell'anima, e l'autore non fa che confermarlo. La fatica di percorrerle è descritta con leggerezza e ironia, anche se si intuisce vivamente lo sforzo fisico a cui i protagonisti sono sottoposti.

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“Un’intera tribù di anziani, perlopiù in abito scuro e cappello, gioca a carte ai tavolini sotto il pergolato. Devono essere in corso una dozzina di partite in simultanea, e se pure si tratta solo di un circolo Arci, un silenzio semiprofessionistico, carico d’ipotesi e subipotesi, aleggia sulle teste dei giocatori.”

Uscito definitivamente dal branco e dall’adolescenza, Enrico Brizzi ora propone un testo “adulto”, un libro di viaggio, un particolare romanzo di formazione in cui il camminare attraversando l’Italia, dal mare Tirreno all’Adriatico, diventa sia una speciale guida per trapper nostrani dotata di essenziali cartine geografiche che indicano itinerari e sentieri, sia un modo per conoscere l’Italia meno nota delle montagne e delle vallate del Centro, ricca di piccoli paesi, di borghi e di cascine ospitali.

Ma il cammino, che solo per gioco si fa a un certo punto pellegrinaggio, è anche un mettere alla prova se stessi (tutto ciò ben lontano dalle prove estreme di certi sport alla moda), la propria tenacia e la propria voglia di libertà. Quando si attraversano centinaia e centinaia di chilometri, zaino in spalla, le vesciche ai piedi doloranti, le spalle bruciate e la volontà precisa di non cedere alla stanchezza perché il premio consiste proprio nell’”avercela fatta”, allora si può anche far andare la testa, ritrovare un po’ di infanzia a fianco del fratello, un po’ di adolescenza negli abboccamenti con qualche bella ragazza davanti a un bar di paese e, nello stesso tempo, la voglia che il bimbetto di pochi mesi rimasto a casa con la mamma (un po’ seccata di questa vacanza solitaria del giovane marito scrittore) possa diventare un giorno compagno di avventure. "Mentre cammino, penso, e i pensieri più spigolosi si levigano da soli. Per via dell'attrito. È una regola fisica", dice uno dei compagni di viaggio, il Vietnamita, ed è quello che avverte il lettore: non c’è nulla di spigoloso non solo nei pensieri ma anche nella paura di smarrirsi, nei dialoghi, negli incontri, nei cani che fanno paura e nell’orco di montagna dai capelli rossi e dalla burbera generosità. Le foglie di khat, che possono risollevare un po’ il morale, una ragazza che ti abbraccia e ti dice “Pace” nell’orecchio, l’amico libraio che ha fallito il suo progetto e che si è fatto fuori la riserva di “foglie” del Vietnamita, la jente de macchia e le sue bellissime figlie, la tenda rubata e la rassegnazione del dormire sotto le stelle, ragazzini svegli e simpatici con cui conversare e da cui sapere storie di bande di bambini pieni di fantasia: mille le piccole avventure, le storie che nascono con naturalezza dalla penna di Brizzi che riesce sempre a renderle divertenti, vivaci, brillanti. Il narratore si rivolge direttamente al Brizzi viaggiatore, come un fuori di sé che osserva con affetto e simpatia un sé pronto a mettersi in viaggio: “e non sei partito per conoscerti meglio, o conoscere meglio i tuoi amici. Volevi disconoscerti, se mai. Dimenticare il tuo nome e restare nudo con la fatica e la gioia, vicino a qualcuno di cui potevi fidarti e alle cose essenziali che conoscevi da sempre”.

A cura di Wuz.it


Le prime frasi del libro:

Intro


Ma adesso eri sposato. Eri sposato da quindici mesi, e avevi un figlio.
Avevi un figlio, e con tua moglie una serie di cose cominciavano a perdere quota.
Avevate vissuto insieme tre anni, prima di sposarvi, ma adesso quella stessa ragazza non si ricordava più tanto bene chi eri, e pure con il lavoro le cose non procedevano a meraviglia.
Era un mondo molto piccolo, quello del tuo lavoro, e lo era ancora di più da quando era arrivato il bambino. La stanza in cui lavoravi era adesso la sua cameretta, e tu eri ormai confinato, col computer e il po' di libri che vi trovavano spazio, in quello che prima insieme a Dina chiamavate "il ripostiglio grande". Era un ambiente appena meno angusto del ventre dell'armadio a muro che presidiava il corridoio, e ogni volta che volevi fumare dovevi abbandonare la postazione e trasferirti sul balconcino del soggiorno.
Con i tuoi guadagni dei vent'anni avevi comprato una casa spaziosa, e gli amici di allora erano i primi a stupirsi, misurando insieme a te il poco tempo che era servito per trasformare quella casa nella filiale di un negozio di giocattoli.
In ogni caso, come padre ti sentivi uno schianto. Portavi Malcolm a spasso per il quartiere, imbragato nel marsupio a bretelle. Gli insegnavi i nomi degli alberi, i nomi degli animali. Una volta a casa, i vecchi Mano Negra in sottofondo, potevi accennare a un assurdo passo o due di danza e riuscivi sempre a farlo ridere.
Prima che arrivasse il bambino, alle otto e mezzo tua moglie usciva per andare in ufficio, e tu potevi restare a lavorare in pace, padrone del tuo tempo come a vent'anni.
Ora invece gli orari erano no stabiliti dal piccolo Malcolm, tua moglie era in casa tutto il giorno, e appena lasciavi libero il computer frequentava i forum internet dedicati alle nuove mamme. Avevi imparato a temerli, perché le frequentatrici dei forum si convincevano a vicenda di baggianate colossali. Ad esempio, che era opportuno allattare i piccoli fino ai tre anni di età. Per non traumatizzarli. Per non fare di loro, una volta adulti, dei frustrati violenti.
C'erano frequentatrici vegetariane sui forum internet, c'erano frequentatrici vegane, e tutte concordavano sul fatto che i pannolini di stoffa erano di gran lunga più graditi dei pampers alla pelle del tuo bambino. Erano pannolini fabbricati in cotone biologico, sbiancato senza l'impiego di cloro, e ti arrivavano a casa pagando con la carta di credito direttamente alla pagina emporio del sito per le nuove mamme.
Lo stenditoio campeggiava notte e giorno in salotto e, ogni volta che la lavatrice finiva il lavoro, serviva scuoterli uno a uno per srotolarne i bordi, sfilare il tessuto interno e affrontare con pazienza il piccolo groviglio dei legacci.
Erano sei mesi che andava avanti a quel modo.
Tua moglie non si ricordava più chi eri, ma nel nuovo delirio operativo che sembrava animarla, nutriva il piccolo, lo portava al parco due volte al giorno e si prendeva cura di lui in tutti i modi.
La amavi, per questo, e ti stupivi di come fosse brava a decifrare le richieste del bambino, a calmarlo quando scoppiava a piangere nel cuore della notte. Ti stupivi ogni volta, ma alla fine la trovavi una faccenda molto naturale. Era lei, la mamma, e ci restavi male quando ti faceva pesare che Malcolm, con te, non si trovava altrettanto bene.

Dina aveva cominciato a confondersi mentre la riportavi a casa in macchina dall'ospedale, con Malcolm sui sedili posteriori, adagiato per la prima volta nel guscio di plastica da bebé.
Prima di andarli a prendere, avevi impiegato una quarantina di minuti per assicurare il benedetto guscio alle cinture dei sedili, e quand'eri arrivato all'ospedale tua moglie era già stata dimessa e ti aspettava giù di corda nella sala d'aspetto riservata ai parenti.
Aveva detto che non eri capace di prenderti cura di nessuno, ma tu eri troppo distratto dal piccolo per farci caso sul serio.