La neve di San Pietro

Leo Perutz

Editore: Adelphi
Anno edizione: 2016
Pagine: 183 p., Brossura
  • EAN: 9788845931178
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Descrizione
«Vede la casa? Quello è il Kyffhäuser, là vive nell'attesa l'imperatore segreto. Io gli sto spianando la strada. E un giorno dirò al mondo le parole gridate un tempo dal servo saraceno di Manfredi ai cittadini di Viterbo in rivolta: "Aprite le porte! Aprite i cuori! Guardate, il vostro signore, il figlio dell'imperatore, è venuto!"». Il barone von Malchin tacque seguendo con lo sguardo i due carri, che finalmente erano riusciti a staccarsi e avanzavano a schricchiolando giù per la via del paese. Poi, senza guardarmi, con un sorriso timido e impacciato, mi disse in tutt'altro tono: «Lo trova laggiù nel chiosco in giardino, è là che lavora. Verso quest'ora di solito ha lezione di francese».

Quando Friedrich Amberg riacquista un barlume di coscienza, in una stanza d'ospedale, è come «una cosa senza nome, un essere privo di personalità». Poi, a poco a poco, riaffiorano i primi ricordi: ma nebulosi, frammentari, «del tutto irrilevanti». Finché, di colpo, gli eventi delle ultime settimane gli piombano addosso «con violenza indicibile»: è il 1932, lui è un medico, e a gennaio aveva preso servizio a Morwede. Ora ricorda: gli inquietanti segni premonitori durante il viaggio verso quella località della Vestfalia; l'arrivo nel borgo, «oppresso dalla triste monotonia di quel paesaggio»; l'inatteso incontro con l'altera donna cui non aveva mai avuto il coraggio di dichiararsi; e il barone von Malchin, con il suo feroce, anacronistico legittimismo - e il visionario progetto fondato su quella che un tempo era nota come «Neve di San Pietro», in grado di provocare un vero e proprio stravolgimento del mondo.

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Mi sono avvicinato a questo libro con una certa curiosità, affascinato dalla storia che circonda la vita di Leo Perutz. Lo scrittore ceco, naturalizzato austriaco, non ha avuto un’esistenza facile. Ha attraversato il cielo della letteratura come una meteora.

Nato nel 1882, morto nel 1957, Perutz è stato il padre del genere storico-fantastico, con cui ha unito una minuziosa ricostruzione degli eventi passati a temi attuali. Tutto ciò ha dato voce a romanzi particolari, per troppo tempo etichettati come letteratura di intrattenimento. Ma così non è, e proprio questo aspetto mi ha incuriosito.

Adelphi ha ripubblicato La neve di San Pietro, libro uscito nel 1933, quando in Germania saliva al potere il nazismo. L’avvento di Hitler ha minato la fortuna di questo romanzo, perché sia Perutz che il suo editore erano ebrei. Nonostante tutto, la grandezza di queste pagine non è andata perduta.

Le peripezie del dottor Amberg, la follia del barone von Malchin, la ricerca della verità della misteriosa Bibiche, sono gli elementi affascinanti del romanzo. In ogni personaggio c’è quella inquietudine nordica che, anni dopo, Thomas Bernhard ha saputo raccontare con grande maestria. Il piccolo borgo di Morwede, in cui si svolge la vicenda, sembra il villaggio in cui è ambientato Gelo.

Il barone von Malchin, che vuole far ritrovare ai suoi contadini la fede nella monarchia attraverso un intruglio allucinogeno, nelle sue disquisizioni folli mette in campo verità forti, imprescindibili. Insomma, Perutz crea un noir metafisico che conserva ancora il suo fascino, nonostante siano passati ottantaquattro anni dalla pubblicazione.

Ma cos’è La neve di San Pietro? Si tratta di un parassita che aggredisce il grano. È conosciuto dai contadini come Fuoco della Vergine. Sembra essere stato debellato, ma dagli studi effettuati dal barone, emerge che nelle zone in cui ha fatto la sua comparsa, le popolazioni abbiano ritrovato la forza e il vigore per dar vita a nuove scoperte e ad imprese grandiose. Insomma, è come se Dio si fosse manifestato loro.

Ma cosa cerca davvero il barone von Malchin?

Un libro interessante che potrebbe rappresentare una scoperta per tanti giovani lettori. Tutta l’opera di Perutz si muove su queste coordinate, lui stesso ha sempre precisato che il suo intento non è mai stato quello di riscrivere la storia, ma di darle un’interpretazione metafisica.

E così sia.

Recensione di Martino Ciano


Le prime pagine del romanzo

Quando la notte smise di tenermi prigioniero, ero una cosa senza nome, un essere privo di personalità, che non conosceva i concetti di «passato» e «futuro». Giacqui, forse per molte ore, o forse solo per una frazione di secondo, in una sorta di rigidità, che si trasformò poi in uno stato oggi non più descrivibile. Potrei definirla una coscienza di me stesso vaga, unita a un senso di piena indeterminazione, ma così facendo ne renderei in modo inadeguato la particolarità e la stranezza. Sarebbe facile dire: galleggiavo nel vuoto, ma sono parole che non significano nulla. Sapevo solo che esisteva qualcosa, ma che quel «qualcosa» fossi io, questo lo ignoravo.
Non so dire quanto durò quello stato e quando affiorarono i primi ricordi. Emergevano e subito tornavano a svanire, non riuscivo a trattenerli: uno però, pur se amorfo come gli altri, fu per me causa di dolore o di paura - mi sentii respirare profondamente, come in preda a un incubo.