Nostra signora dei Turchi

Carmelo Bene

Editore: Bompiani
Collana: Tascabili
Edizione: 2
Anno edizione: 2014
Formato: Tascabile
In commercio dal: 23 marzo 2005
Pagine: 141 p., Brossura
  • EAN: 9788845233487
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    Margherita Barile (MB)

    26/06/2017 19:53:14

    Visioni. Colte di striscio, dal dormiveglia di una lucida follia. Carmelo Bene coltiva il sonno della ragione come l’alba di una nuova dimensione psichica, in cui la verità si declina in onirica frenesia, in un vertiginoso gioco di sovrapposizioni sceniche. Il suo teatro mentale fa scorrere, dietro le quinte, gli sfondi del passato e del presente, che si scoprono contigui nella poesia di chi crede fortissimamente che niente al mondo sia mai stato immaginato invano. Il protagonista narrante è attore e direttore delle danze, comparsa che nessuno ha mai visto, che predica al deserto, che ha per compagni solo fantasmi, santi, madonne, presenze inesistenti. L’invasione turca della penisola salentina è la drammatica realtà storica che, nella solitudine di un disperato tentativo di vivere oltre il tempo, può essere convertita in una sgargiante e sofferta fantasia, per dare spessore umano, carnale, spirituale ad una rievocazione che è l’interminabile recita di un oggi sconfinato: un giorno ribelle, che ha scelto di rimanere fuori dal calendario, per poter essere inclassificabile e universale, abbracciare l’amore e l’odio, la gioia e il dolore, l’appariscenza e il nascondimento. Il testo letterario si gonfia al vento di un pensare incessante che non dà pace agli attimi, affollandoli di suggestioni pulsanti che fanno a gara per arrivare per prime al cuore. Leggere quelle pagine, senza interpunzioni logiche né suddivisioni cronologiche, è come lasciarsi trascinare dalla corrente irriverente di un divenire che punta ad un assoluto sui generis, sfaccettato di mille relativismi, tutti magistralmente orchestrati da un genio che non ha paura di nulla, nemmeno della contraddizione. Perché il suo eroismo è cavalcare la coerenza attraverso la foresta infuocata del Caos, per uscirne grottescamente cambiato, ma, in definitiva, più se stesso che mai.

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    Cristiano Cant

    17/05/2014 22:09:33

    Il Bene che in assoluto preferisco è l'artista che va a braccio in qualsiasi trasmissione e supera se stesso, ogni sterile dialogo, ogni inutile ascolto e ogni bieco formalismo demolendo nella genialità irraggiungibile del dire, o non dire(diciamo dello sdire come vorrebbe lui) qualsiasi patologica e orrenda normalità. Il teatro è come la vita, non si spiega, Carmelo aveva ragione. Ma anche in questo meraviglioso scritto c'è il seme istrionico e la grandezza poetico filosofica dell'autore in tutte le loro paradossali alate capriole. Tributo al padre e a una terra mai abdicata, racconto di folle disperata perfezione e di sensibilità rarissima.

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    marco valente

    25/01/2006 18:08:40

    non sapevo dell'edizione di bompiani di questo splendido e ingiustamente dimenticato romanzo. io lo avevo cercato per conto mio e lo avevo letto in un pomeriggio piovoso chiuso in una bibloteca. è sconvolgente: fa un uso della metafora allucinato e arditissimo. qui è carmelo bene allo stato puro, con la sua estetica colta ma autentica, che ne fa l'unico vero poeta maledetto dell'italia del novecento, scenario fin troppo perbenista e inquadrato dall'influenza ingombrante del Croce. un libro da avere, un pezzo della cultura italiana da conoscere, un autore da amare e da non temere, perché bene ci fa apprezzare sé stesso, il suo egocentrismo, ma anche la sua poetica del "non esisto, guardatemi; non parlo, ascoltatemi". straordinario, ma in senso etimologico. fuori dalle certezze dell'ordinario.

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    Gesualdo

    04/04/2005 03:01:23

    Straordinario, coinvolgente, unico. Un'opera senza precedenti nella letteratura italiana. Scritto in pochi giorni - durante una visita/convalescenza nella casa del padre in Puglia - il testo è una complessa e entusiasmante miscellanea di argomenti fantasiosi ed incredibili e tematiche serie e profonde. Consiglio anche la visione del film, realizzato nel 1968.

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    Dario

    23/03/2005 18:13:27

    Premesso che si tratta di un'opera di genio, sembra il delirio di uno psicopatico. Non avevo mai letto niente di simile prima, niente in cui la metafora fosse di una tale pericolosità tellurica, da far franare la terra sotto i piedi sempre piu' di passo in passo, che neppure il simbolo, come voleva Oscra Wilde, per la sua nobiltà eterea saprebbe provocare col suo volo cieco.

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