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Editore: Mondadori
Edizione: 3
Anno edizione: 1998
Formato: Tascabile
Pagine: 192 p.
  • EAN: 9788804434344
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recensione di Perrella, S., L'Indice 1992, n. 5
(recensione pubblicata per l'edizione del 1992)

Accidenti com'è difficile raccontare il nuovo libro di Vincenzo Consolo. Lo leggi una prima volta, in bozze, e ti sembra, più che un libro, una raccolta di pagine, alcune così belle da poter essere paragonate ai mosaici della cattedrale di Cefalù. Poi lo rileggi, incartato nella raffinata confezione editoriale, la donna col turbante e la candela sella sovraccoperta, uno dei passi chiave estrapolato e riportato al posto della solita fotografia, nella quarta di copertina, e hai paura che Consolo abbia avuto voglia di blandire il pubblico, costruendo uno di quei libri definiti qualche tempo fa best seller di qualità. Per di più tutti sembrano sapere che questo libro è predestinato a vincere il premio Strega (Marco Lodoli porge, dalla colonne di "Repubblica", degli ironici auguri), e "L'Indice" ha deciso di sceglierlo come libro del mese, affidandolo, chissà perché, proprio a me, senza sapere che sono nato a Palermo, dunque lontano da Sant'Agata di Militello, paese di Consolo. E allora?
Allora mi pare che questo libro porti con sé una buona dose di equivoci, non ultimo quello della sua laicità''. Molti amici, ad esempio quelli di "Linea d'Ambra", dopo "Lunaria" e "Retablo" (è vero che ci sono state anche "Le pietre di Pantalica", ma molti l'hanno visto soprattutto come un libro-laboratorio), si aspettano da Consolo qualcos'altro, qualcosa che faccia maggiore frizione con la realtà. Per di più, questo è il primo libro dello scrittore siciliano che viene pubblicato dopo la morte di Leonardo Sciascia, il quale, come si sa, era, insieme a Lucio Piccolo, uno dei suoi interlocutori più importanti. E mi sbaglierò, ma in "Nottetempo casa per casa" c'è un passo nel quale è probabilmente rimasto intrappolato proprio un dialogo con Sciascia: "Eh, la penna... Hai il dono della penna!" gli diceva Cicco Paolo - "E tu della parola" -"Parlo sì, e quel che dico svanisce come il fumo..." - "Sai ragionare" - "Forse... Ma immaginare è meglio..." - "Io mi perdo nell'incanto. Mi pare d'esser fuori, estraneo, di camminare sopra le mura della Rocca, di precipitare...".
Chi interloquisce con Cicco Paolo, nel libro è chiamato Petro: nel suo documento d'identità è scritto: "Marano Petro figlio di Giuseppe e di fu Granata Salvatrice, nato il diciotto febbraio millenovecentouno a Cefalù cittadinanza italiana residente a Cefalù contrada Santa Barbara celibe insegnante". C'è scritto così, nel suo documento, ma più volte, voltando le pagine di quest'opera, si ha l'impressione che potrebbe esserci scritto: "Vincenzo Consolo (Sant'Agata di Militello, 1933) vive a Milano. Ha esordito nel 1963 con "La ferita dell'aprile", ma si è pienamente rivelato con "Il sorriso dell'ignoto marinaio". I suoi libri più recenti sono "Lunaria", 1985, "Retablo", 1987 e "Le pietre di Pantalica", 1988". Si ha quest'impressione, perché credo che "Nottetempo casa per casa" sia il suo libro più autobiografico, dentro il quale convivono le pulsioni più distanti, quelle pulsioni ben rappresentate nella sua vita dagli antipodi letterari di Sciascia e di Piccolo.
Come il barone Mandralisca nel "Sorriso dell'ignoto marinaio", Petro Marano è un cefalutano che non disdegna l'impegno politico, ma gli preferisce l'esercizio della scrittura il quale, "ritrovata la calma, trovate le parole, il tono, la cadenza... sciolto il grumo dentro... Avrebbe dato ragione, nome a tutto quel dolore". Quel dolore che "sembrò a Petro sorto non solamente dalla madre troppo presto assente, dal padre malinconico, piagato, da Serafina torpida, di pietra, da Lucia che sola e orgogliosa se n'andava per altra strada, ma da qualcosa che aveva preceduto la sua, la nascita degli altri. Era così per lui, per la famiglia o pure per ogni uomo, per ogni casa? Di questo luogo, di questa terra in cui era caduto a vivere, di ogni terra?". È un dolore storico o metafisico, questo che descrive Petro? Credo che non lo sappia nemmeno lui, quel che invece sa, è che la scrittura può aiutarlo a interrogarsi, per farlo chiaro, quel dolore, illimpidirlo. Ma non è una strada facile e spesso gli accadrà di intingere "la penna nell'inchiostro secco, nel catrame del vetro, nei pori della lava, nei grumi dell'ossidiana, cosparge il foglio di polvere, di cenere, un soffio, e si rivela il nulla, l'assenza d'ogni segno, rivela l'impotenza, l'incapacità di dire, di raccontare la vita, il patimento". Ma ha già sperimentato che può giungere "a un limite, a una soglia estrema. Ove gli era dato ancora d'arrestarsi, ritornare indietro, di tenere vivo nella notte il lume, nella bufera". Arrivato a quel punto sa di potersi aggrappare "alle parole, ai nomi di cose vere, visibili, concrete"; sa di poterle scandire a voce alta.
Ecco, a una prima lettura di "Nottetempo casa per casa" è difficile non notare la furia ghiacciata che Consolo mette nel nominare le cose e soprattutto i luoghi del suo scenario, una furia non dissimile da quella di un Georges Perec, fatta di enumerazioni continue, scarti ritmici, calchi stilistici rubati a un vasto arsenale letterario. Rinominandolo, Petro Marano e Consolo vogliono "ricreare il mondo". E qui c'è il Consolo di sempre, il Consolo insieme antropologo e archeologo delle parole, che non è difficile immaginare mentre compulsa vocabolari e carte toponomastiche; il Consolo che in una cartolibreria di provincia attrae l'attenzione di Lucio Piccolo per i libri che porta con sé: l'"Almanacco perpetuo", la "Guida del monte Pellegrino", "Patti e la stona del suo vescovado"; il Consolo che trascrive o s'inventa le scritte dei ribelli in un carcere a forma di chiocciola come Sciascia era andato a recuperare le frasi incise sui muri dei sotterranei di palazzo Chiaramonte, il palazzo dell'Inquisizione, in "Morte dell'Inquisitore".
Ma in "Nottetempo casa per casa" c'è anche - ne è già spia significativa il titolo - un desiderio di racconto fluente che fa a pugni con la solita narratività sussultoria di Consolo. Perché, a pensarci, in lui convivono quasi da sempre due tipi di organizzazione sintattica della scrittura: a livello architettonico i suoi libri sono costruiti in modo paratattico: "Retablo" è l'esplicitazione più chiara di questo; nella costruzione delle frasi prevale invece l'ipotassi, con frequenti scarti di velocità, dovuti, come ha visto Cesare Segre, più che al plurilinguismo, alla plurivocità dei suoi racconti. In questo caso gli scarti sono meno frequenti rispetto, ad esempio, al "Sorriso dell'ignoto marinaio", che pure per molti aspetti costituisce il sostrato di "Nottetempo", tanto che al "dotto barone" Mandralisca viene concesso un intenso scorcio rievocativo.
L'altra voce del libro, l'altro personaggio, tra i tanti che fanno da contorno, è Aleister Crowley, descritto come "un uomo maestoso, giacca d'alpaca sopra brache variopinte, calzari traforati alla fratesca, il cranio raso tranne una ciocca che come corno o fiamma gli si rizzava al colmo della fronte". A sentire quel che afferma in un'intervista, sarebbero ormai almeno vent'anni che Consolo si è messo sulle tracce di questo Crowley, personaggio, come vari altri nel libro, davvero esistito, profeta di una religione satanica e fondatore dell'abbazia di Théleme, che la frequentazione del libro dei "Yi King" spinge a Cefalù verso la fine degli anni venti. La parte dedicata a Crowley non è certo la migliore: la descrizione dei suoi riti satanici, cui partecipano anche don Cecé, una caricatura dannunziana, e Janu, un capraro, amico d'infanzia di Petro, inutilmente innamorato di sua sorella Lucia, è farraginosa e strapiena di nomi difficili da decifrare. Anche in Crowley, però, Consolo nasconde una parte di se stesso; perché anche in lui c'è la stessa tendenza a slacciarsi dalla razionalità, a usare le parole solo per i loro suoni, prescindendo dai loro referenti.
"In questa zona incerta, in questa luce labile, nel sommesso luccichio di quell'oro, è possibile ancora la scansione, l'ordine, il racconto ? È possibile dire dei segni, dei colori, dei bui e dei lucori, dei grumi e degli strati, delle apparenze deboli, delle forme che oscillano all'ellisse, si stagliano a distanza, palpitano, svaniscono?". Come vedete, come neve che scende lenta, in questo libro fioccano i punti interrogativi, ma, è strano, quella che potrebbe sembrare una metadiscorsività del libro nel suo farsi, è invece meditazione generale, che sembra prescindere da esso. Come se all'origine di quest'opera ci fosse una spaccatura, un qualcosa di non ricomponibile. Si tratterà forse della Sicilia, quella che, come l'India per Rushdie, è diventata una patria immaginaria? "Sentiva d'essere legato a quel paese - si legge doppiamente in "Nottetempo": nel libro e in quarta di copertina -, pieno di vita storia trame segni monumenti. Ma pieno soprattutto, piena la sua gente, della capacità d'intendere e sostenere il vero, d'essere nel cuore del reale, in armonia con esso. Fino a ieri. Ora sembrava che un terremoto grande avesse creato una frattura, aperto un vallo fra gli uomini e il tempo, la realtà, che una smania, un assillo generale, spingesse ognuno nella sfasatura, nella confusione, nell'insania". È la "bufera immota", il "terremoto fermo": è, con assonanza gaddiana, la "disarmonia mostruosa".
È dunque quella descritta da queste immagini la cellula generativa di "Nottetempo"? Non saprei davvero dire, anche se mi rimane la sensazione che in queste possibili 'mise en abŒme' ci sia un che di troppo detto, come un'eccessiva programmaticità. Bisogna ritornare a Petro e alle sue passeggiate palermitane o cefalutane perché il libro si muova e riprenda respiro narrativo e poetico. E in queste zone i lettori troveranno due o tre affreschi di scene corali davvero memorabili, da scandire ad alta voce, dove è concentrata la sapienza dei cantari e dei pupari siciliani.
Il fatto è però che, giustamente, l'aspetto etico della letteratura sta molto a cuore a Consolo; e si può intuire come il suo richiamo si sia fatto più forte dopo la scomparsa di Sciascia. È illuminante un paragone con un altro scrittore siciliano, Gesualdo Bufalino: se quest'ultimo ha rinunciato a priori alla possibilità di una sua parola pubblica che non sia quella letteraria, Consolo invece sente fortissima la necessità di una presenza etica. L'ulteriore verifica si è avuta con la diversa reazione avuta dai due scrittori nei confronti dell'assassinio di Salvo Lima: il primo, intervistato, ha scrollato le spalle desolato; il secondo ha sentito il bisogno di intervenire a tambur battente sul "Corriere", finendo proprio per parlare di Sciascia. E se qualche anno fa Consolo affermava, supponendo una scelta linguistica analoga: "Scrittori come me e Bufalino praticamente scrivono in yiddish", adesso per lui lo scrittore di Comiso "pratica una letteratura squisita", nella quale regna "l'ambiguità delle scritture estetizzanti". L'ombra di Sciascia insomma li divide e sarebbe utile un raffronto meno superficiale tra i due, proprio per mettere in luce la diversa concezione della Storia che li distanzia e la comune e originaria scelta letteraria, in entrambi così radicalmente diversa da Sciascia.
Mi rimangono ancora molte cose da dire su "Nottetempo": ad esempio, mi sarebbe piaciuto raccogliere quell'annotazione di Rushdie, al quale "pare interessante che molti dei maggiori scrittori della letteratura europea si accostino a questo tema della 'bonifica', del recupero del passato, reinventandolo per i propri scopi. Questo è un po' come dire che molti scrittori, in tutta Europa, sembrano avere una sorta di progetto storico". Mi sarebbe piaciuto commisurare questa tendenza al libro di Consolo. Ci sarà un'altra occasione. Prima di chiudere, però, devo fare un'annotazione personalissima, che deriva dal mio essere, sia pure della diaspora, un siciliano: non mi sarei affezionato a questo libro, come ho finito per fare, se non fossero state evocate la pomelia, una pianta tipica di Palermo, che altrove non attecchisce (ma mia madre, palermitana fedelissima, sia pure solo per qualche mese, è riuscita a farla fiorire a Milano) e la targa Florio: dell'una e dell'altra cosa ho ricordi cui il libro ha fornito maggiore forza. La letteratura serve anche a questo.

Recensioni dei clienti

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    Salvatore Palma

    24/07/2012 09.11.33

    La giuria che ha attribuito a questo non-romanzo il Premio Strega del 1992, ha probabilmente voluto dare un riconoscimento all'Autore per le nuove ed inusitate forme espressive, per la sperimentazione di una prosa forbita e, a volte, lirica, per un registro lessicale dotto, anche se non sempre piacevole. Siamo nella sua terra d'origine, la Sicilia, negli anni del Fascismo, dove una miriade di personaggi, di situazioni e di luoghi, un po' reali un po' idealizzati, si susseguono e si affastellano per "richiamare" e deplorare un mondo ingiusto in un contesto dove però, i valori hanno ancora radici salde. Tuttavia, risulta molto difficile al lettore apprezzarne l'inedito stile letterario "da avanguardia", soprattutto per la quasi totale assenza di trama e per la "pesantezza" di alcuni passi che annoiano.

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    Valentina

    31/01/2007 22.21.14

    Non lasciatevi intimorire dallo stile di Consolo. Lui scrive in prosa, dalla sua penna scaturisce poesia, canzone, rima. Leggetelo una volta. Poi rileggetelo. Nottetempo casa per casa è un libro prezioso, che i critici di domani metteranno sulle antologie liceali. Perché va studiato e non può che essere apprezzato.

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