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Descrizione

Sempre più spesso, da qualche tempo, assistiamo a un vigoroso dibattito sulla cosiddetta "laicità" con l'amara insoddisfazione di non trovare adeguate risposte. Sicuramente è necessario un ripensamento complessivo e una pratica rinnovata in riferimento sia alla società civile, sia allo Stato. A imporlo scrive Angelo Scola - è la rapida transizione che stiamo vivendo nel passaggio epocale dalla modernità alla post-modernità che ha nella globalizzazione, nella civiltà delle reti, nell'imponenza delle scoperte biotecnologiche e nel processo, non privo di drammaticità, di "meticciato di civiltà e di culture", le espressioni più clamorose. Le questioni relative alla sfera affettiva, al bios, all'interculturalità, all'inter-religiosità hanno cambiato i termini delle discussioni nostrane sulla laicità. Senza annullare il peso delle problematiche classiche, che si lasciavano per lo più concentrare nel rapporto Stato-Chiesa, numerosi e più articolati sono oggi diventati i temi che confluiscono nell'ambito della laicità. A tal punto che si sente il bisogno non solo di ripensare questa delicata categoria, ma addirittura di tentarne nuove forme. Le proposte raccolte in questo libro affrontano pertanto molti temi ardui e complessi nella prospettiva di raggiungere la strada di una pacifica convivenza in cui raccontarsi per riconoscersi possa diventare la prima regola per una vera democrazia.
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Dettagli

2007
14 marzo 2007
194 p., Rilegato
9788831792196

Voce della critica

Il tema principale dell'ultimo libro del patriarca di Venezia Angelo Scola è quello della natura dello stato laico e del significato della sua neutralità. Per Scola il concetto di "stato laico" non è sinonimo di stato indifferente alle identità e alle culture dei cittadini. Non si deve confondere, dunque, la non-confessionalità dello stato (il primato di una specifica ideologia o religione) con la sua neutralità nei confronti delle tradizioni e della identità culturale dei cittadini. Lo stato democratico, pertanto, è laico per la sua non-identificazione con una specifica visione del mondo, ma non è affatto neutrale nei confronti dei suoi valori fondanti. "Un quadro di adeguata laicità deve consentire a me credente di operare nella convinzione che Dio regge ultimamente la storia così come deve riconoscere pari diritti e doveri a chi nega questa ipotesi". "All'interno di questo spazio, garantito a tutti, potrà vivere il dinamismo del riconoscimento dialogico tra tutti i soggetti in campo sui singoli contenuti di valore". Scola aveva già affermato in un'intervista al "Corriere della Sera", due anni fa, di non voler imporre degli assoluti. "Io dico la mia idea, tu la tua, il popolo giudichi qual è la migliore e lo stato laico l'assuma. La democrazia mi pare funzioni così". Lo stato deve, certo, garantire che le soggettività (rispetto ai contenuti di valore) non abbiano privilegi; ma sarebbe una diminutio della densità democratica della società chiedere a qualcuno di non far valere democraticamente la propria posizione. Lo stato laico, dopo il confronto tra le parti e dopo che il popolo sovrano si è espresso, è tenuto ad assumere il risultato.
Sebbene le tesi di Scola possano sembrare ineccepibili in un'interpretazione democratica tradizionale, esse non lo sono in quelle più recenti e ormai generalmente accettate. Secondo la concezione sostantiva dello stato democratico-liberale quello che conta è l'opinione della maggioranza della popolazione, e se vi è il consenso della maggioranza qualsiasi legge può essere approvata nonostante l'opposizione della minoranza, purché non sia in contrasto con la Costituzione e non procuri un danno manifesto. Solo nel caso di un danno manifesto procurato dall'applicazione della legge a un gruppo di cittadini la legge stessa potrebbe essere respinta. Secondo la concezione di tipo proceduralista dello stato democratico-liberale, invece, la maggioranza parlamentare o dei cittadini non ha il diritto di cercare di imporre le proprie convinzioni sulla "natura del bene"a tutti i membri della società, cioè non può, e non deve, cercare di orientare tutti i membri della società verso una specifica e predeterminata concezione di ciò che è il bene: cercare di renderli virtuosi secondo la propria concezione della virtù. L'imposizione di una specifica concezione di virtù e di bene, infatti, rappresenta una violazione del principio procedurale del diritto all'autonomia morale, e quindi obbliga i cittadini degli stati liberali prima a ostacolare poi a violare la legge per difendere i propri diritti; è in contrasto con il rispetto del pluralismo; ribadisce che le concezioni del bene e della virtù della minoranza politica hanno un valore minore di quelle della maggioranza. In conclusione, un'interpretazione sostantiva non tiene conto del fatto che in uno stato liberale le questioni etiche non debbono essere sottoposte al parere delle maggioranze ideologiche e i diritti delle minoranze debbono essere comunque garantiti in quanto diritti umani universali.
Scola si rammarica che il prezzo della distinzione tra fede religiosa e azione politica introdotta dall'Illuminismo sia stato la rimozione della religione dalla sfera pubblica e la sua riduzione a fatto privato. Di questo processo è espressione la famosa affermazione di Kelsen: "L'apprezzamento della scienza razionale e la tendenza a mantenerla libera da ogni intrusione metafisica o religiosa sono tratti caratteristici della democrazia moderna". Dice Scola che, per i credenti i quali sostengono, all'opposto, un ruolo cruciale della religione nella società, l'obbligo a comportarsi etsi deus non daretur, e ad accantonare l'idea religiosa di una corrispondenza tra la razionalità scientifica e l'origine divina di una prescrizione, è "un prezzo troppo alto"da pagare. Inoltre, l'emarginazione della religione dalla sfera sociale non viene accettata da quelle culture non europee in cui la religione è essenzialmente un fatto pubblico e che stanno di fatto imponendo in Europa in modo violento il cosiddetto "meticciato di civiltà e culture". Questo fa nascere, per Scola, la necessità di una sfera pubblica plurale in cui le religioni svolgano un ruolo di soggetto pubblico, così come esige che il potere politico passi, nei confronti delle religioni, da un atteggiamento di tolleranza passiva a un atteggiamento di attiva apertura, che non riduca la rilevanza pubblica della religione agli spazi concordatari. Le religioni, da parte loro, devono abbandonare le interpretazioni di carattere privatistico e fondamentalistico per creare il terreno di interscambio indiretto con le altre religioni e culture; uno spazio di dialogo in cui le religioni possono giocare il loro ruolo nel discorso pubblico sui valori di civiltà ed esprimere il loro giudizio storico. L'istituzione statuale, pertanto, non deve essere un contenitore anonimo e vuoto da riempire a piacimento, ma uno spazio in cui ciascuno possa portare il proprio contributo all'identificazione del benecomune.
Scola propone la categoria del meticciato di civiltà come quella più capace di riflettere l'attuale processo, in quanto essa è in grado di illuminare la complessità dei fenomeni emergenti dall'intreccio di popoli, razze, cultura e religione che costringe a ridefinire i rapporti tra gli stati e pensare un nuovo ordine mondiale. La tesi è molto chiara, ma non so se Scola si sia reso conto che la sua proposta implica la sostituzione dei principi dello stato liberale con quelli dello stato etico: una proposta che nessun liberale è disposto ad accettare.
Per Scola, scienze e tecnologie hanno prodotto nella sfera dell'amore, del matrimonio e della famiglia una serie di separazioni: tra la coppia e il matrimonio, tra la sessualità e la procreazione, tra la coppia e l'essere genitori, tra l'essere genitori e il procreare e infine tra la coppia, la famiglia e la differenza sessuale. Al contrario, l'ideale di identificazione della polis dovrebbe essere quello di perseguire quella vita "buona" senza artificiose separazioni tra il singolo e il privato. Secondo Scola, nelle società attuali non si respirerà un'atmosfera di libertà né si attuerà una vita "buona"fino a quando verrà favorita l'ideologia neomaltusiana oggi purtroppo ancora dominante in campo demografico. Un nuovo stile di vita non può, dunque, non impegnarsi anche a favore del diffondersi di una cultura della vita, assicurandone la difesa integrale dal concepimento alla morte naturale. Per Scola, gli studi demografici più accurati avrebbero dimostrato la falsità della tesi neomaultusiana che prevedeva, dopo gli anni sessanta, una crescita demografica che avrebbe inevitabilmente condotto a una catastrofe umana, ambientale ed ecologica. Forti di tali tesi, le organizzazioni nazionali e internazionali hanno favorito nei cosiddetti paesi del terzo mondo il controllo delle nascite, con politiche demografiche ingiuste basate su pratiche contraccettive e di sterilizzazione. I cattolici si sono invece opposti a questa ideologia per motivi sia religiosi che etici. La concezione antropologica della vita "buona"deve, sempre secondo Scola, non impegnarsi a favore di una cultura della vita che promuova iniziative concrete di educazione e prevenzione (?), ciò che richiederebbe non solo la sostituzione dei contraccettivi con i cosiddetti metodi naturali, ma anche la difesa della vita dal concepimento alla morte naturale e il rispetto dell'insegnamento della chiesa nel campo bioetico. Forse non sarebbe male ricordare a Scola che la separazione fra sessualità e procreazione è stata alla radice dei movimenti di liberazione delle donne in tutto il mondo, condivisi dai liberali, e che anche in Italia la sconfitta delle posizioni religiose sul divorzio e sull'aborto sono state il segnale della svolta del nostro paese vero la modernità. Quanto poi al controllo delle nascite nei paesi del terzo mondo, l'opposizione della chiesa all'uso dei contraccettivi ha avuto la non piacevole conseguenza dell'aumento della diffusione del virus dell'Hiv.
Alla fine del libro, l'autore spiega il significato della vita e della morte rispondendo alle domande su "quale vita" e su "quale morte": nel caso di quale sia la vita dell'essere umano, un'elementare interpretazione della natura della vita è rappresentata dal venire alla luce mediante l'atto coniugale d'amore di un padre e di una madre, e, nel caso di quale sia la morte, "la morte è il momento in cui la mia libertà di creatura finita incontra l'abbraccio delle libertà infinita del padre (…). Nell'atto di morire scoprirò che non finisco nel nulla. Sarà il momento della mia vera nascita".
In conclusione, se con questo suo libro il cardinale Scola desiderava proporre gli strumenti e l'area per un rinnovato e più sereno dialogo fra cattolici e laici, non credo che questo desiderio sia stato soddisfatto. Le sue precisazioni non hanno colmato, anzi, semmai approfondito, il divario che esiste fra la concezione cattolica e quella liberale dello stato moderno.
  Giovanni Felice Azzone  

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Conosci l'autore

Angelo Scola

1941, Malgrate

Angelo Scola nasce il 7 novembre 1941 a Malgrate, in provincia di Lecco. Dottore in Filosofia e Teologia, è nominato nel 1991 vescovo di Grosseto, nel 1995 rettore presso la Pontificia Università Lateranense, nel 2002 patriarca di Venezia. Creato cardinale nel 2003, dal 2011 è arcivescovo di Milano. Tra le sue opere: Questioni di antropologia teologica (1997), Gesù destino dell'uomo(1999), Chi è la Chiesa? (2005), Buone ragioni per la vita in comune (2010), Un mondo Misto (2016), Postcristianesimo? (Marsilio, 2017)

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