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James Lovelock

Traduttore: R. Valla
Collana: Saggi. Scienze
Anno edizione: 1991
Pagine: 248 p.
  • EAN: 9788833905853
LOVELOCK, JAMES E., Le nuove età di Gaia

COMMONER, BARRY, Far pace col pianeta
recensione di Bairati, A., L'Indice 1991, n. 4

Un mondo è popolato unicamente da margherite bianche e margherite nere. Illuminate da una stella, le margherite nere trattengono più calore di quelle bianche. Agli albori della vita la temperatura del pianeta è bassa e quindi prosperano le margherite nere: la temperatura si innalza sino a un livello ottimale per la riproduzione dei fiori. In seguito la crescita relativa della popolazione di margherite bianche reagisce all'aumento (congenito al ciclo evolutivo di tutti i soli) della radiazione stellare. La temperatura si mantiene pressoché stabile fino al limite di sopravvivenza delle margherite bianche.
Dodici anni fa veniva pubblicata l'opera in cui James Lovelock esponeva diffusamente al pubblico l"'ipotesi Gaia". Verso l'inizio degli anni sessanta il biologo inglese venne invitato dalla Nasa a collaborare alla ideazione di esperimenti diretti finalizzati al riconoscimento della presenza di vita su altri pianeti, in particolare su Marte. Fu lo spunto per indagare il nesso tra l'evoluzione di un pianeta e l'evoluzione di forme di vita su di esso. Lovelock suggerì una corrispondenza non accidentale tra caratteristiche planetarie (composizione chimica dell'atmosfera e della crosta, temperatura e circolazione della materia) e sviluppo della vita. Più precisamente, la vita dovrebbe essere in grado di modificare l'ambiente planetario attraverso un rapporto di coevoluzione in cui si riproducono le condizioni di un confortevole equilibrio. L'intervento del biota sulla fisica planetaria si prospetta semplicemente opportunista, non implicitamente teleologico. Per comprendere la retroazione del pianeta, occorre però considerarlo parte del vivente. Nell'ipotesi di Lovelock Gaia è il nome con cui chiamare la terra che vive, il pianeta modificato dalla vita che così si trova bene. Ne "Le nuove età di Gaia" l'ipotesi si è trasformata nella base della geofisiologia, scienza cibernetica di approccio alla medicina planetaria. Il modello delle margherite bianche e nere esemplifica l'informazione metodologica della geofisiologia: un meccanismo cibernetico (accoppiamento della crescita delle margherite con le variazioni termiche) spiega la stabilità delle condizioni ambientali (temperatura) del biota (margherite).
I capitoli centrali del libro sono dedicati all'evoluzione sulla terra della vita, come organo non ospite. Vi si delinea un'embriologia di Gaia, i cui tratti salienti sono la morfogenesi del controllo dell'acidità della biosfera, della salinità dei mari, del contenuto di ossigeno dell'atmosfera. Rifiutando la contrapposizione tra olismo e riduzionismo, Lovelock affronta nel capitolo "Dio e Gaia" le implicazioni metascientifiche della teoria. Si attesta l'affermazione di un principio etico della ricerca scientifica: la medicina planetaria è conforme a un intento adattativo e armonizzante, da perseguire in quanto desiderabile per la sopravvivenza. L'eccentrico scienziato inglese prende in più punti le distanze dall'iniziativa ambientalista, contestando l'opposizione all'inquinamento nucleare e ultravioletto (provocato dal buco nella fascia di ozono), ben tollerati da Gaia. Come scienziato egli si dichiara cane sciolto: vende invenzioni per finanziare in proprio le sue ricerche e acquistare la campagna in cui vivere. In tal modo, forse, saprà adattarsi a Gaia.
La lotta politica ha invece segnato l'esperienza di Barry Commoner; dalle prime commissioni sul nucleare negli anni sessanta fino alla campagna presidenziale che portò Reagan alla presidenza, campagna in cui Commoner fu candidato del Partito dei Cittadini, il biologo newyorkese non ha abdicato al proprio ruolo di "guru" dell'ambientalismo radical americano, vicino alle battaglie civili, ma attento al rapporto con le istituzioni. Proprio nella partecipazione dei movimenti di base, come dei singoli consumatori, a un archetipo di democrazia ambientale ed economica risiede una delle ragioni forti del pensiero di Commoner, riproposto con tenacia anche in "Far pace col pianeta".
"Questo libro si sforza di analizzare la guerra tra l'ecosfera e la tecnosfera, ed è stato scritto nella convinzione che capirla - cosa distinta dal modo di reagire ad essa - è l'unica via per raggiungere la pace". Così Commoner riafferma, vent'anni dopo la pubblicazione del "Cerchio da chiudere" e di "Ecologia e lotte sociali" (scritto con Virginio Bettini), la sua riflessione sul ruolo della tecnologia e sul fallimento delle politiche ambientali di questi anni, affrontando criticamente il ruolo e la rilevanza sociale che associazioni, istituzioni e lobbies ecologiste hanno giocato in tale contesto.
La sensibilità per la salvaguardia ambientale, sostiene lo scienziato americano, è notevolmente cresciuta negli ultimi due decenni. Su questo humus si è sviluppata una rete diffusa di soggetti e di interessi, istituzionali e non, che possiamo considerare sufficientemente maturi per interrogarci sui risultati ottenuti e su ciò che resta irrisolto.
Primo elemento: non si può negare che il patrimonio di conoscenze sullo stato dell'ambiente sia notevolmente cresciuto; tuttavia i risultati sono da considerarsi assai modesti. Il fallimento dei giganteschi sforzi profusi nell'opera di risanamento si colloca all'interno di un complesso meccanismo decisionale e burocratico che, attraversato da conflitti tra interesse collettivo ed economico, si è espresso con l'imposizione di standard e di strumenti di semplice controllo delle fonti dell'inquinamento, piuttosto che con misure di prevenzione e di incentivo per lo sviluppo di tecnologie "pulite".
L'autore si sofferma proprio sulle ragioni argomentate del conflitto tra sistema produttivo" conservazione dell'ambiente, partecipazione collettiva alle scelte dello sviluppo, qualità della vita nel sud del mondo. Le motivazioni tradizionalmente addotte per sostenete l'incompatibilità tra crescita della produzione e difesa dell'ambiente sono inefficienti e miopi, dice Commoner. Il capitalismo occidentale modula le proprie scelte in base "all'aspettativa di profitti immediati". I benefici di tale strategia appaiono discutibili anche secondo un'ottica squisitamente economicistica: "Oggi occorrono investimenti che daranno i loro frutti tra 10, 20 o 30 anni", sostiene il presidente della Sony Corporation Akio Morita; strategie di sviluppo socialmente partecipate e orientate al lungo termine risulteranno comprensive degli interessi collettivi e delle ragioni del sistema produttivo, aggiunge il biologo americano.
Il punto di vista politico (non scientifico, precisa l'autore) emerge con più decisione nel capitolo sullo smaltimento dei rifiuti. Attualmente, i nove decimi dei rifiuti prodotti negli Stati Uniti vengono inviati a discariche e inceneritori. Tale procedura non risolve il problema, lo rinvia semplicemente. Viceversa il riciclaggio, oltre a costituire una soluzione evidentemente più compatibile con esigenze di tutela ambientale, è laddove praticabile, più conveniente e incentivante dal punto di vista economico, in una prospettiva sempre più diffusa di partecipazione di tutti alle scelte delle migliori tecnologie disponibili.
I limiti dell'attuale prospettiva di sviluppo vengono ribaditi nel capitolo dedicato alla povertà del sud del mondo. La crisi del Terzo Mondo è alimentata sia dall'esportazione di modelli economici esogeni e di tecnologie fondate sulla non rinnovabilità, sia dall'imposizione di rigide pianificazioni demografiche. La soluzione della crisi risiede invece nella restituzione delle ricchezze, nell'annullamento del debito, in sintesi nella redistribuzione equa delle risorse per "uno sviluppo economico rispettoso dell'ecologia". Il conflitto, tra ecosfera e tecnosfera scaturisce dal controllo privato dei mezzi di produzione, implica ineludibili scelte politiche per la trasformazione radicale della struttura del sistema produttivo e delle regole per il suo controllo.
Di fronte a questa prospettiva politica, il movimento ambientalista americano si è diviso. Le organizzazioni più forti, "nei loro uffici di Washington", si sono messe sulla strada del dialogo con il potere economico, mediando, accettando, talvolta collaborando. Le associazioni di base hanno scelto la via dura chiedendo che l'inquinamento non sia semplicemente controllato, ma venga eliminato alla fonte. È nella caparbietà e nella crescita di questi movimenti di opinione che stanno le opportunità di realizzare l'ideale di democrazia ambientale in cui Commoner crede fermamente scontrandosi con ciò che per gli americani è vero e proprio credo ideologico: il diritto privato alla libera iniziativa.
Le due opere di Commoner e Lovelock e i percorsi degli autori rappresentano i due poli di riferimento dell'ecologismo internazionale. Da un lato la figura di Commoner esemplifica l'azione: l'iniziativa politica diretta, la marcia dell'ambientalismo verso il potere, verso un nuovo modello di sviluppo. Dall'altro Lovelock esprime la non azione: l'etica dell'adattamento armonico, la scienza come gioco, o invenzione o speculazione.
Questi due punti di vista, concretizzati in esperienze di vita e di impegno così lontane (Commoner scienziato politico, Lovelock inventore e contadino), si riuniscono nello scavalcamento del conflitto tra olismo e riduzionismo. L'uno concepisce pragmaticamente la sperimentazione politica come urgenza: occorre pensare globalmente e agire localmente. L'altro, in modo altrettanto pragmatico, persegue opportunisticamente l'integrazione interdisciplinare degli strumenti scientifici ritenuti più adatti; così il modello delle margherite è al tempo stesso olistico e riduzionistico.
Nel panorama culturale italiano i destinatari delle loro idee sono senza dubbio diversi. Se Commoner è stato e continua ad essere un richiamo per l'ambientalismo politico italiano, Lovelock è conosciuto piuttosto per articoli apparsi su "Tellus", "Icarus" e "Nature", oltre che per la pubblicazione di "Gaia: nuove idee sull'ecologia".
Allo stesso modo entrambi gli autori sono estranei al dibattito attuale sui paradigmi scientifici del pensiero verde. La sfida alla complessità, di cui si discute oggi in Italia, propone l'attualizzazione e la dilatazione di modelli scientifici e cataloghi metodologici sedimentati nelle cronache della scienza. La proposta si fonda sia su un'ipotesi oliata, mutuata da "La Nuova alleanza" di Prigogine, "Verso un'ecologia della mente" di Bateson e "Il metodo" di Morin, sia sul metodo determinista impostato nella "Teoria generale dei sistemi" di von Bertalanffy.
Il confronto sfocia in un impegnativo lavoro di sistemazione del sapere, iniziato tra gli altri da Laszlo, in cui la comunità scientifica degli ambientalisti italiani profonde notevoli energie. In un contesto simile non si è ancora trovato posto per la critica del modello privatistico dell'economia, di Commoner, e per iniziative concrete di ricerca che recuperino, come la cibernetica geofisiologica di Lovelock, la soggettività degli intenti e il coraggio della progettualità.
Nel movimento ambientalista, essenzialmente trasversale alle categorie della politica, la critica del modello capitalistico occidentale lascia il posto alla competizione istituzionale. Così la sfida della complessità alimenta la produzione di articoli, l'organizzazione di convegni e la creazione di spazi verdi nelle istituzioni accademiche.